«Un delitto atroce che ci interroga»
Sabato 5 marzo 2016. I carabinieri entrano in un appartamento al Collatino, nella periferia est di Roma, e trovano il corpo di un ragazzo, Luca Varani, con un coltello da cucina piantato nel petto....
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Sabato 5 marzo 2016. I carabinieri entrano in un appartamento al Collatino, nella periferia est di Roma, e trovano il corpo di un ragazzo, Luca Varani, con un coltello da cucina piantato nel petto. Autori del delitto sono altri due ventenni: Marco Prato e Manuel Foffo. Da loro Varani era stato invitato, per passare una sera insieme, nell’abitazione al Collatino. Qui, secondo la ricostruzione fatta dai magistrati, «dopo essere stato stordito con un bevanda contenente uno psicofarmaco, Varani è stato aggredito da Prato e da Foffo, che prima hanno cercato di soffocarlo, poi lo hanno colpito ripetutamente alla testa e nel resto del corpo e infine lo hanno accoltellato, sino a farlo morire dissanguato». Poco più di un anno dopo, all’una e dieci della notte tra il 18 e il 19 giugno 2017, Prato si suicida nel carcere di Velletri, dov’era stato trasferito da Regina Coeli in attesa di giudizio.
Basandosi su questa storia atroce Nicola Lagioia, premio Strega nel 2015 con “La ferocia” (Einaudi), direttore del Salone del libro di Torino, ha scritto il suo nuovo libro, “La città dei vivi” (Einaudi).
Quale è stata la spinta a raccontare un storia come quella dell’omicidio Varani?
«Ricordo molto bene il giorno del delitto, il 5 marzo del 2016. Ne fui molto colpito. Per diversi motivi. Il primo è l'efferatezza dei modi. Quasi come fosse stato un omicidio rituale. Mancanza assoluta di un movente, almeno nei termini considerati più consueti nei casi di omicidio. Non c’era alcun vantaggio che i due assassini potessero ottenere dall’ammazzare una persona che conoscevano a malapena, nel caso di Prato, o non conoscevano affatto, nel caso di Foffo. Terzo elemento, la personalità di Prato e di Foffo. Erano considerati e si consideravano persone normali, qualunque sia il valore che vogliano dare a questo aggettivo. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che potessero compiere un delitto così terribile. Poi per me ha contatto anche la prossimità materiale, il fatto che un delitto così eccezionale fosse stato compiuto vicino a dove abito io, all'Esquilino, a un quarto d'ora di motorino. E’ stato come se mi fosse caduto un meteorite dietro casa. Mi sono ritrovato a dare forma a un corpo alieno precipitato a due passi da me. Ma forse la caratteristica più perturbante dell’omicidio Varani è che Prato e Foffo da subito hanno detto di avere ucciso spinti da qualcosa che superava la loro volontà. Come se fossero stati travolti da una forza superiore che non sono riusciti a contrastare. Questo non riduce la loro colpa, ovviamente, ma è davvero straniante che i due apparissero sinceri quando dicevano di essere assassini a loro insaputa».
Il male e, di fronte al male, il libero arbitrio, la responsabilità individuale, il senso di colpa, la condanna e il perdono. Temi classici, a partire, direi, dal Raskol’nikov di Dostoevskij in “Delitto e castigo”. Nel caso però dell’omicidio Varani si ha l’impressione che sia stato compiuto un passo ulteriore.
«Raskol’nikov decide deliberatamente di uccidere. Programma l’omicidio. Sono molte le pagine che precedono l’esecuzione del delitto. Non solo: compiuto il crimine, il protagonista di “Delitto e castigo” se ne assume pienamente la responsabilità. Ed è questa assunzione di responsabilità che fa sì che poi possa maturare in lui il senso di colpa. Avvertire la colpa apre la strada al pentimento. E il pentimento rende possibile il perdono. Questa è un po’ l’impalcatura che la modernità ci ha consegnato. Ma se vengono meno i primi due pilastri dell’impalcatura, il libero arbitrio e l’assunzione di responsabilità, tutto crolla. E’ questo è il passo ulteriore che il delitto Varani segnala. Prato e Foffo è come se non riconoscessero più a se stessi il libero arbitrio. E allora dov’è la loro colpa? C’è una colpa, ma è come spostata dal punto in cui ci aspetteremmo di trovarla. La colpa è quella di essersi fatti travolgere da una catena di eventi che Prato e Foffo hanno innescato e che non sono riusciti a fermare. È una colpa senza assunzione di responsabilità. All’inzio, quando le dinamiche del delitto non erano chiare, s’è fatto un parallelo con il duplice omicidio del Circeo. Una somiglianza sta forse nella differenza di estrazione sociale tra carnefici e vittime: Prato è figlio della buona borghesia romana cattolico-progressista, Foffo è figlio di commercianti, Varani è un proletario. Ma i punti di contatto finiscono qui. Perché mentre gli autori del delitto del Circeo erano ben determinati nel compimento dell’azione, Prato e Foffo non lo sono stati affatto. È questo che rende tutto più perturbante. Persino rispetto a un delitto tremendo come quello del Circeo».
Prato e Foffo sono diventati sui media due mostri. Creare mostri serve a scaricare la nostra cattiva coscienza?
«Il discorso pubblico che passa attraverso i media è un po’ l’antitesi della letteratura. Il discorso pubblico è binario, va poco a fondo. La letteratura invece scava. Il fatto che gli assassini non siano mostri ma esseri umani non riduce la loro colpa ma restituisce a queste vicende la loro complessità. Sì, spesso trasformare in mostri gli assassini è un modo per alleggerire la nostra coscienza. Se loro non sono come noi, noi non potremmo mai fare quello che fanno loro, i mostri».
Letteratura e cronaca. Dal Truman Capote di “A sangue freddo” sino all’Emanuel Carrére de “L’avversario” e sino, in Italia, ai romanzi di Leonardo Sciascia. Un rapporto lungo e complesso…
«Sì, molto lungo. Con una battuta si potrebbe dire che inizia con l’“Iliade”, cioè ai primordi stessi della letteratura occidentale: i racconti orali delle cronache della guerra tra Achei e Troiani poi codificati nel testo dell’“Iliade”. Da sempre la cronaca è fonte di ispirazione per i narratori, sia quando si prova a fare un’opera di finzione sia quando si affronta in maniera più diretta la realtà. Capote e Carrére sono i due casi più di scuola, anche se “A sangue freddo” e “L’avversario” sono molti diversi tra loro, rispondono a strategie retoriche direi opposte. Ma anche la letteratura italiana ha su questo terreno una sua tradizione importante. Insieme con Sciascia, “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi e “Se questo è un uomo” di Carlo Levi, ad esempio. Perché uno scrittore e non un antropologo o uno storico o un sociologo o un filosofo per sviluppare i temi affrontati in quei libri? La risposta è che dentro il pozzo senza fondo che è la realtà gli scrittori riescono a gettare una luce particolare. La letteratura dà uno contributo di conoscenza secondo modi che sono soltanto suoi. Riesce a farlo per il tipo di postura che assume di fronte al reale, per la riorganizzazione drammaturgica delle fonti, per il coinvolgimento emotivo, per l’uso della lingua e dello stile, per il fatto di procedere per domande. La letteratura non dà risposte, deve provare a sollevare le domande giuste. Soltanto così diventa possibile che i lettori si sentano interrogati dai racconti che leggono anche a distanza di moltissimo tempo dal momento in cui l’autore ha scritto».
Una domanda al direttore del Salone del libro. Il Salone fa sempre molte presenze, tantissimi visitatori. E lo stesso accade con i festival letterari. Poi però in Italia si legge molto poco rispetto agli altri Paesi europei. Una contraddizione…
«I fattori della scarsa propensione alla lettura in Italia sono tanti. Ce n’è uno storico: nei Paesi cattolici come il nostro si legge di meno che nei Paesi riformati perché in questi ultimi il libro per eccellenza, la Bibbia, con la Riforma ha smesso di ricevere la mediazione dei sacerdoti ed è diventato terreno di un personale percorso interpretativo. Questo ha creato l’abitudine a un rapporto con la lettura forte sia sul piano emotivo sia sul piano della definizione razionale dei propri orizzonti di vita. Detto questo, bisogna anche aggiungere che nell’ultimo anno e mezzo, in coincidenza con la pandemia, c’è stata un’impennata del numero di lettori. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che i libri offrono coinvolgimento emotivo e complessità in un momento in cui da una parte la nostra emotività è stata messa a dura prova dalla diffusione del virus e dall’altra la complessità del mondo contemporaneo si è rivelata nella sua pienezza. Poi, un po’ più banalmente, c’è anche il fatto che con il lockdown sono cresciuti gli spazi di tempo da dedicare alla lettura. Bisognerà vedere, adesso, se l’impennata del numero dei lettori è strutturale o soltanto episodica. E gli operatori del settore dovranno dimostrare di meritarsela la maggiore attenzione dei lettori se si vuole che divenga davvero stabile».
© Riproduzione riservata
Basandosi su questa storia atroce Nicola Lagioia, premio Strega nel 2015 con “La ferocia” (Einaudi), direttore del Salone del libro di Torino, ha scritto il suo nuovo libro, “La città dei vivi” (Einaudi).
Quale è stata la spinta a raccontare un storia come quella dell’omicidio Varani?
«Ricordo molto bene il giorno del delitto, il 5 marzo del 2016. Ne fui molto colpito. Per diversi motivi. Il primo è l'efferatezza dei modi. Quasi come fosse stato un omicidio rituale. Mancanza assoluta di un movente, almeno nei termini considerati più consueti nei casi di omicidio. Non c’era alcun vantaggio che i due assassini potessero ottenere dall’ammazzare una persona che conoscevano a malapena, nel caso di Prato, o non conoscevano affatto, nel caso di Foffo. Terzo elemento, la personalità di Prato e di Foffo. Erano considerati e si consideravano persone normali, qualunque sia il valore che vogliano dare a questo aggettivo. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che potessero compiere un delitto così terribile. Poi per me ha contatto anche la prossimità materiale, il fatto che un delitto così eccezionale fosse stato compiuto vicino a dove abito io, all'Esquilino, a un quarto d'ora di motorino. E’ stato come se mi fosse caduto un meteorite dietro casa. Mi sono ritrovato a dare forma a un corpo alieno precipitato a due passi da me. Ma forse la caratteristica più perturbante dell’omicidio Varani è che Prato e Foffo da subito hanno detto di avere ucciso spinti da qualcosa che superava la loro volontà. Come se fossero stati travolti da una forza superiore che non sono riusciti a contrastare. Questo non riduce la loro colpa, ovviamente, ma è davvero straniante che i due apparissero sinceri quando dicevano di essere assassini a loro insaputa».
Il male e, di fronte al male, il libero arbitrio, la responsabilità individuale, il senso di colpa, la condanna e il perdono. Temi classici, a partire, direi, dal Raskol’nikov di Dostoevskij in “Delitto e castigo”. Nel caso però dell’omicidio Varani si ha l’impressione che sia stato compiuto un passo ulteriore.
«Raskol’nikov decide deliberatamente di uccidere. Programma l’omicidio. Sono molte le pagine che precedono l’esecuzione del delitto. Non solo: compiuto il crimine, il protagonista di “Delitto e castigo” se ne assume pienamente la responsabilità. Ed è questa assunzione di responsabilità che fa sì che poi possa maturare in lui il senso di colpa. Avvertire la colpa apre la strada al pentimento. E il pentimento rende possibile il perdono. Questa è un po’ l’impalcatura che la modernità ci ha consegnato. Ma se vengono meno i primi due pilastri dell’impalcatura, il libero arbitrio e l’assunzione di responsabilità, tutto crolla. E’ questo è il passo ulteriore che il delitto Varani segnala. Prato e Foffo è come se non riconoscessero più a se stessi il libero arbitrio. E allora dov’è la loro colpa? C’è una colpa, ma è come spostata dal punto in cui ci aspetteremmo di trovarla. La colpa è quella di essersi fatti travolgere da una catena di eventi che Prato e Foffo hanno innescato e che non sono riusciti a fermare. È una colpa senza assunzione di responsabilità. All’inzio, quando le dinamiche del delitto non erano chiare, s’è fatto un parallelo con il duplice omicidio del Circeo. Una somiglianza sta forse nella differenza di estrazione sociale tra carnefici e vittime: Prato è figlio della buona borghesia romana cattolico-progressista, Foffo è figlio di commercianti, Varani è un proletario. Ma i punti di contatto finiscono qui. Perché mentre gli autori del delitto del Circeo erano ben determinati nel compimento dell’azione, Prato e Foffo non lo sono stati affatto. È questo che rende tutto più perturbante. Persino rispetto a un delitto tremendo come quello del Circeo».
Prato e Foffo sono diventati sui media due mostri. Creare mostri serve a scaricare la nostra cattiva coscienza?
«Il discorso pubblico che passa attraverso i media è un po’ l’antitesi della letteratura. Il discorso pubblico è binario, va poco a fondo. La letteratura invece scava. Il fatto che gli assassini non siano mostri ma esseri umani non riduce la loro colpa ma restituisce a queste vicende la loro complessità. Sì, spesso trasformare in mostri gli assassini è un modo per alleggerire la nostra coscienza. Se loro non sono come noi, noi non potremmo mai fare quello che fanno loro, i mostri».
Letteratura e cronaca. Dal Truman Capote di “A sangue freddo” sino all’Emanuel Carrére de “L’avversario” e sino, in Italia, ai romanzi di Leonardo Sciascia. Un rapporto lungo e complesso…
«Sì, molto lungo. Con una battuta si potrebbe dire che inizia con l’“Iliade”, cioè ai primordi stessi della letteratura occidentale: i racconti orali delle cronache della guerra tra Achei e Troiani poi codificati nel testo dell’“Iliade”. Da sempre la cronaca è fonte di ispirazione per i narratori, sia quando si prova a fare un’opera di finzione sia quando si affronta in maniera più diretta la realtà. Capote e Carrére sono i due casi più di scuola, anche se “A sangue freddo” e “L’avversario” sono molti diversi tra loro, rispondono a strategie retoriche direi opposte. Ma anche la letteratura italiana ha su questo terreno una sua tradizione importante. Insieme con Sciascia, “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi e “Se questo è un uomo” di Carlo Levi, ad esempio. Perché uno scrittore e non un antropologo o uno storico o un sociologo o un filosofo per sviluppare i temi affrontati in quei libri? La risposta è che dentro il pozzo senza fondo che è la realtà gli scrittori riescono a gettare una luce particolare. La letteratura dà uno contributo di conoscenza secondo modi che sono soltanto suoi. Riesce a farlo per il tipo di postura che assume di fronte al reale, per la riorganizzazione drammaturgica delle fonti, per il coinvolgimento emotivo, per l’uso della lingua e dello stile, per il fatto di procedere per domande. La letteratura non dà risposte, deve provare a sollevare le domande giuste. Soltanto così diventa possibile che i lettori si sentano interrogati dai racconti che leggono anche a distanza di moltissimo tempo dal momento in cui l’autore ha scritto».
Una domanda al direttore del Salone del libro. Il Salone fa sempre molte presenze, tantissimi visitatori. E lo stesso accade con i festival letterari. Poi però in Italia si legge molto poco rispetto agli altri Paesi europei. Una contraddizione…
«I fattori della scarsa propensione alla lettura in Italia sono tanti. Ce n’è uno storico: nei Paesi cattolici come il nostro si legge di meno che nei Paesi riformati perché in questi ultimi il libro per eccellenza, la Bibbia, con la Riforma ha smesso di ricevere la mediazione dei sacerdoti ed è diventato terreno di un personale percorso interpretativo. Questo ha creato l’abitudine a un rapporto con la lettura forte sia sul piano emotivo sia sul piano della definizione razionale dei propri orizzonti di vita. Detto questo, bisogna anche aggiungere che nell’ultimo anno e mezzo, in coincidenza con la pandemia, c’è stata un’impennata del numero di lettori. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che i libri offrono coinvolgimento emotivo e complessità in un momento in cui da una parte la nostra emotività è stata messa a dura prova dalla diffusione del virus e dall’altra la complessità del mondo contemporaneo si è rivelata nella sua pienezza. Poi, un po’ più banalmente, c’è anche il fatto che con il lockdown sono cresciuti gli spazi di tempo da dedicare alla lettura. Bisognerà vedere, adesso, se l’impennata del numero dei lettori è strutturale o soltanto episodica. E gli operatori del settore dovranno dimostrare di meritarsela la maggiore attenzione dei lettori se si vuole che divenga davvero stabile».
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