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Notte dei poeti 

Aldo Cazzullo: «Io e Pelù la strana coppia che racconta Dante»

Alessandro Pirina
Aldo Cazzullo: «Io e Pelù la strana coppia che racconta Dante»

Aldo Cazzullo e Piero Pelù, una strana coppia nel nome di Dante. Il giornalista, firma di punta del Corriere, e il rocker fiorentino apriranno la 39esima edizione della Notte dei poeti di Nora

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Aldo Cazzullo e Piero Pelù, una strana coppia nel nome di Dante. Il giornalista, firma di punta del Corriere, e il rocker fiorentino apriranno la 39esima edizione della Notte dei poeti di Nora. Un viaggio alla scoperta di Dante - «il poeta che inventò l’Italia», dice Cazzullo -, dei suoi personaggi e delle sue visioni. L’appuntamento con “A riveder le stelle” è per giovedì 1 luglio alle 20 nell’area archeologica di Nora. Uno scenario unico per uno spettacolo unico.

Cazzullo, tutto nasce dal suo libro.
«Sì, il progetto nasce da “A riveder le stelle”, che ha venduto più di 200mila copie. L’ultimo di una serie sulla storia e sull’identità italiana. Dopo avere scritto libri sul Risorgimento, sulla Grande guerra, sulla Resistenza, sulla ricostruzione, sulle donne che ritengo abbiano salvato l’Italia, ho voluto confrontarmi con Dante, perché tutto comincia da lui. L’Italia non è nata dalla politica o dalla guerra, ma dalla bellezza e dalla cultura. Dagli affreschi del Trecento di Giotto e dai versi di Dante».

Quindi, il Sommo Poeta è l’inventore dell’Italia?
«Assolutamente sì. È lui che ha inventato la parola belpaese. Tante espressioni hanno origine in Dante: stai fresco, solo soletto, un piede nella fossa, degno di nota, senza infamia senza lode. Fino a “lasciate ogni speranza, o voi che entrate” e appunto “a riveder le stelle”. Ma Dante ci ha poi dato un’idea di noi stessi».

Cosa intende?
«Per Dante l'Italia aveva una missione, conciliare la tradizione classica con quella cristiana e dall'incontro tra la classicità e il cristianesimo nasce l'umanesimo. Per questo motivo l’Italia è importante nel mondo. Se oggi i militari italiani sono i più bravi nelle missioni di pace è perché sono capaci di dialogo, ascolto, rispetto. E questo accade perché sono portatori di quella cultura umanista e cristiana. Tutto comincia con Dante. In lui ci sono i sentimenti, i peccati, la passione. Pensiamo a versi immortali come “Amor, ch'a nullo amato amar perdona”, finito nelle canzoni di Jovanotti e Venditti. O Odisseo che ha ispirato “Itaca” di Lucio Dalla».

Nella Commedia anche tanta Sardegna, dalle donne di Barbagia a Frate Gomita, ai sardi che “a dir di Sardigna le lingue lor non si sentono stanche”.
«Questo verso piaceva tantissimo a Cossiga. Dante poi pensava alla Sardegna come a un ponte tra Italia e resto del Mediterraneo. Perché è vero che la Sardegna è una parte fondamentale dell’Italia - ha dato due presidenti come Segni e Cossiga, un ottimo ministro come Pisanu, un grande segretario come Berlinguer - ma è anche qualcos’altro. Credo che anche i sardi con il sogno autonomista possano ritrovarsi nella Commedia».

Com’è avvenuto l’incontro con Piero Pelù?
«Con Piero ci siamo conosciuti su un treno e ci siamo stati subito simpatici. A ottobre è venuto a Firenze alla presentazione del libro e mi ha detto: “se hai bisogno di un rocker che legga Dante io ci sono”. E in effetti nessuno meglio di lui poteva farlo: è fiorentino, è uno spirito libero ed è un artista coraggioso. Le parole di Dante gli si confanno».

Che spettacolo sarà?
«Io racconto, cerco di tessere questi fili da Dante ai giorni nostri. Piero lo interpreta. Diventa Caronte, i diavoli, Ugolino, Ulisse, Virgilio e lo stesso Dante. E poi canta. Anche “Povera patria” di Battiato, un testo di poesia civile, di indignazione che noi consideriamo imparentato con “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello” del sesto canto del Purgatorio».

Cosa accomuna l’Italia di oggi a quella di 700 anni fa?
«In questa famosa invettiva Dante dice che solo i mediocri fanno politica, i capi e i governi cambiano di continuo, una legge decisa a ottobre non arriva a novembre. Già a quei tempi gli italiani erano divisi tra guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti. Anche adesso siamo così. Fatichiamo a pensare che una persona possa fare qualcosa che non sia per sé stessa o per i familiari».

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