La biografia
Il “genio spezzato” di Attilio Deffenu nella Nuoro del ’900
Attilio Deffenu. Un genio spezzato. Antonio Rojch propone già nel titolo del suo libro la cifra più veritiera dell’esperienza di Deffenu: una promessa straordinaria per la cultura e per la politica...
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Attilio Deffenu. Un genio spezzato. Antonio Rojch propone già nel titolo del suo libro la cifra più veritiera dell’esperienza di Deffenu: una promessa straordinaria per la cultura e per la politica che non si è potuta compiere per la sua morte a 27 anni, sul fronte del Piave nel giugno del 1918.
Il profilo morale e mentale di Deffenu può essere compreso soltanto alla luce della cultura e delle ideologie della Belle Époque: il sindacalismo di Georges Sorel, il meridionalismo di Gaetano Salvemini, l’avanguardismo letterario di Giuseppe Prezzolini. Ma si può evocare anche il pensiero di Friedrich Nietzsche, per quanto superficialmente conosciuto. Deffenu, infatti, riecheggia un passo dello «Zarathustra» quando scrive di camminare a Nuoro in mezzo non «a uomini ma a frammenti di uomini».
Deffenu non parla mai bene di Nuoro, ed è ingeneroso nei confronti del suo luogo natio, che fornisce il primo alimento alla sua precocissima curiosità intellettuale. Sul principio del Novecento Nuoro non è capoluogo di provincia e non è propriamente neppure una città perché non raggiunge gli ottomila abitanti. Ma è la Nuoro di Grazia Deledda, di Sebastiano Satta, di Francesco Ciusa, e cioè delle espressioni più alte della cultura sarda tra fine Ottocento e primo Novecento. È la Nuoro sospesa tra tradizione e modernità di cui Rojch ci offre un quadro ricco e vivo: non il luogo tetro, il «nido di corvi», rappresentato da Salvatore Satta ne «Il giorno del giudizio», e neppure l’«orrendo deserto» che Deffenu vede al rientro dagli studi universitari a Pisa.
Sono specialmente godibili le pagine che Rojch riserva al contrastato rapporto di Deffenu con la Deledda, e non lo sono meno quelle dedicate ad altre figure di nuoresi. Come le pagine su Menotti Gallisai, maestro e mancato parlamentare, di cui Salvatore Satta sbozza un profilo caricaturale e forse malevolo, o come le pagine sulla figura tanto singolare quanto affascinante di Francesco Cucca. Ma a Nuoro e dintorni emerge una folla di personaggi di rilievo della politica e della cultura sarda, tutti partecipi in qualche misura dell’esperienza di Deffenu: Michele Saba, Nicolò Fancello, Francesco Dore, Pietro Mastino, Luigi Oggiano e il sassarese Camillo Bellieni, che di lui scrive una breve ma mirabile biografia, di cui Rojch propone alcune delle pagine più acute: quelle in cui Bellieni coglie l’originalità e, direi persino, lo specifico sardo del marxismo di Deffenu.
Soltanto alla luce della componente marxista della sua formazione si può comprendere, peraltro, il discorso sull’autonomia di Deffenu, sviluppato a partire dalla militanza nel movimento antiprotezionista. Il«Manifesto della Lega antiprotezionista», da lui redatto quando ha solo 23 anni, contiene infatti già tutti gli elementi teorici di quella visione nuova della questione sarda che di lì a poco svilupperà nella rivista «Sardegna». Ricordo la celebre affermazione secondo cui per sottrarsi alla staticità e alla miseria dell’economia tradizionale, la Sardegna deve cominciare a «vivere capitalisticamente». Cosa appunto impossibile se non eliminando gli ostacoli alla libertà di commercio che hanno reso l’isola dipendente dall’economia industriale del Nord Italia. Questa tesi è il cuore della splendida analisi che Deffenu sviluppa nel saggio del 1914 «Sul momento attuale dell’economia sarda», nel quale critica acutamente la legislazione speciale sulla Sardegna ispirata dal liberale Francesco Cocco Ortu, a suo avviso priva di una visione di sistema.
La critica della politica coccortiana, che nella sostanza riguarda l’intera élite liberale, si fa più dura in occasione del Congresso dei Sardi a Roma, nel maggio del 1914, definito un’«accademia della vanità politica». A rappresentarvi l’isola, scrive Deffenu, sono soltanto «fabbricanti d’impiastri parlamentari, tristi figuri» che antepongono i propri interessi politici e clientelari alla «causa sacrosanta» della Sardegna.
Il libro di Rojch contiene molto altro, ma chiudo con una notazione sulla tecnica utilizzata per raccontare Deffenu e con lui Nuoro: una tecnica cinematografica, con il montaggio sapiente di scritti di Deffenu, di altri intellettuali e dello stesso autore. Il tutto impreziosito da foto d’epoca e dalle illustrazioni di Mario Adolfi.
Il profilo morale e mentale di Deffenu può essere compreso soltanto alla luce della cultura e delle ideologie della Belle Époque: il sindacalismo di Georges Sorel, il meridionalismo di Gaetano Salvemini, l’avanguardismo letterario di Giuseppe Prezzolini. Ma si può evocare anche il pensiero di Friedrich Nietzsche, per quanto superficialmente conosciuto. Deffenu, infatti, riecheggia un passo dello «Zarathustra» quando scrive di camminare a Nuoro in mezzo non «a uomini ma a frammenti di uomini».
Deffenu non parla mai bene di Nuoro, ed è ingeneroso nei confronti del suo luogo natio, che fornisce il primo alimento alla sua precocissima curiosità intellettuale. Sul principio del Novecento Nuoro non è capoluogo di provincia e non è propriamente neppure una città perché non raggiunge gli ottomila abitanti. Ma è la Nuoro di Grazia Deledda, di Sebastiano Satta, di Francesco Ciusa, e cioè delle espressioni più alte della cultura sarda tra fine Ottocento e primo Novecento. È la Nuoro sospesa tra tradizione e modernità di cui Rojch ci offre un quadro ricco e vivo: non il luogo tetro, il «nido di corvi», rappresentato da Salvatore Satta ne «Il giorno del giudizio», e neppure l’«orrendo deserto» che Deffenu vede al rientro dagli studi universitari a Pisa.
Sono specialmente godibili le pagine che Rojch riserva al contrastato rapporto di Deffenu con la Deledda, e non lo sono meno quelle dedicate ad altre figure di nuoresi. Come le pagine su Menotti Gallisai, maestro e mancato parlamentare, di cui Salvatore Satta sbozza un profilo caricaturale e forse malevolo, o come le pagine sulla figura tanto singolare quanto affascinante di Francesco Cucca. Ma a Nuoro e dintorni emerge una folla di personaggi di rilievo della politica e della cultura sarda, tutti partecipi in qualche misura dell’esperienza di Deffenu: Michele Saba, Nicolò Fancello, Francesco Dore, Pietro Mastino, Luigi Oggiano e il sassarese Camillo Bellieni, che di lui scrive una breve ma mirabile biografia, di cui Rojch propone alcune delle pagine più acute: quelle in cui Bellieni coglie l’originalità e, direi persino, lo specifico sardo del marxismo di Deffenu.
Soltanto alla luce della componente marxista della sua formazione si può comprendere, peraltro, il discorso sull’autonomia di Deffenu, sviluppato a partire dalla militanza nel movimento antiprotezionista. Il«Manifesto della Lega antiprotezionista», da lui redatto quando ha solo 23 anni, contiene infatti già tutti gli elementi teorici di quella visione nuova della questione sarda che di lì a poco svilupperà nella rivista «Sardegna». Ricordo la celebre affermazione secondo cui per sottrarsi alla staticità e alla miseria dell’economia tradizionale, la Sardegna deve cominciare a «vivere capitalisticamente». Cosa appunto impossibile se non eliminando gli ostacoli alla libertà di commercio che hanno reso l’isola dipendente dall’economia industriale del Nord Italia. Questa tesi è il cuore della splendida analisi che Deffenu sviluppa nel saggio del 1914 «Sul momento attuale dell’economia sarda», nel quale critica acutamente la legislazione speciale sulla Sardegna ispirata dal liberale Francesco Cocco Ortu, a suo avviso priva di una visione di sistema.
La critica della politica coccortiana, che nella sostanza riguarda l’intera élite liberale, si fa più dura in occasione del Congresso dei Sardi a Roma, nel maggio del 1914, definito un’«accademia della vanità politica». A rappresentarvi l’isola, scrive Deffenu, sono soltanto «fabbricanti d’impiastri parlamentari, tristi figuri» che antepongono i propri interessi politici e clientelari alla «causa sacrosanta» della Sardegna.
Il libro di Rojch contiene molto altro, ma chiudo con una notazione sulla tecnica utilizzata per raccontare Deffenu e con lui Nuoro: una tecnica cinematografica, con il montaggio sapiente di scritti di Deffenu, di altri intellettuali e dello stesso autore. Il tutto impreziosito da foto d’epoca e dalle illustrazioni di Mario Adolfi.
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