La Nuova Sardegna

 

Salvatore Mereu: «La mia storia di grano e vento»

Fabio Canessa
Mereu con Peppeddu Cuccu che, da bambino, lavorò in "Banditi a Orgosolo"
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Mereu con Peppeddu Cuccu che, da bambino, lavorò in "Banditi a Orgosolo"

Bentu è l'ultimo lavoro del regista girato nell'isola: "Il cortometraggio parla di come era l'agricoltura prima della meccanizzazione"

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Sardegna, anni Cinquanta. Tutta la vita di Raffaele è volta alla raccolta del grano che cura con sapienza antica nel podere di famiglia. All’inizio dell’estate, come ogni anno, dopo che ha finito di mietere a mano le spighe, attende l’arrivo del vento che col suo soffio deve separare il grano dalla paglia.

Ma il vento questa volta sembra deciso a non volersi presentare. Questa la trama del nuovo film di Salvatore Mereu: “Bentu”, un cortometraggio che nasce da un laboratorio didattico sul cinema come già alcuni suoi precedenti lavori. Prodotto dalla Viacolvento fondata dallo stesso regista con la moglie Elisabetta Soddu, in collaborazione con l’Università di Cagliari e il sostegno di Regione e Sardegna Film Commission, il film di cui si stanno ultimando le riprese è liberamento tratto da “Il vento e altri racconti” di Antonio Cossu.

Cosa l’ha colpita di questo racconto tanto da proporne un adattamento cinematografico?

«Mi ha conquistato la forza metaforica della sfida che il protagonista, un vecchio uomo, ingaggia con la natura. Nella speranza, vana, di poterla dominare. E poi il suo rapporto con un ragazzino, l’altro personaggio della storia».

Ma come ha scelto gli interpreti?

«L’anziano protagonista è Peppeddu Cuccu, il bambino che si vede in “Banditi a Orgosolo” di Vittorio De Seta. Aveva già lavorato con me in “Sonetaula” e ho pensato subito a lui. Per il ragazzino, che si chiama Giovanni Porcu, abbiamo fatto un casting e mi ha convinto anche per la capacità di parlare in sardo ormai non così diffusa tra i giovanissimi».

Perché il film è tutto recitato in sardo?

«Parliamo di un periodo e di un ambiente in cui era l’unica lingua parlata. Degli anni Cinquanta, prima dell’arrivo delle mietitrebbie che hanno messo fine al rito tradizionale della lavorazione del grano in cui il vento aveva un ruolo fondamentale. La scelta del sardo è stata naturale, di rispetto nei confronti della storia».

I luoghi sono gli stessi descritti nel libro?

«Ci siamo spostati dal Montiferru, dov’è ambientato il racconto di Cossu, alla Trexenta che è una zona storica per la coltivazione del grano. Il paesaggio è straordinario da questo punto di vista, un luogo molto interessante e di grande impatto cinematografico».

Rispetto a quando gira un lungometraggio come si trova a dirigere un corto?

«C’è da dire che questo film nasce con finalità didattica. Da anni faccio corsi che hanno come obiettivo quello di avvicinare i ragazzi al cinema, portandoli anche sul campo, e si sceglie il formato breve perché un lungometraggio richiederebbe un impegno troppo gravoso. In generale ritengo che i corti abbiano la stessa dignità dei film lunghi, pensando alla letteratura sono in fondo come i racconti rispetto ai romanzi».

Che soddisfazioni regala a un regista affermato come lei lavorare con dei ragazzi alle prime armi?

«Bisogna precisare che al mio fianco ho un gruppo di professionisti con i quali ormai lavoro spesso, alcuni di questi cresciuti proprio all’interno di laboratori di questo tipo. Poi ci sono sul set gli allievi di quest’ultimo corso di cinema che sul campo possono apprendere cose in più, diverse, da quelle teoriche o di prove nelle aule. Per esempio tutte le problematiche legate alle riprese in esterno, alle condizioni meteorologiche».

Come il vento, atteso protagonista nel racconto: che significato ha per lei questo elemento?

«Chi nasce in Sardegna è come accompagnato dal vento sin dall’infanzia. Fa parte del nostro vissuto e quasi in modo involontario sembra darci l’idea della caducità della nostra esistenza perché sappiamo che tutto può essere spazzato dal vento».

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