La Nuova Sardegna

Ron: «I live sono la mia vita»

Alessandro Pirina
Ron: «I live sono la mia vita»

Il cantautore in concerto ad Alghero racconta i suoi 50 anni di carriera

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Un’aria da eterno ragazzo ma più di cinquant’anni di carriera alle spalle con vittorie al Festivalbar e Sanremo. Le sue canzoni sono ormai degli evergreen della musica italiana, da “Non abbiam bisogno di parole” a “Vorrei incontrarti fra cent’anni”, da “Tutti quanti abbiamo un angelo” a “Una città per cantare”. Senza dimenticare le grandi hit di Lucio Dalla che portano la sua firma, da “Piazza grande” ad “Attenti al lupo”. Successi su successi che Ron proporrà al pubblico di Alghero. Il cantautore di Garlasco, infatti, è uno dei grandi protagonisti dell’estate della Riviera del corallo. L’appuntamento è per martedì 24 agosto alle 21.30 all’Arena rugby di Maria Pia, che nei giorni scorsi ha ospitato Francesco De Gregori, oggi avrà sul palco Rkomi, domani Mahmood e il 28 Edoardo Bennato, per poi chiudere in grande a settembre con un doppio live di Antonello Venditti. I biglietti per il concerto di Ron - organizzato da Bayou Club Events in collaborazione con Fondazione Alghero - sono ancora disponibili: sono suddivisi in fasce e partono da 15 euro.

In realtà Ron si sarebbe già dovuto esibire ad Alghero lo scorso anno, ma l’emergenza Covid riesplosa dopo Ferragosto aveva costretto gli organizzatori a rinviare tutto.

Ron, come ha vissuto la lontananza dal palco?

«Io sono uno che ama i concerti live, anche più di fare i dischi. La mancanza del contatto con il pubblico l’ho vissuta con molta sofferenza. Quando ho la possibilità di cantare davanti alla gente scatta qualcosa di forte. L’ho sempre voluto, già da quando ero bambino. Mi piaceva partecipare ai concorsi perché era un modo di stare davanti al pubblico. E ancora oggi vivo i concerti come qualcosa di unico, ogni sera diverso».

Sul concerto di Salmo a Olbia Fedez e Bersani hanno criticato il rapper, De Gregori e Morgan lo hanno difeso: lei con chi si schiera?

«Salmo non ha fatto bene per niente. Non era un modo sano per fare arrivare il messaggio. Lui ha tratto le conclusioni senza fare una domanda né aspettare una risposta. Una cosa violenta nei modi».

Oltre cinquant’anni di carriera: che ricordi ha di quel giovanissimo Rosalino che sognava di diventare cantante?

«Era un ragazzo che non aveva in mente nient’altro che cantare. Mi innamorai del suono del piano a 7 anni, mi sedevo di fianco a mio fratello, lui suonava e io cantavo. Lì è scattato tutto. Poi la scuola di canto a Garlasco, tanti concorsi, in uno dei quali incontrai il promoter della Rca che dopo un paio d’anni mi fece fare Sanremo».

Tra i primi incontri ci fu Lucio Dalla, con cui poi ha scritto meravigliose pagine di musica.

«Proprio quel promoter mi disse di andare a Roma perché c’era un cantautore che voleva farmi ascoltare una canzone. Andai con mio padre e lì incontrai per la prima volta Lucio: era tutto ingessato a causa di un incidente. Mi propose “Occhi di ragazza”, ma la commissione di Sanremo la bocciò. Poco dopo diventò un grandissimo successo di Gianni Morandi».

Com’era Lucio Dalla?

«Lucio era una persona totalmente diversa da me. Abbiamo ricevuto due educazioni diverse. Lui aveva una mamma eccezionale, folle come lui. Lei stravedeva per lui e lui per lei. Era la sua più grande ammiratrice, gli faceva tutti gli abiti: anche a Sanremo ’71 lui era tutto vestito dalla Jole. Io invece venivo da una famiglia molto perbene e il perbenismo mi si incollò addosso. Quando incontrai Lucio per la prima volta cominciò a fare gli occhi storti, le smorfie e pensai: “ma chi è ’sto matto?”. Lucio era la persona più generosa conosciuta in vita mia. Stava bene, era ricco, ma divideva tanto».

“Una famiglia vera e propria non ce l’ho, e la mia casa è Piazza Grande”: come nasce questo stupendo pezzo diventato l’inno di Bologna?

«Era un momento magico, eravamo su una nave che ci portava in Sicilia per un concerto. Mi misi a strimpellare con la chitarra e vennero fuori le prime note di “Piazza grande”. Lucio si svegliò: “ma l’hai fatta tu? Fai anche così...”. Io feci le strofe e lui l’inciso: in venti minuti era fatta. Poi Bardotti e Baldazzi scrissero il testo, che sapeva poco di mare, ma era perfetto per Lucio».

Quando avviene il passaggio da Rosalino a Ron?

«La vera consapevolezza di me stesso avviene con “Una città per cantare”. Ascoltavo molta musica americana e inglese, i cantautori della West coast. Avevo comprato “Running to empty” di Jackson Browne e rimasi impietrito dalla bellezza del disco, realizzato tra hotel, pullman, palazzetti. Questa cosa mi fece pensare, perché era anche la storia mia e di tutti quelli che vanno in giro a suonare. Con tutto quello che comporta, tra momenti no e momenti sì».

Uno dei suoi più grandi successi, “Una città per cantare”, è diventato anche un laboratorio per giovani talenti.

«È una scuola per bambini e adulti. C’è una grande attenzione per loro: l’obiettivo non è solo quello di diventare famosi, ma soprattutto bravi. Enula, per esempio, ha studiato a Garlasco e quando è arrivata ad “Amici” si era già fatta la sua esperienza. Che poi è quello che ho fatto anche io. Da ragazzino avevo un gruppo, Amleto and his problems, andavamo in giro a cantare per 38mila lire da dividerci in otto. In quegli anni ho imparato tantissimo, dallo stare sul palco a sopportare tutto quanto avviene sotto».

Lei faceva parte della scuola bolognese con Dalla e Morandi: esperienze come quella sarebbero possibili oggi?

«Arrivai a Bologna nel 1971, era molto diversa da oggi. Non esisteva in Italia una città così importante per l’arte. Come arrivai dissi: “questo è il mio posto”. Ogni 5 metri c’era una cantina con un gruppo che suonava, sembrava Nashville. Oggi sono cambiate molte cose, non credo sia più così».

Nel suo curriculum ci sono anche film: il cinema è più un hobby o un rimpianto?

«In qualche modo ha centrato la domanda. Il cinema è la mia seconda passione dopo la musica. Avevo fatto uno spettacolo con Renato Zero e altri artisti Rca, venne un regista nel camerino e mi disse: “tu sei perfetto per il mio film”. Pensavo mi stesse prendendo in giro, invece quando arrivai sul set e vidi la mia sedia con scritto “Rosalino Cellamare” non credetti ai miei occhi. Feci anche qualche altro film, ma la musica ha vinto sempre. Oggi farei molto volentieri un musical in cui cantare, ballare e recitare».

Ultima domanda: chi vorrebbe incontrare tra cent’ anni?

«Quei grandi artisti che mi hanno insegnato tantissimo. Penso a Elton John per il piano o James Taylor per la chitarra. Alcuni ho avuto la fortuna di incontrarli. Jackson Browne è stato anche a “Una città per cantare”. Mentre una volta in America - era il 1981 - ero in ascensore e salì il mio grande idolo, David Bowie. Rimasi senza respiro e non dissi niente. Ma dentro di me pensai: “è più basso di me”».
 

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