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FESTIVAL “ASINCRONIE” 

Negli scatti di Lo Calzo le memorie non ufficiali della schiavitù africana

Negli scatti di Lo Calzo le memorie non ufficiali della schiavitù africana

«Ho percorso a ritroso i luoghi della tratta degli schiavi, il triangolo che unisce Europa, Africa e America per cercare di trascrivere per immagini il punto di vista e le memorie degli...

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«Ho percorso a ritroso i luoghi della tratta degli schiavi, il triangolo che unisce Europa, Africa e America per cercare di trascrivere per immagini il punto di vista e le memorie degli afrodiscendenti, che ovviamente non sono memorie scritte e registrate negli archivi, sono memorie illegittime, nel senso di non legittimate dalla storia ufficiale». Così il fotografo Nicola Lo Calzo, nato a Torino nel 1979, residente a Parigi, una formazione in restauro e conservazione del patrimonio architettonico, sintetizza il senso di un viaggio, tuttora in corso, iniziato dieci anni fa. Lo Calzo ha parlato del suo Progetto Cham (da “kam” o “kem”, “nero” per gli antichi egizi) durante la seconda edizione di Asincronie, il festival del cinema documentario e della fotografia organizzato all’Argentiera dall’associazione 4Caniperstrada.

Nel fotografo torinese, l’interesse per le comunità subalterne e marginalizzate è nato durante gli anni di formazione a Parigi. Sia per i tanti incontri fatti all’interno della società multietnica della capitale francese, che per un motivo più intimamente legato alla sua biografia. «Sono una persona e un artista queer – spiega – quindi anche io sono cresciuto come minoranza all’interno di un sistema etero-normato. Questa esperienza mi ha formato e mi ha permesso di guardare il mondo in un modo diverso, cercando di superare le categorie binarie». Prima di intraprendere il progetto Cham, il fotografo torinese aveva già firmato altri lavori importanti, legati sempre al tema delle minoranze: uno, per esempio, sulle persone albine in Camerun, considerate inferiori e allo stesso tempo temute come portatrici di poteri soprannaturali. Anche la ricerca sulle memorie della schiavitù è iniziata in Africa, «dal Senegal, quando ancora non avevo misurato l’entità e la lunghezza di quello che stavo per intraprendere. Poi il Progetto Cham si è costruito per tappe, in una temporalità molto lunga». In questo sono stati fondamentali i rapporti con «comunità, associazioni culturali militanti o singoli artisti, stretti da prima di partire. Poi una volta arrivato sul posto mi rendo conto di cosa è davvero interessante fotografare».

Il progetto Cham è stato premiato con diversi riconoscimenti e ha ricevuto anche fondi ministeriali. È, però assolutamente autonomo, è un «lavoro individuale», spiega Lo Calzo. «Ed è proprio questo essere slegato dalle istituzioni che mi ha permesso di fotografare certe realtà. Per esempio, nel lavoro su Cuba, che si chiama “Regla”, sono stato ammesso a fotografare i riti della santeria proprio perché mi sono presentato a titolo individuale».

L’azione del fotografare è un processo che si sviluppa prima e dopo lo scatto e che, spiega ancora Lo Calzo, «implica la dimensione affettiva del fotografo nei confronti delle persone fotografate. La fotografia coloniale era predatoria, invece per me è uno strumento di relazione, prima che di registrazione. E la relazione si sviluppa anche al momento della restituzione, cioè nel momento in cui si guardano le foto prodotte insieme alla comunità in cui sono state realizzate: è successo per esempio a São Tomé, dove, nonostante le difficoltà logistiche ho cercato di produrre la mostra in situ, con falegnami locali. Credo che sia il modo più etico per produrre una fotografia de-coloniale».



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