La svolta di Sorrentino tra realtà e viaggi onirici racconta la sua gioventù
Il regista presenta a Venezia "E' stata la mano di Dio"
Parlare di svolta intimistica di Paolo Sorrentino è forse prematuro, ma è innegabile che “È stata la mano di Dio”, presentato ieri in concorso alla 78esima edizione della Mostra del cinema di Venezia, sia un film diverso da quelli a cui ci ha finora abituati il regista napoletano. Anche se non mancano quei passaggi onirici e quei personaggi sopra le righe tipici del suo cinema. Ma “È stata la mano di Dio” è il suo film, nel vero senso della parola. Perché racconta la sua vita da adolescente. O meglio le sue emozioni, la grande gioia per l’arrivo di Maradona al Napoli. E soprattutto i suoi dolori, l’immenso dolore di perdere i genitori in un tragico incidente. «A un certo punto si fanno i bilanci – racconta il regista premio Oscar per “La grande bellezza” –. Io mi sono reso conto che c’era stata una grande parte d’amore nella mia vita da ragazzo, e anche una parte molto dolorosa, che poteva essere declinata anche in un racconto cinematografico. Perché adesso? Forse perché ho l’età giusta per farlo. L’anno scorso ho compiuto 50 anni. Insomma, mi sono sentito abbastanza maturo per affrontare un tema personale».
Tra realtà e fiction
Il film, prodotto dallo stesso Sorrentino e Lorenzo Mieli e targato Netflix, racconta l’adolescenza del regista. Un mix di realtà e finzione che costringe lo spettatore a interrogarsi su cosa sia vero e cosa inventato. «Un film ha esigenze che non tengono conto né della mia storia né delle mie gioie o dolori – spiega ancora Sorrentino –. Ovviamente ci sono cose reali, altre no. Ma una cosa doveva essere sempre vera: i sentimenti e le emozioni provate dal ragazzo. Quella era la priorità». Il ragazzo, Fabietto nel film, interpretato da un ottimo Filippo Scotti. «Cercavo un attore bravo – dice ancora Sorrentino –. Filippo ha facilmente sbaragliato la concorrenza. Aveva una assonanza con il ragazzo che io mi ricordavo di essere».
Vent’anni con Servillo
Nel ruolo della madre Sorrentino ha scelto Teresa Saponangelo, in quello del padre Toni Servillo, ennesima puntata di un rapporto professionale lungo e proficuo. «Proprio 20 anni fa presentammo il primo film a Venezia, “L’uomo in più” – ricorda Servillo –. Nel corso di questa felice e lunga collaborazione Paolo mi diceva che prima o poi avrebbe sentito la giusta distanza per raccontare questo episodio della sua vita. E aggiungeva: “quando capiterà ti chiederò di fare mio padre”. Per me è stato emozionante. Lui non mi ha mai chiesto di essere quello che è concentrato nella sua memoria. Ci ha dato solo qualche spunto. Tipo quello di essere molto innamorati. Il padre e la madre appartengono a quella fase di spensieratezza che a un certo punto viene drammaticamente interrotta». «Avermi scelto è stata una manifestazione di affetto – aggiunge Teresa Saponangelo –. Devi per forza volere bene a quell’attore se arrivi a dargli il ruolo di tua madre».
La musa Ranieri
La zia Patrizia è forse il personaggio che più rimanda all’altro Sorrentino, quello di nani e ballerine, lussuria e misticismo. A interpretarla è una Luisa Ranieri in grande spolvero. Un personaggio nato dalla creatività di Sorrentino che accompagna l’adolescenza di Fabietto per tutto il film. «Nella sceneggiatura il personaggio di Patrizia c’era tutto – racconta Luisa Ranieri –. La prima cosa che mi è arrivata è il dolore di questa donna. Non era una pazza, ma una donna che combatteva il grande dolore che la faceva scappare dalla realtà. Non sapevo nemmeno se fosse esistita, a Paolo non lo ho chiesto. Per me non era importante». Nel cast anche Renato Carpentieri, Marlon Joubert, Massimiliano Gallo, Enzo Decaro, Betti Pedrazzi e Lino Musella.
Maradona
Ma sullo sfondo c’è un altro protagonista, Diego Armando Maradona. Lo stesso titolo del film rimanda al “più grande calciatore di tutti i tempi”, ma il sogno del suo arrivo a Napoli e il suo approdo alla corte di Ferlaino accompagnano tutta l’adolescenza del giovane Sorrentino. «È stata la mano di Dio – spiega il regista – è una frase paradossale detta da un calciatore sull’unica parte del corpo che non si può usare in quel gioco. Il titolo può essere messo in relazione al caso o a chi crede ai poteri divini. Io credo nel potere semidivino di Maradona. E provo un grande rammarico nel non poterglielo fare vedere. Sarebbe stato il mio primo desiderio. La sua morte? È stata un lutto, che a parole non è esprimibile».
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