L’INTERVISTA
Letizia Battaglia: «Una vita a inseguire libertà e bellezza»
Lei ha cominciato a Palermo nel 1969 come redattrice del quotidiano “L’Ora”. Com’era essere giornalista e donna allora e nella redazione di quella testata?«“L’Ora” era un giornale comunista, ma...
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Lei ha cominciato a Palermo nel 1969 come redattrice del quotidiano “L’Ora”. Com’era essere giornalista e donna allora e nella redazione di quella testata?
«“L’Ora” era un giornale comunista, ma essere donna pesava lo stesso. Le barriere di genere esistevano anche in un posto come quello. Magari più nascoste, meno immediatamente percepibili, ma esistevano. Eccome se esistevano. Io però sono andata avanti. Volevo la mia libertà. E volevo che questa mia ricerca personale passasse anche attraverso un esercizio della professione non condizionato».
Nel 1974 il passaggio dalla scrittura al fotoreportage. I suoi servizi sui morti di mafia.
«Allora la mafia era spietata, sanguinaria. C’era una guerra, tra cosche e contro lo Stato. E uccidevano anche donne e bambini. Ho fotografato un bambino massacrato dai sicari. Ma non l’ho mai pubblicata quell’immagine, per decenni. Solo da poco l’ho esposta in una mostra. E sa perché? Perché ho pensato che la ferocia di cui sono capaci gli esseri umani bisogna avere il coraggio di guardarla in faccia. Quegli anni passati a scattare immagini di morti in un lago di sangue mi hanno segnata profondamente. La violenza ti entra dentro. E non se ne va più».
Spesso a lei viene associata l’etichetta di “fotografa della mafia”. Riduttiva, non crede?
«Coglie solo un aspetto del lavoro che ho fatto. Io ho fotografato anche Palermo, che è una città di un’intensità straordinaria, e ho fotografato chi ci viveva in quella città martoriata dalle guerre di mafia, soprattutto le donne. E le bambine».
Già, le bambine. Nel libro “Mi prendo il mondo ovunque sia”, la sua autobiografia appena pubblicata da Einaudi, lei spiega il perché di questa scelta...
«L’ho capito dopo, con il trascorrere del tempo, il perché di questa mia scelta. A dieci anni una sera, mentre giravo in bicicletta per Palermo, incontrai un uomo che si masturbò davanti a me. Corsi a casa a raccontare tutto ai miei genitori. I quali si spaventarono moltissimo e da quel giorno mi impedirono di uscire da sola, per tutta l’infanzia e la prima adolescenza. Molti anni dopo c’è voluta l’analisi per capire che nelle bambine esili, indifese, senza sorriso che fotografavo cercavo me stessa bambina violata».
Le donne sono in generale uno dei soggetti più ricorrenti nella sua opera. Dagli anni Settanta a oggi quattro decenni di femminismo che cosa hanno cambiato?
«Alcune cose sono cambiate, ma ancora c’è moltissimo da fare. Le discriminazioni sul lavoro sono tuttora fortissime e la violenza e la prevaricazione non sono certo scomparse. Basti pensare alle molestie, che ancora vediamo, tutti i giorni, anche per strada. Per non dire di quella cosa orrenda che sono i femminicidi».
Lei è stata protagonista di una stagione in cui la cultura era ancora uno strumento di liberazione e si credeva che si potesse realmente cambiare il mondo ...
«Ma guardi che io credo ancora che si possa cambiare il mondo. Anche con la cultura, se la cultura è libera e non si fa schiava dei poteri. È una libertà che devi volere. Cedere è facile. Le lusinghe sono tante. Devi volere essere libera. Il mondo è ingiusto, per molti aspetti negli ultimi decenni è diventato più ingiusto. E siccome è ingiusto è anche brutto. Impegno civile e bellezza sono indissolubilmente legati».
La politica oggi?
«E’ un deserto. Davvero sconsolante se si paragona alla voglia di conoscenza, di sperimentazione, di libertà e di giustizia che c’era in giro quando io ho cominciato a lavorare. Sa che cosa mi rincuora oggi? Vedere tante donne giovanissime, tante ragazze, che la loro libertà se la prendono senza chiedere permesso a nessuno. Le guardo per strada e mi sembrano bellissime. In loro voglio vedere il futuro».
«“L’Ora” era un giornale comunista, ma essere donna pesava lo stesso. Le barriere di genere esistevano anche in un posto come quello. Magari più nascoste, meno immediatamente percepibili, ma esistevano. Eccome se esistevano. Io però sono andata avanti. Volevo la mia libertà. E volevo che questa mia ricerca personale passasse anche attraverso un esercizio della professione non condizionato».
Nel 1974 il passaggio dalla scrittura al fotoreportage. I suoi servizi sui morti di mafia.
«Allora la mafia era spietata, sanguinaria. C’era una guerra, tra cosche e contro lo Stato. E uccidevano anche donne e bambini. Ho fotografato un bambino massacrato dai sicari. Ma non l’ho mai pubblicata quell’immagine, per decenni. Solo da poco l’ho esposta in una mostra. E sa perché? Perché ho pensato che la ferocia di cui sono capaci gli esseri umani bisogna avere il coraggio di guardarla in faccia. Quegli anni passati a scattare immagini di morti in un lago di sangue mi hanno segnata profondamente. La violenza ti entra dentro. E non se ne va più».
Spesso a lei viene associata l’etichetta di “fotografa della mafia”. Riduttiva, non crede?
«Coglie solo un aspetto del lavoro che ho fatto. Io ho fotografato anche Palermo, che è una città di un’intensità straordinaria, e ho fotografato chi ci viveva in quella città martoriata dalle guerre di mafia, soprattutto le donne. E le bambine».
Già, le bambine. Nel libro “Mi prendo il mondo ovunque sia”, la sua autobiografia appena pubblicata da Einaudi, lei spiega il perché di questa scelta...
«L’ho capito dopo, con il trascorrere del tempo, il perché di questa mia scelta. A dieci anni una sera, mentre giravo in bicicletta per Palermo, incontrai un uomo che si masturbò davanti a me. Corsi a casa a raccontare tutto ai miei genitori. I quali si spaventarono moltissimo e da quel giorno mi impedirono di uscire da sola, per tutta l’infanzia e la prima adolescenza. Molti anni dopo c’è voluta l’analisi per capire che nelle bambine esili, indifese, senza sorriso che fotografavo cercavo me stessa bambina violata».
Le donne sono in generale uno dei soggetti più ricorrenti nella sua opera. Dagli anni Settanta a oggi quattro decenni di femminismo che cosa hanno cambiato?
«Alcune cose sono cambiate, ma ancora c’è moltissimo da fare. Le discriminazioni sul lavoro sono tuttora fortissime e la violenza e la prevaricazione non sono certo scomparse. Basti pensare alle molestie, che ancora vediamo, tutti i giorni, anche per strada. Per non dire di quella cosa orrenda che sono i femminicidi».
Lei è stata protagonista di una stagione in cui la cultura era ancora uno strumento di liberazione e si credeva che si potesse realmente cambiare il mondo ...
«Ma guardi che io credo ancora che si possa cambiare il mondo. Anche con la cultura, se la cultura è libera e non si fa schiava dei poteri. È una libertà che devi volere. Cedere è facile. Le lusinghe sono tante. Devi volere essere libera. Il mondo è ingiusto, per molti aspetti negli ultimi decenni è diventato più ingiusto. E siccome è ingiusto è anche brutto. Impegno civile e bellezza sono indissolubilmente legati».
La politica oggi?
«E’ un deserto. Davvero sconsolante se si paragona alla voglia di conoscenza, di sperimentazione, di libertà e di giustizia che c’era in giro quando io ho cominciato a lavorare. Sa che cosa mi rincuora oggi? Vedere tante donne giovanissime, tante ragazze, che la loro libertà se la prendono senza chiedere permesso a nessuno. Le guardo per strada e mi sembrano bellissime. In loro voglio vedere il futuro».
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