Teatro
“Nuvole” a Siracusa nella traduzione di un docente sardo
Un maestro della regia italiana, una compagnia strepitosa e una commedia con una grandissima vis comica ma dai contenuti profondi. Mentre al Teatro Greco di Siracusa, «Coefore Eumenidi» di Eschilo e...
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Un maestro della regia italiana, una compagnia strepitosa e una commedia con una grandissima vis comica ma dai contenuti profondi. Mentre al Teatro Greco di Siracusa, «Coefore Eumenidi» di Eschilo e «Baccanti» di Euripide continuano a riscuotere un grande successo, è tutto pronto per il debutto della terza produzione del 2021 della Fondazione Inda: «Nuvole» di Aristofane per la regia di Antonio Calenda. Lo spettacolo ha la traduzione dal greco di Nicola Cadoni, docente al liceo classico “Azuni” di Sassari e debutterà martedì 3 agosto, per restare in scena fino al 21 agosto, alternandosi con «Baccanti» diretto da Carlus Padrissa della compagnia catalana La Fura dels Baus.
Antonio Calenda è alla sua ottava regia al Teatro Greco di Siracusa, da «Aiace» di Sofocle nel 1988 alle «Baccanti» di Euripide nel 2012. «La qualità sfumata dei confini della realtà descritta in questa commedia, che alterna irresistibile commedia ad amare derive, a tragici esiti – sono le parole di Antonio Calenda –, a figure inquietanti e grottesche, è assonante con un tempo in cui, per Aristofane, ogni dimora, soprattutto quella del Pensiero, è resa instabile da una filosofia che rispetta solo la ragione dell’evidenza, in cui ci si chiede dove siano finiti gli dei della polis». Nel cast di «Nuvole» ci sono tra gli altri Stefano Santospago (Aristofane), Nando Paone (Strepsiade), Massimo Nicolini (Fidippide), Antonello Fassari (Socrate), Daniela Giovanetti.
Che problemi ha dovuto affrontare Nicola Cadoni nella traduzione di “Nuivole» per lo spettacolo di Calenda? «Quello di Aristofane – spiega il docente sassarese – è uno stile rutilante e vertiginoso, fatto di slanci lirici e minuziose ispezioni nei bassifondi, di ripetuti richiami a un quotidiano ateniese per noi lontanissimo, di allusioni e citazioni e giochi verbali che spesso è difficile comprendere e spiegare è impraticabile».
«Le Nuvole poi – aggiunge Cadoni – all’interno della produzione aristofanea che ci è ancora dato leggere, possiedono qualcosa in più: una potente venatura tragica – eschilea – che è sostanza ancor più che forma. Quanto alla forma, questo aspetto si estrinseca in un’ispirazione assai felice nei canti corali: in essi Aristofane adotta un registro magistralmente consono all’essenza dell’etereo coro che li pronuncia, toccando vette liriche mai più raggiunte». «Al traduttore – prosegue Cadoni – si presenta il compito, faticoso e appassionante insieme, di provare a riprodurre tali vertici che si stagliano solenni, quasi estranei, in mezzo a quei fenomenali tempi e sensi comici che costituiscono la cifra più autentica del genio di Aristofane. Tempi e sensi comici che sono ancora più ardui da restituire: infatti, al netto della riconosciuta e universale vis del poeta, la distanza che separa il loro contesto dal nostro è ben maggiore di quella che divide un raffinato canto di nuvole dall’immediata reazione intestinale del buffo protagonista che le ascolta tremebondo».
«Insomma – conclude il docente dell’Azuni – la traduzione di Aristofane, a maggior ragione quando si tratta di una commedia dai contorni unici come “Nuvole”, comporta un altissimo coefficiente di difficoltà: somiglia a un esercizio spericolato da acrobata. Nell’affrontarlo, e nell’intento di restare il più vicino possibile allo spirito dell’autore, ho perseverato fino in fondo nel basilare precetto di pensare costantemente alla scena. E però, anche dopo l’ennesima rilettura, ho l’impressione che non ci sia verso o rigo di questa mia proposta che non contenga un po’ più o un po’ meno di quel “necessario” che pare irraggiungibile».
Antonio Calenda è alla sua ottava regia al Teatro Greco di Siracusa, da «Aiace» di Sofocle nel 1988 alle «Baccanti» di Euripide nel 2012. «La qualità sfumata dei confini della realtà descritta in questa commedia, che alterna irresistibile commedia ad amare derive, a tragici esiti – sono le parole di Antonio Calenda –, a figure inquietanti e grottesche, è assonante con un tempo in cui, per Aristofane, ogni dimora, soprattutto quella del Pensiero, è resa instabile da una filosofia che rispetta solo la ragione dell’evidenza, in cui ci si chiede dove siano finiti gli dei della polis». Nel cast di «Nuvole» ci sono tra gli altri Stefano Santospago (Aristofane), Nando Paone (Strepsiade), Massimo Nicolini (Fidippide), Antonello Fassari (Socrate), Daniela Giovanetti.
Che problemi ha dovuto affrontare Nicola Cadoni nella traduzione di “Nuivole» per lo spettacolo di Calenda? «Quello di Aristofane – spiega il docente sassarese – è uno stile rutilante e vertiginoso, fatto di slanci lirici e minuziose ispezioni nei bassifondi, di ripetuti richiami a un quotidiano ateniese per noi lontanissimo, di allusioni e citazioni e giochi verbali che spesso è difficile comprendere e spiegare è impraticabile».
«Le Nuvole poi – aggiunge Cadoni – all’interno della produzione aristofanea che ci è ancora dato leggere, possiedono qualcosa in più: una potente venatura tragica – eschilea – che è sostanza ancor più che forma. Quanto alla forma, questo aspetto si estrinseca in un’ispirazione assai felice nei canti corali: in essi Aristofane adotta un registro magistralmente consono all’essenza dell’etereo coro che li pronuncia, toccando vette liriche mai più raggiunte». «Al traduttore – prosegue Cadoni – si presenta il compito, faticoso e appassionante insieme, di provare a riprodurre tali vertici che si stagliano solenni, quasi estranei, in mezzo a quei fenomenali tempi e sensi comici che costituiscono la cifra più autentica del genio di Aristofane. Tempi e sensi comici che sono ancora più ardui da restituire: infatti, al netto della riconosciuta e universale vis del poeta, la distanza che separa il loro contesto dal nostro è ben maggiore di quella che divide un raffinato canto di nuvole dall’immediata reazione intestinale del buffo protagonista che le ascolta tremebondo».
«Insomma – conclude il docente dell’Azuni – la traduzione di Aristofane, a maggior ragione quando si tratta di una commedia dai contorni unici come “Nuvole”, comporta un altissimo coefficiente di difficoltà: somiglia a un esercizio spericolato da acrobata. Nell’affrontarlo, e nell’intento di restare il più vicino possibile allo spirito dell’autore, ho perseverato fino in fondo nel basilare precetto di pensare costantemente alla scena. E però, anche dopo l’ennesima rilettura, ho l’impressione che non ci sia verso o rigo di questa mia proposta che non contenga un po’ più o un po’ meno di quel “necessario” che pare irraggiungibile».
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