La Nuova Sardegna

Roberta Bruzzone: «Care donne, liberatevi dalla cultura maschilista»

Alessandro Pirina
Roberta Bruzzone: «Care donne, liberatevi dalla cultura maschilista»

La criminologa in Sardegna per presentare il suo libro "Favole da incubo"

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Ormai in Italia quando si parla di crimini il primo nome che viene in mente è il suo. Roberta Bruzzone è una delle principali esperte in materia e tutte le trasmissioni televisive fanno a gara per averla come ospite, per avere una sua opinione su questo o quel delitto. La prossima settimana la criminologa più famosa d’Italia sarà in Sardegna, il 2 agosto a Portoscuso e il 5 a Calasetta, ospite della rassegna “Liberevento”. Bruzzone presenterà il libro “Favole da incubo”, scritto a quattro mani con la giornalista Emanuela Valente. Un’analisi lucida sulle cause del femminicidio partendo da dieci casi di cronaca tra i più sconvolgenti degli ultimi anni, da Roberta Ragusa a Elena Ceste.

Dottoressa Bruzzone, dieci favole da incubo, dieci casi di donne massacrate dagli uomini: come avete scelto queste storie?

«È stato uno dei momenti più delicati della realizzazione del libro. Purtroppo le storie di femminicidio sono tantissime e bisognava fare una scelta. Il nostro obiettivo era trovare quelle che meglio incarnassero i 10 stereotipi più diffusi sulle donne che portano ai pregiudizi di genere, che spesso hanno degli epiloghi terribili. L’intervento dello stereotipo non è rilevante solo nei protagonisti, ma anche in coloro che stanno loro attorno: famiglie, istituzioni, servizi sociali, amici. Alla fine di ogni storia c’è monito, che ricorda la morale delle favole».

Ma quali sono questi stereotipi?

«Il più diffuso è quello che considera l’uomo un essere superiore senza il quale la donna non possa vivere».

Ogni anno in Italia vengono uccise più di cento donne: cosa hanno spesso in comune i vari femminicidi?

«Quasi tutte le storie si somigliano. Spesso c’è l’incapacità dell’uomo di accettare la fine della relazione, intesa come umiliazione pubblica. Quello che spesso fa scattare la violenza non è solo sete di possesso, ma proprio il fatto di essere lasciati. L’uomo si sente superiore e la donna che lo lascia è un’onta alla sua virilità».

Quando si parla di femminicidio è inevitabile chiamare in causa la cultura patriarcale di cui ancora oggi è permeata la società. L’Italia è ancora così indietro?

«Non è un problema solo italiano, attraversa un po’ tutte le culture. Forse solo nel nord Europa sono un po’ più avanti di noi sui modelli di genere. Ma se pensiamo all’America latina, all’Asia. O peggio ancora all’India o al Pakistan, dove la condizione vive una condizione che noi abbiamo attraversato nel Medioevo. Insomma, non è un problema solo italiano, ma da noi la situazione è delicata».

Quali strumenti hanno in mano le donne per difendersi dalla violenza degli uomini?

«L’unica forma di difesa è la prevenzione. E dunque un cambiamento radicale dei modelli educativi. Il problema è che gli stereotipi di genere agiscono anche sulle donne. Spesso i loro nemici sono le donne stesse, aggrappate a modelli educativi beceri e quegli stessi modelli li trasmettono alle nuove generazioni. Molte donne sono convinte che non ha senso se non si realizzano in ambito familiare o nella maternità».

Nel libro parla anche del caso di Valentina Pitzalis.

«Ho avuto modo di approfondire gli atti e non ho mai avuto dubbi sul fatto che lei fosse la vittima. L’ex marito era una persone con una problematica notevole. La precedente fidanzatina ha avuto un destino più favorevole di Valentina ma anche lei fu presa di mira».

Ddl Zan: che ne pensa?

«La problematica dell’omotransfobia è seria, perché ancora oggi nei modelli educativi c’è una lettura becera e si fa difficoltà a superare questo tipo di posizione. Ben venga una normativa che punisca questi comportamenti».

La Sardegna è martoriata dagli incendi: le è mai capitato di indagare sul comportamento di un piromane?

«Sì, e sarebbe molto utile una analisi criminologica. Questo tipo di soggetto agisce sempre con obiettivi mirati, gli stessi. Perché sul fatto che si tratti di incendi dolosi non c’è alcun dubbio».

Quando ha deciso di fare la criminologa?

«Non ho mai voluto fare altro, ho seguito la mia naturale inclinazione».

Qual è il primo caso che da bambina colpì la sua attenzione?

«Ero già più grande e avevo deciso cosa fare: fu il caso di via Poma».

Non disdegna la tv, è opinionista a “Ballando con le stelle”: a chi la critica per queste scelte cosa risponde?

«Ci sono molti modi per esercitare la propria professione. A “Ballando” faccio una valutazione psicologica dei concorrenti che fanno un percorso per nulla facile. Al di là di questo ogni tanto un sorriso in più non fa male a nessuno».

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