La rassegna
“Angolazioni” il futuro artistico visto dalle donne
A Sant’Anna Arresi, termina oggi la rassegna di cortometraggi Angolazioni, giunta quest’anno alla terza edizione il cui tema era “Visioni di donne tra Sardegna e Africa”. La manifestazione è...
3 MINUTI DI LETTURA
A Sant’Anna Arresi, termina oggi la rassegna di cortometraggi Angolazioni, giunta quest’anno alla terza edizione il cui tema era “Visioni di donne tra Sardegna e Africa”. La manifestazione è organizzata dall’Associazione Enti Locali per le attività culturali e lo spettacolo e dall’amministrazione comunale, col finanziamento della Fondazione di Sardegna, la sponsorizzazione della Cantina Mesa e il supporto logistico dell’Anspi di Sant’Anna Arresi. Il direttore artistico è Mohamed Challouf, tunisino regista e fotografo, che ha una lunga frequentazione con l’Italia, Paese in cui ha studiato e in cui collabora ancora a diverse manifestazioni culturali.
«Dobbiamo indubbiamente alla creatività delle donne – dice Challouf – sia in Africa come in Sardegna la capacità di vedere aspetti differenti della realtà rispetto a quelli affrontati dai registi maschi. È stato un lungo percorso: negli anni ’60 del secolo scorso c’erano solo una o due registe donne. Ora, soprattutto per la possibilità di frequentare le poche scuole di cinema in Africa e per la possibilità di studiare nei Paesi europei o in altri Paesi, le donne compaiono in maniera sempre più numerosa e interessante sulla scena cinematografica non solo continentale ma internazionale. Penso ad esempio a due registe tunisine che per due anni consecutivi hanno portato il loro Paese ad essere rappresentato nei dieci film che gli Oscar scelgono come miglior film straniero come“Brotherhood” di Meryem Joobeur, visto nella rassegna e “The man who sold his skin” di Kaouther Ben Hania con Monica Bellucci, candidata per il 2021. È in atto un grosso risveglio che dipende certamente dalla possibilità delle donne di accedere all’istruzione e poi di scegliere professioni che sono lontane dal mondo tradizionale e arricchiscono la nostra vita sociale e culturale».
Tra gli altri è stato presentato il documentario di Maria Piera Mossa girato a Bitti nel 1979, nel corso delle lotte sindacali e cittadine per la riapertura della Betatex: «È un filmato che mi ha colpito molto – spiega Challouf – si parla di colonialismo, di crescita delle donne e quindi di tutta la società civile, sono tematiche che in Africa abbiamo vissuto, e in alcuni casi viviamo ancora adesso, il distacco dai Paesi colonizzatori non è stato indolore e spesso alla dominazione politica si è sostituita quella economica e a subire maggiormente le conseguenze, come adesso con l’epidemia di Covid, soprattutto per il loro lavoro di cura e familiare, sono state le donne. Normalmente una rassegna piccola come la nostra deve fruire, per forza di cose, del lavoro di traduzione e sottotitolazione di altre rassegne, come quella del Coe, sul cinema d’Africa, d’Asia e d’America di Milano, noi invece abbiamo potuto lavorare alla sottotitolazione dei lavori di Naddia Rais.
La rassegna termina dunque oggi con un concerto di musiciste africane e sarde. Sul palco Nawal Mlanao dalle Isole Comore, Hanta Gasi dal Madagascar, Fadimata Walet Oumar dal Mali, Yagaré Kouyaté dal Burkina Faso e Gisella Vacca e Rosalia Potettu dalla Sardegna. «È una parte del progetto – aggiunge Challouf – cui tengo molto, si incontrano le voci e gli strumenti, penso alle percussioni Touareg, come alla fisarmonica, penso a musiche che normalmente sono solo strumentali e che da questo incontro diventano una polifonia di voci e strumenti. Le artiste hanno collaborato fra loro per tutta la rassegna per produrre questo concerto, ed è un bel terreno d’incontro tra culture differenti. Con Nadia Rais, la sola donna africana, a quanto mi risulta, che lavora nel campo dell’animazione (e davvero è difficile per le donne inserirsi in questi ambiti di lavoro), abbiamo tenuto un laboratorio sull’animazione con i giovani del posto che hanno partecipato con entusiasmo e hanno realizzato, tra le altre cose, la colorazione di una di quelle barche che portano qui i ragazzi algerini da Annaba a voler marcare con il colore un segno di speranza per tutti».
«Dobbiamo indubbiamente alla creatività delle donne – dice Challouf – sia in Africa come in Sardegna la capacità di vedere aspetti differenti della realtà rispetto a quelli affrontati dai registi maschi. È stato un lungo percorso: negli anni ’60 del secolo scorso c’erano solo una o due registe donne. Ora, soprattutto per la possibilità di frequentare le poche scuole di cinema in Africa e per la possibilità di studiare nei Paesi europei o in altri Paesi, le donne compaiono in maniera sempre più numerosa e interessante sulla scena cinematografica non solo continentale ma internazionale. Penso ad esempio a due registe tunisine che per due anni consecutivi hanno portato il loro Paese ad essere rappresentato nei dieci film che gli Oscar scelgono come miglior film straniero come“Brotherhood” di Meryem Joobeur, visto nella rassegna e “The man who sold his skin” di Kaouther Ben Hania con Monica Bellucci, candidata per il 2021. È in atto un grosso risveglio che dipende certamente dalla possibilità delle donne di accedere all’istruzione e poi di scegliere professioni che sono lontane dal mondo tradizionale e arricchiscono la nostra vita sociale e culturale».
Tra gli altri è stato presentato il documentario di Maria Piera Mossa girato a Bitti nel 1979, nel corso delle lotte sindacali e cittadine per la riapertura della Betatex: «È un filmato che mi ha colpito molto – spiega Challouf – si parla di colonialismo, di crescita delle donne e quindi di tutta la società civile, sono tematiche che in Africa abbiamo vissuto, e in alcuni casi viviamo ancora adesso, il distacco dai Paesi colonizzatori non è stato indolore e spesso alla dominazione politica si è sostituita quella economica e a subire maggiormente le conseguenze, come adesso con l’epidemia di Covid, soprattutto per il loro lavoro di cura e familiare, sono state le donne. Normalmente una rassegna piccola come la nostra deve fruire, per forza di cose, del lavoro di traduzione e sottotitolazione di altre rassegne, come quella del Coe, sul cinema d’Africa, d’Asia e d’America di Milano, noi invece abbiamo potuto lavorare alla sottotitolazione dei lavori di Naddia Rais.
La rassegna termina dunque oggi con un concerto di musiciste africane e sarde. Sul palco Nawal Mlanao dalle Isole Comore, Hanta Gasi dal Madagascar, Fadimata Walet Oumar dal Mali, Yagaré Kouyaté dal Burkina Faso e Gisella Vacca e Rosalia Potettu dalla Sardegna. «È una parte del progetto – aggiunge Challouf – cui tengo molto, si incontrano le voci e gli strumenti, penso alle percussioni Touareg, come alla fisarmonica, penso a musiche che normalmente sono solo strumentali e che da questo incontro diventano una polifonia di voci e strumenti. Le artiste hanno collaborato fra loro per tutta la rassegna per produrre questo concerto, ed è un bel terreno d’incontro tra culture differenti. Con Nadia Rais, la sola donna africana, a quanto mi risulta, che lavora nel campo dell’animazione (e davvero è difficile per le donne inserirsi in questi ambiti di lavoro), abbiamo tenuto un laboratorio sull’animazione con i giovani del posto che hanno partecipato con entusiasmo e hanno realizzato, tra le altre cose, la colorazione di una di quelle barche che portano qui i ragazzi algerini da Annaba a voler marcare con il colore un segno di speranza per tutti».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
