Andrea Pennacchi: «Da Petra a Baggio un anno eccezionale, ma che paura il Covid»
Alessandro Pirina
L'attore protagonista al festival dei Tacchi di Jerzu con due spettacoli, un libro e un laboratorio
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Un anno fa era rimasto entusiasta dell’esperienza a Jerzu. L’aveva detto anche in una intervista alla Nuova. Tanto che quest’anno il festival dei Tacchi lo ha rivoluto come protagonista (quasi) assoluto della kermesse ogliastrina: un laboratorio, un incontro letterario e due spettacoli. Un’altra soddisfazione che va ad aggiungersi alle tante che Andrea Pennacchi ha potuto collezionare negli ultimi mesi. Un anno da incorniciare dal punto di vista professionale - dal successo di “Petra” con Paola Cortellesi al film su Baggio, fino alla sua partecipazione a “Propaganda live” nel ruolo del Pojana, il leghista super sovranista - ma con una parentesi personale da dimenticare: Pennacchi non è riuscito a sfuggire al Covid ed è finito intubato in rianimazione.
Pennacchi, di nuovo a Jerzu e con programma ricchissimo.
«Forse ho esagerato con la mia presenza. Oggi (ieri, ndr) ho iniziato un laboratorio sul racconto. Poi porterò in scena l’Odissea e tra due giorni sarò sul palco con Pojana: sono proprio curioso di vedere come verrà accolto a Jerzu. E ora sto andando a presentare il mio libro. Perché ora sono anche scrittore (ride)».
Con il Covid se l’è vista brutta.
«Sono finito in rianimazione, ho voluto provare l’esperienza al cento per cento. Mia moglie mi ha detto: “sei il solito esagerato”. All’inizio come la maggior parte di chi si becca questo malanno ho avuto molta tosse, poi di fronte a quel bivio tra guarigione e peggioramento - un passaggio che ancora nessuno ha capito bene - ho avuto una polmonite fulminante. Mi hanno detto che è stato come un incendio in una steppa. Per fortuna mia moglie ha chiamato l’ambulanza e ha insistito perché mi ricoverassero. E mi sono ritrovato intubato».
Ha avuto paura?
«Nella fase discendente della malattia no, non hai neanche il tempo di averla. Più durante la guarigione, perché non c’è nulla di certo, non sai come può andare a finire».
Professionalmente, però, è stato un anno eccezionale. A partire dal successo di “Petra” su Sky.
«Abbiamo appena finito di girare la seconda stagione. Visto che la prima è andata bene la rete ha deciso di fare un sequel. I romanzi di Alicia Giménez-Bartlett non mancano. E poi sono piaciuti molto sia l’impostazione narrativa che il rapporto con Paola. Siamo riusciti a costruire una cosa bella. E c’è sempre Genova sulla sfondo. Una città meravigliosa che anche quest’anno ci ha accolti benissimo».
In “Il divin Codino” di Netflix ha interpretato Florindo Baggio: ha avuto modo di conoscere il grande campione?
«Purtroppo non di persona. Lui veniva spesso sul set, ma mai quando c’ero io. Però dopo l’uscita del film mi ha telefonato per dirmi che gli era piaciuta molto la figura del padre, che tra l’altro è mancato da poco. Era molto contento per come l’ho reso sullo schermo».
A settembre tornerà al cinema con “Welcome Venice” di Andrea Segre che aprirà le Giornate degli autori a Venezia.
«Una grande soddisfazione. Per me è il terzo film con Andrea, ma il primo da protagonista. Siamo molto amici, ci conosciamo da un bel pezzo, ma quando lui sceglie i suoi attori non lo fa di certo per quello. È un film ambientato a Venezia ed è bellissimo che siamo anche al festival. E poi - lasciate perdere me - ci sono fiori di attori: Paolo Pierobon, Giuliana Musso, Ottavia Piccolo, Roberto Citran. Quasi tutti veneti».
A proposito di veneti, ma il Pojana si è vaccinato?
«Certo, lui fa qualsiasi cosa non gli impedisca di lavorare. E a quelli che gli dicono: “guarda che magari fra due anni muori” Lui alza le spalle e risponde: vedaremo».
Pennacchi, di nuovo a Jerzu e con programma ricchissimo.
«Forse ho esagerato con la mia presenza. Oggi (ieri, ndr) ho iniziato un laboratorio sul racconto. Poi porterò in scena l’Odissea e tra due giorni sarò sul palco con Pojana: sono proprio curioso di vedere come verrà accolto a Jerzu. E ora sto andando a presentare il mio libro. Perché ora sono anche scrittore (ride)».
Con il Covid se l’è vista brutta.
«Sono finito in rianimazione, ho voluto provare l’esperienza al cento per cento. Mia moglie mi ha detto: “sei il solito esagerato”. All’inizio come la maggior parte di chi si becca questo malanno ho avuto molta tosse, poi di fronte a quel bivio tra guarigione e peggioramento - un passaggio che ancora nessuno ha capito bene - ho avuto una polmonite fulminante. Mi hanno detto che è stato come un incendio in una steppa. Per fortuna mia moglie ha chiamato l’ambulanza e ha insistito perché mi ricoverassero. E mi sono ritrovato intubato».
Ha avuto paura?
«Nella fase discendente della malattia no, non hai neanche il tempo di averla. Più durante la guarigione, perché non c’è nulla di certo, non sai come può andare a finire».
Professionalmente, però, è stato un anno eccezionale. A partire dal successo di “Petra” su Sky.
«Abbiamo appena finito di girare la seconda stagione. Visto che la prima è andata bene la rete ha deciso di fare un sequel. I romanzi di Alicia Giménez-Bartlett non mancano. E poi sono piaciuti molto sia l’impostazione narrativa che il rapporto con Paola. Siamo riusciti a costruire una cosa bella. E c’è sempre Genova sulla sfondo. Una città meravigliosa che anche quest’anno ci ha accolti benissimo».
In “Il divin Codino” di Netflix ha interpretato Florindo Baggio: ha avuto modo di conoscere il grande campione?
«Purtroppo non di persona. Lui veniva spesso sul set, ma mai quando c’ero io. Però dopo l’uscita del film mi ha telefonato per dirmi che gli era piaciuta molto la figura del padre, che tra l’altro è mancato da poco. Era molto contento per come l’ho reso sullo schermo».
A settembre tornerà al cinema con “Welcome Venice” di Andrea Segre che aprirà le Giornate degli autori a Venezia.
«Una grande soddisfazione. Per me è il terzo film con Andrea, ma il primo da protagonista. Siamo molto amici, ci conosciamo da un bel pezzo, ma quando lui sceglie i suoi attori non lo fa di certo per quello. È un film ambientato a Venezia ed è bellissimo che siamo anche al festival. E poi - lasciate perdere me - ci sono fiori di attori: Paolo Pierobon, Giuliana Musso, Ottavia Piccolo, Roberto Citran. Quasi tutti veneti».
A proposito di veneti, ma il Pojana si è vaccinato?
«Certo, lui fa qualsiasi cosa non gli impedisca di lavorare. E a quelli che gli dicono: “guarda che magari fra due anni muori” Lui alza le spalle e risponde: vedaremo».
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