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Viaggio a Su Romanzesu, villaggio santuario incastonato nei graniti

Luca Urgu
Viaggio a Su Romanzesu, villaggio santuario incastonato nei graniti

L'itinerario che da Bitti porta a questo luogo magico

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Se avete fretta lasciate stare, non è il posto per voi. Peccato però, perché il luogo è talmente magico che merita il tempo necessario per essere assaporato, non di certo una visita mordi e fuggi. Solo con questo spirito anche quei dieci chilometri di distanza che si percorrono per chi arriva a Romanzesu da Bitti sembreranno poca cosa. Una dolce passeggiata durante la quale la vista inizierà a prendere dimestichezza con le querce e sughere che faranno la giusta, la migliore accoglienza nella vasta area del villaggio santuario. Serve lo sguardo epicureo per percorrere questi tratturi dove le folte chiome degli alberi dialogano da sempre con il granito. Materie affini e funzionali in questo luogo dell’anima, sicuramente uno dei più preziosi e affascinanti lasciti della civiltà nuragica. Qui ben sette campagne di scavo effettuate negli ultimi quaranta anni tra la fine degli anni ’80 e il 2001 hanno riportato in luce una modesta porzione della superficie archeologica. Ritrovamenti estesi per diversi ettari ma con la certezza di avere finalmente in mano una complessità monumentale unica.

Francesco Coloru, presidente della cooperativa Istelai di Bitti che gestisce con i suoi colleghi anche gli altri siti museali pesa le parole che fanno trasparire passione e impegno. D’altronde non potrebbe essere altrimenti visitando quest’area estesa, pulita e ordinata come un’oasi. Testimonianza tangibile dell’importanza del decoro e dell’accoglienza. «La monumentalità architettonica in un contesto ambientale che affascina colpisce il visitatore. Noi cerchiamo di rendere la visita un’esperienza che rimanga nel tempo, per il resto davvero questi luoghi con la loro spiritualità fanno davvero breccia nell’anima di chi ci sceglie», sottolinea Coloru. Giusto due date che gli archeologi fissano sono utili a mettere dei punti fermi sul complesso dal punto di vista cronologico. Pare che risalga nel corso del XV secolo a.C. la fase d’impianto dell’abitato nuragico, al XIII-XII secolo a.C. la sua trasformazione in villaggio-santuario e infine agli inizi del VII secolo a.C. il momento dell’apparente abbandono.

Quello che un visitatore attento si trova a osservare una volta giunto a Romanzesu è una straordinaria ricchezza di soluzioni architettoniche. Complessità che caratterizza sia gli edifici sacri che le strutture non di culto. Qui, in alcuni casi ci si imbatte in monumenti di tipologia unica o che propongono varianti inedite rispetto a quanto già documentato altrove. Il cuore monumentale di Romanzesu è costituito dal tempio a pozzo, due tempietti a pianta rettangolare del tipo cosiddetto a megaron, un grande recinto sub-ellittico con sacello centrale e probabile percorso rituale “labirintico” incentrato su ingressi sfalsati e infine un’ulteriore struttura a pianta rettangolare associata a tre betili, connessa forse a un culto eroico e legata a un eccezionale rinvenimento di perle d’ambra. Capanne a pianta circolare e ovoidale, una grande abitazione con tre ambienti aperti su un cortile comune, cinque grandi capanne delle riunioni e in due casi con focolare centrale forniscono le prime indicazioni sulla presenza antropica.

«Quanto visitabile oggi del grande villaggio rappresenta un decimo circa della superficie archeologica complessiva conservata (3/3,5 ettari circa in una stima approssimativa) – dice Nando Posi, archeologo e componente della cooperativa Istelai ha partecipato alle campagne di scavo –. Il più significativo rinvenimento effettuato è costituito dal recupero del più importante quantitativo di ambre della Sardegna nuragica avvenuto nel 1998/1999 nell’area votiva del tempio denominato heroon».

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