«Il mio Sud America adesso chiede un futuro migliore»
La potessa cilena che è stata compagna di Luis Sepùlveda oggi ad Alghero per il festival “Dall’altra parte del mare”
4 MINUTI DI LETTURA
La serata odierna del festival “Dall’altra parte del mare” si chiuderà con il reading di poesia, musica e danza “Amore senza ritorno” (Alghero, Parco Tarragona, 20.30). Parteciperanno lo scrittore Manuel Vilas e la poetessa Carmen Yáñez, che abbiamo intervistato.
È da pochi giorni trascorso il 48° anniversario del golpe militare che rovesciò il governo di Salvador Allende. Come ricorda quell’11 settembre del 1973?
«In Cile era primavera. Si suppone che la primavera porti la luce e i giorni siano più dolci. Io invece mi ricordo quel martedì 11 settembre come il giorno più buio e più brutto di sempre. Giravano da qualche tempo voci sulla possibilità di un colpo di Stato. La destra si preparava insieme all’esercito e con l’appoggio del governo degli Stati Uniti. Qualche mese prima c’era stato il boicottaggio dei generi alimentari, con la complicità di alcuni commercianti e industriali. Lo scopo era quello di creare uno scenario di privazioni e di povertà e così indebolire il governo di unità popolare del socialista Salvador Allende, il presidente legittimo».
Com’era la scena culturale cilena di quei primi anni Settanta?
«Nel 1970 c’era uno spirito creativo in tutti i settori, nel teatro, nella musica, nella letteratura. C’era l’entusiasmo di partecipare a un progetto innovativo, unico, che rompeva tutti gli schemi di governo precedenti. La partecipazione riguardava sia i cileni sia gli stranieri venuti in Cile per vedere da vicino il pacifico processo di formazione di un governo socialista che si stava sviluppando in un Paese afflitto da sempre da disuguaglianze sociali, e di conseguenza da una forte povertà, come tutti i Paesi dell’America Latina».
Che conseguenze ha avuto sul Cile, nel lungo periodo, la dittatura militare?
«La dittatura militare è stata brutale. All’inizio la repressione era generalizzata, si fucilavano, senza prima fare i processi, persone di qualsiasi età, uomini, donne, bambini, anziani. C’era il caos. Più avanti la repressione è diventata più selettiva. In tutto il Paese c’erano luoghi (non solo caserme ma anche case, appartamenti clandestini) dove torturare i detenuti, spesso fino a provocarne la morte. La dittatura è durata diciassette anni. Dopodiché c’è stato un plebiscito e la maggior parte della popolazione ha detto “no” ai militari. Pinochet se n’è andato. Ma ha lasciato un’eredità avvelenata: la sua Costituzione, dove restava stabilito che la dottrina economica neo liberale non poteva essere in alcun modo toccata. La democrazia, in Cile, è arrivata carica di questa zavorra. Governi di centro, di sinistra, di destra si sono avvicendati senza cambiare nemmeno una virgola della Costituzione della dittatura. E Così il Paese ha fatto pochi passi avanti, sia in termini di progresso economico sia in termini di democrazia. Questo ha portato, ultimamente, a una rivolta sociale senza precedenti, guidata dalle nuove generazioni, private di ogni prospettiva futura».
E la situazione nel resto America Latina?
«Stiamo vivendo momenti molto difficili, inaspriti da un’immensa disuguaglianza, dalla corruzione, dalla competitività esasperata. Problemi creati da un sistema che non è in grado di trovare soluzioni alle necessità basilari della gente. La pandemia ha reso questa situazione ancora più evidente. Non sono una politologa, ma la mia umile opinione è questa: è necessario cercare tutti insieme una soluzione e bisogna trovarla attraverso un mutamento di paradigma rispetto alle esperienze passate. Quali sono le nostre necessità con il cambio climatico, con la pandemia, con le migrazioni provocate da guerre e da disuguaglianze? Ogni Paese deve trovare risposte a queste domande in base alle sue specificità, senza ingerenze, come ancora invece vorrebbero fare gli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina».
Che cosa pensa di Bergoglio, il papa argentino?
«Non sono cattolica, e non professo alcuna religione. Però questo Papa è un po’ più tollerante».
Lei è una poetessa. Cos’è per lei la poesia? E nella sua personale esperienza come hanno convissuto poesia e militanza politica?
«La poesia è il linguaggio delle piccole cose che contano. Ci mostra un’altra dimensione dell’esistenza. Ci offre un altro sguardo sulla storia. È anche una voce che, ogni tanto, si trasforma in un’arma».
La sua ultima raccolta di versi pubblicata in Italia, “Senza ritorno”, affronta il temi dell’esilio. Ma anche della memoria e dell’amore. L’orizzonte della perdita, dunque, non è definitivo? Al dolore della perdita si può resistere, lo si può vincere?
«Nella mia ultima raccolta c’è soprattutto la determinazione che ogni migrante ha dentro di sé, fortissima, nel momento in cui lascia la propria terra: cercare di ricostruirsi una casa, una vita nuova. Qualsiasi luogo va bene per questo. I migranti non hanno una patria, hanno tutte le patrie, sono cittadini del mondo. E nell’esilio la poesia può essere uno strumento importante. Aiuta a conquistarsi una vita nuova».
La sua storia con Luis Sepùlveda. Che cosa, più di tutto, vi ha tenuti insieme?
«Avevamo in comune un progetto di vita, la stessa idea della felicità. Condividevamo sogni e speranze, la volontà di cambiare il mondo e di elaborare il trauma del passato sotto la dittatura».
Com’è la vita senza Luis?
«A poco a poco, sto imparando a vivere senza di lui».
(costantino cossu)
È da pochi giorni trascorso il 48° anniversario del golpe militare che rovesciò il governo di Salvador Allende. Come ricorda quell’11 settembre del 1973?
«In Cile era primavera. Si suppone che la primavera porti la luce e i giorni siano più dolci. Io invece mi ricordo quel martedì 11 settembre come il giorno più buio e più brutto di sempre. Giravano da qualche tempo voci sulla possibilità di un colpo di Stato. La destra si preparava insieme all’esercito e con l’appoggio del governo degli Stati Uniti. Qualche mese prima c’era stato il boicottaggio dei generi alimentari, con la complicità di alcuni commercianti e industriali. Lo scopo era quello di creare uno scenario di privazioni e di povertà e così indebolire il governo di unità popolare del socialista Salvador Allende, il presidente legittimo».
Com’era la scena culturale cilena di quei primi anni Settanta?
«Nel 1970 c’era uno spirito creativo in tutti i settori, nel teatro, nella musica, nella letteratura. C’era l’entusiasmo di partecipare a un progetto innovativo, unico, che rompeva tutti gli schemi di governo precedenti. La partecipazione riguardava sia i cileni sia gli stranieri venuti in Cile per vedere da vicino il pacifico processo di formazione di un governo socialista che si stava sviluppando in un Paese afflitto da sempre da disuguaglianze sociali, e di conseguenza da una forte povertà, come tutti i Paesi dell’America Latina».
Che conseguenze ha avuto sul Cile, nel lungo periodo, la dittatura militare?
«La dittatura militare è stata brutale. All’inizio la repressione era generalizzata, si fucilavano, senza prima fare i processi, persone di qualsiasi età, uomini, donne, bambini, anziani. C’era il caos. Più avanti la repressione è diventata più selettiva. In tutto il Paese c’erano luoghi (non solo caserme ma anche case, appartamenti clandestini) dove torturare i detenuti, spesso fino a provocarne la morte. La dittatura è durata diciassette anni. Dopodiché c’è stato un plebiscito e la maggior parte della popolazione ha detto “no” ai militari. Pinochet se n’è andato. Ma ha lasciato un’eredità avvelenata: la sua Costituzione, dove restava stabilito che la dottrina economica neo liberale non poteva essere in alcun modo toccata. La democrazia, in Cile, è arrivata carica di questa zavorra. Governi di centro, di sinistra, di destra si sono avvicendati senza cambiare nemmeno una virgola della Costituzione della dittatura. E Così il Paese ha fatto pochi passi avanti, sia in termini di progresso economico sia in termini di democrazia. Questo ha portato, ultimamente, a una rivolta sociale senza precedenti, guidata dalle nuove generazioni, private di ogni prospettiva futura».
E la situazione nel resto America Latina?
«Stiamo vivendo momenti molto difficili, inaspriti da un’immensa disuguaglianza, dalla corruzione, dalla competitività esasperata. Problemi creati da un sistema che non è in grado di trovare soluzioni alle necessità basilari della gente. La pandemia ha reso questa situazione ancora più evidente. Non sono una politologa, ma la mia umile opinione è questa: è necessario cercare tutti insieme una soluzione e bisogna trovarla attraverso un mutamento di paradigma rispetto alle esperienze passate. Quali sono le nostre necessità con il cambio climatico, con la pandemia, con le migrazioni provocate da guerre e da disuguaglianze? Ogni Paese deve trovare risposte a queste domande in base alle sue specificità, senza ingerenze, come ancora invece vorrebbero fare gli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina».
Che cosa pensa di Bergoglio, il papa argentino?
«Non sono cattolica, e non professo alcuna religione. Però questo Papa è un po’ più tollerante».
Lei è una poetessa. Cos’è per lei la poesia? E nella sua personale esperienza come hanno convissuto poesia e militanza politica?
«La poesia è il linguaggio delle piccole cose che contano. Ci mostra un’altra dimensione dell’esistenza. Ci offre un altro sguardo sulla storia. È anche una voce che, ogni tanto, si trasforma in un’arma».
La sua ultima raccolta di versi pubblicata in Italia, “Senza ritorno”, affronta il temi dell’esilio. Ma anche della memoria e dell’amore. L’orizzonte della perdita, dunque, non è definitivo? Al dolore della perdita si può resistere, lo si può vincere?
«Nella mia ultima raccolta c’è soprattutto la determinazione che ogni migrante ha dentro di sé, fortissima, nel momento in cui lascia la propria terra: cercare di ricostruirsi una casa, una vita nuova. Qualsiasi luogo va bene per questo. I migranti non hanno una patria, hanno tutte le patrie, sono cittadini del mondo. E nell’esilio la poesia può essere uno strumento importante. Aiuta a conquistarsi una vita nuova».
La sua storia con Luis Sepùlveda. Che cosa, più di tutto, vi ha tenuti insieme?
«Avevamo in comune un progetto di vita, la stessa idea della felicità. Condividevamo sogni e speranze, la volontà di cambiare il mondo e di elaborare il trauma del passato sotto la dittatura».
Com’è la vita senza Luis?
«A poco a poco, sto imparando a vivere senza di lui».
(costantino cossu)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
