Elio: «Ecco il mio Jannacci»
segue dalla copertina L’ultima volta che Elio è stato nell’isola era il 2019. Al Comunale di Sassari portò “Pierino e il lupo” con l’Ochestra Jazz della Sardegna. Non è un dettaglio, Elio non è un...
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segue dalla copertina
L’ultima volta che Elio è stato nell’isola era il 2019. Al Comunale di Sassari portò “Pierino e il lupo” con l’Ochestra Jazz della Sardegna. Non è un dettaglio, Elio non è un visitatore qualunque. Conta un rapporto trentennale con la Sardegna e i suoi “Virgili”, dice è stato il coro di Neoneli con cui ha girato l’isola. Di Neoneli, come di Orune, da anni è cittadino onorario. Un’ottima occasione per tornare.
Elio, innanzitutto: perché proprio Enzo Jannacci?
«Dietro c’è una storia particolare: mio papà era in classe con lui, è da quando sono piccolo che lo ascolto. È quasi come se fossimo imparentati, forse esagero un po’ ma è per dire che si tratta di una voce sentita sin da quando sono nato. C’è un grande affetto: ci siamo incontrati ma senza mai entrare in confidenza, però lo sento un personaggio a cui voglio bene. Oltretutto, la mia idea di spettacolo coincide molto con la sua, portarlo sul palco era un sogno che avevo da tanto tempo».
Non è il primo personaggio che omaggia. C’è stato anche Gaber...
«Colui che ha assemblato questo spettacolo e con cui collaboro da anni è Giorgio Gallione, il regista, anni fa avevamo fatto anche “La Famiglia Addams” con Geppi Cucciari… comunque, prima del covid mi aveva tra virgolette obbligato affinché portassi Gaber in scena (lo spettacolo si intitolava “Il Grigio”). Era andato molto bene nonostante la mia preoccupazione, Gaber non è proprio il mio pane. Come incentivo, mi ero fatto promettere che poi mi avrebbe aiutato a mettere in scena Jannacci. Così è stato».
Quali sono le difficoltà quando si porta su un palco un grande personaggio. Cosa l’ha spinta a farlo?
«La mia intenzione era semplicemente di rendere omaggio a una persona che ammiro e contemporaneamente cercare di farlo conoscere a chi non lo ha mai ascoltato o non lo ha mai considerato per quello che è».
Per quale motivo?
«Secondo me è uno dei più grandi interpreti e pensatori degli ultimi anni. Un personaggio trasversale, con una sua originalità, sottovalutato dal grande pubblico per vari motivi; quello principale? Secondo me in Italia chiunque, compresi noi con Elio e le storie tese, entra nel terreno comico istintivamente non viene visto come una persona da prendere seriamente. E credo sia un grandissimo errore. Da sempre, sono molto grato a chi mi ha fatto ridere tanto. E tra questi metto Jannacci, Cochi e Renato, il gruppo Repellente con Abatantuono».
Dopo numerose repliche ora si sa qualcosa in più riguardo Jannacci?
«Direi che ce l’ho fatta, tantissimi sono venuti dopo lo spettacolo a dirmi che non pensavano fosse così. Soprattutto al centro sud. È stato un rischio che ci siamo presi, è un emblema della milanesità ma quel che ha funzionato, di lui, è l’aver raccontato un altro aspetto di Milano. Passa sempre per essere la città efficiente, ma in realtà è una città di pazzi. Jannacci racconta molto bene questo aspetto di follia, di fatica, di vita fatta di piccole cose. Lui era un medico, conosceva bene la sofferenza».
Il “Ci vuole orecchio”, è la sua canzone preferita del cantautore?
«Non esattamente. Preferisco il primo Jannacci, quello degli anni ’60, quello più surreale. Tra le canzoni che mi piacciono moltissimo, “Il taxi nero”, ha il testo di Dario Fo. Ma anche l’ultimo periodo, quello più amaro. Una cosa che gli invidio è la capacità di passare dal comico al drammatico con un’efficacia eccezionale. Vorrei fare un appello»
Prego.
«Non bisogna farsi condizionare dalla sua milanesità. Raccontando Milano, Jannacci racconta tutti noi».
L’ultima volta che Elio è stato nell’isola era il 2019. Al Comunale di Sassari portò “Pierino e il lupo” con l’Ochestra Jazz della Sardegna. Non è un dettaglio, Elio non è un visitatore qualunque. Conta un rapporto trentennale con la Sardegna e i suoi “Virgili”, dice è stato il coro di Neoneli con cui ha girato l’isola. Di Neoneli, come di Orune, da anni è cittadino onorario. Un’ottima occasione per tornare.
Elio, innanzitutto: perché proprio Enzo Jannacci?
«Dietro c’è una storia particolare: mio papà era in classe con lui, è da quando sono piccolo che lo ascolto. È quasi come se fossimo imparentati, forse esagero un po’ ma è per dire che si tratta di una voce sentita sin da quando sono nato. C’è un grande affetto: ci siamo incontrati ma senza mai entrare in confidenza, però lo sento un personaggio a cui voglio bene. Oltretutto, la mia idea di spettacolo coincide molto con la sua, portarlo sul palco era un sogno che avevo da tanto tempo».
Non è il primo personaggio che omaggia. C’è stato anche Gaber...
«Colui che ha assemblato questo spettacolo e con cui collaboro da anni è Giorgio Gallione, il regista, anni fa avevamo fatto anche “La Famiglia Addams” con Geppi Cucciari… comunque, prima del covid mi aveva tra virgolette obbligato affinché portassi Gaber in scena (lo spettacolo si intitolava “Il Grigio”). Era andato molto bene nonostante la mia preoccupazione, Gaber non è proprio il mio pane. Come incentivo, mi ero fatto promettere che poi mi avrebbe aiutato a mettere in scena Jannacci. Così è stato».
Quali sono le difficoltà quando si porta su un palco un grande personaggio. Cosa l’ha spinta a farlo?
«La mia intenzione era semplicemente di rendere omaggio a una persona che ammiro e contemporaneamente cercare di farlo conoscere a chi non lo ha mai ascoltato o non lo ha mai considerato per quello che è».
Per quale motivo?
«Secondo me è uno dei più grandi interpreti e pensatori degli ultimi anni. Un personaggio trasversale, con una sua originalità, sottovalutato dal grande pubblico per vari motivi; quello principale? Secondo me in Italia chiunque, compresi noi con Elio e le storie tese, entra nel terreno comico istintivamente non viene visto come una persona da prendere seriamente. E credo sia un grandissimo errore. Da sempre, sono molto grato a chi mi ha fatto ridere tanto. E tra questi metto Jannacci, Cochi e Renato, il gruppo Repellente con Abatantuono».
Dopo numerose repliche ora si sa qualcosa in più riguardo Jannacci?
«Direi che ce l’ho fatta, tantissimi sono venuti dopo lo spettacolo a dirmi che non pensavano fosse così. Soprattutto al centro sud. È stato un rischio che ci siamo presi, è un emblema della milanesità ma quel che ha funzionato, di lui, è l’aver raccontato un altro aspetto di Milano. Passa sempre per essere la città efficiente, ma in realtà è una città di pazzi. Jannacci racconta molto bene questo aspetto di follia, di fatica, di vita fatta di piccole cose. Lui era un medico, conosceva bene la sofferenza».
Il “Ci vuole orecchio”, è la sua canzone preferita del cantautore?
«Non esattamente. Preferisco il primo Jannacci, quello degli anni ’60, quello più surreale. Tra le canzoni che mi piacciono moltissimo, “Il taxi nero”, ha il testo di Dario Fo. Ma anche l’ultimo periodo, quello più amaro. Una cosa che gli invidio è la capacità di passare dal comico al drammatico con un’efficacia eccezionale. Vorrei fare un appello»
Prego.
«Non bisogna farsi condizionare dalla sua milanesità. Raccontando Milano, Jannacci racconta tutti noi».
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