La Nuova Sardegna

Rebeccu palco di Antonio Marras

Paolo Curreli
Rebeccu palco di Antonio Marras

Gli appuntamenti che rianimano il villaggio disabitato si sono aperti con la performance dell’artista-stilista algherese

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È stata la performance, pensata da Antonio Marras ad aprire venerdì il festival “Musa/Madre. Visioni- Corpi-Suoni” nel borgo disabitato di Rebeccu. Un’operazione site-specific (creata e per un luogo in particolare quindi), è sicuramente si può dire che questo villaggio minuscolo – abbarbicato sulle colline che da Bonorva spaziano l’orizzonte sterminato della piana di Santa Lucia – sia stato non solo una cornice, ma uno dei protagonisti fondamentali dell’azione artistica ideata da Marras. Viuzze e pietre che paiono eterne, testimoni di un mondo perduto. Quindici telai nella piazzetta del borgo, in fila come leggii di un’orchestra, o banchi di una strana scuola. Sul palco davanti ai telai, Maurizio Rippa e Adele Madau. Quindici signore di Bonorva della università della terza età sedute ai telai. La musica annuncia un’atmosfera rarefatta. Mentre il tramonto avanza rosseggiando le pietre antiche delle case, l’atmosfera si tinge di arcaico con la modulata voce di Rippa e il violino e le tracce computerizzate di Madau, su cui improvvisa irrompe la base ritmica del battere dei telai. Tutta l’azione raggiunge una completezza scenica, diventa un concerto di telai diretto dal palco. Ma, attenzione, non è l’omaggio all’arcaica Sardegna, un viaggio nei poetici tempi andati. L’esplorazione, come al solito, è dentro la mente di Antonio Marras, un universo mutevole, una carta moschicida dove si appiccicano frammenti di grande poesia e strofe di canzonette o come un’elegante recinzione dove resta impigliato uno straccio colorato portato dal vento. Così il “concerto” si sviluppa in una continua citazione di brani di canzoni, una struggente ballata napoletana per poi arrivare al finale: «Sono un cuore vagabondo che di regole non ne ha. Il mio corpo è una moquette dove tu ti addormenterai» canta con ironia enfatica Rippa. E qui il coup de théâtre («assolutamente non voluto» mente con molta probabilità Marras), le 15 signore rispondono come un coro provetto; distruggendo l’iconografia malinconica della vecchina-vestita-di nero-del sud, alzano le braccia a ritmo e rispondono: «come è bello far l’amore da Trieste in giù!», omaggiando un mito della loro giovinezza. La seconda parte si svolge nel belvedere poco distante dalla piazza, ormai coperto da un risplendente e raro firmamento notturno. Sul palco i danzatori Vincenzo Puxeddu e Francesco Marilungo, ripercorrono la coreografia (diretta da Marco Angelilli) “Argia”, uno dei quadri che compongono il primo spettacolo teatrale di Marras: “Mio Cuore io sto soffrendo, cosa posso fare per te?”. Un dialogo tra due corpi, reso potente dalla prova dei due danzatori. Il corpo di Vincenzo Puxeddu, arte-terapeuta, è pieno di fragilità e coraggio, la gamba destra manca dell’intero polpaccio e del piede. Un corpo che freme e che viene aiutato dal fisico forte di Angelilli. Un duetto che si trasforma tra solidarietà, compassione e, infine, conflitto e potere. Il tutto accompagnato – dall’amore materno di “a ninnia” allo struggente dolore del canto di morte de “sa’attittu”– dalla straordinaria, int ensa voce di Elena Ledda. La serata si chiude, tra gli applausi e il coinvolgimento del pubblico. Un ottimo inizio per il festival della direttrice artistica Valeria Orani, organizzato dall’Associazione Enti Locali per gli Spettacoli. Evento che sarà in scena fino al 5 settembre e che ha come obiettivo dichiarato di “riabitare luoghi abbandonati non solo concretamente ma anche metaforicamente, se riferiti all’innaturale isolamento a cui la pandemia ci ha costretto”. Intanto tutto il territorio è stato percorso in questi giorni da Antonio Marras e dal suo staff per le riprese del suo primo lungometraggio anch’esso intitolato “Argia.

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