C’è la prova: s’accabbadora non è solo leggenda

In un libro viene svelato il ritrovamento di alcuni strumenti utilizzati da questa misteriosa figura

Gianfranco Tore, docente di Storia della Sardegna all'università di Cagliari, parla di una “vera e propria prova regina” nell'introduzione al volume “Accabbadora”, sottotitolo “Mito e realtà, storia e reperti di un ritrovamento” (IsolaPalma, Grafiche Ghiani, pagine 125, euro 20”).

Volume di pregio, in copertina (rigida) un acquerello di Maria Barbara Pusceddu, scritto dopo un'importante scoperta documentata da quattro medici di consolidata esperienza: il ritrovamento – nella nicchia di una casa sarda (non si svela né il paese né il proprietario) di una “mazzocca di olivastro”, murata e nascosta “dietro un telo in orbace a strisce, ma ancora parzialmente aperta”. Non solo: all'interno della parete è stato trovato un tronchetto di legno avvolto in ritagli di giornale “il tutto legato con uno spago che in Sardegna prende il nome di marredda. Il legno si rivelò essere uno scalpello con punta piatta, noto col nome di sa misericordia, i reperti cartacei tratti da periodici religiosi. Ritagli che riportavano date risalenti agli anni '20 del Novecento”. Trovati anche “un rosario con vaghi di legno e medaglietta e un foglio piegato in quattro, con scritti a matita e in bella grafia, nove nomi di persone con il numero uno – 1 – di fianco. Vi era una moneta di rame, un dente umano e un piccolo pezzo di legno tarlato”.

Come in tutti i gialli che si rispettino, non verrà qui svelata la “prova regina” di cui parla Tore. Che, dopo la prefazione di Giovanni Orrù direttore artistico del festival Sciampitta di Quartu, parla di “un avvincente racconto con un saggio di ampio respiro in cui si indaga il substrato storico-antropologico dei riti del trapasso, partendo dalle antiche fonti letterarie greche e latine sul geronticidio e su di esse vengono inserite le testimonianze sulla permanenza delle pratiche e dei rituali di s'accabbadora nella letteratura dell'Ottocento e del primo Novecento”. Riferimenti a Zenobio, Eschilo e Timeo. Scoprirete il perché del “riso sardonico” e le testimonianze di storici e viaggiatori: da Max Leopold Wagner a Vittorio Angius, da Mario Puddu a Giovanni Spano, con Giuseppe Pasella. Wavve Tyndale, Antonio Bresciani, Paul Valery, Emanuele Domenech, Robert Tennant, Sandro Bucarelli, Dolores Turchi, Charles Edwardes. E il racconto dal Marghine-Planargia della giornalista Egidiangela Sechi, forse unica testimone di un racconto sul fine vita che fu, tra martelli di legno, “s'ossu sonadori” e “giuali”. Un libro rigoroso, documentato come pochi altri, scritto da professionisti (di Quartu e Cagliari) laureati in Medicina e specialisti nel settore legale e forense: Aldo Cinus, settantenne; Roberto Demontis 59 anni; Augusto Marini 68 anni e Mariano Staffa, quartese di 65.

Il libro verrà presentato oggi alle 19 a Quartu nel chiostro dell'ex convento dei Cappuccini di via Brigata Sassari. Con gli autori (moderati da Egidiangela Sechi) interverranno il rettore dell'università di Cagliari Francesco Mola e il sindaco di Quartu Graziano Milia. In conclusione i quattro autori scrivono: “Possiamo affermare che tutti gli oggetti rinvenuti nella nicchia facevano parte dell'apparato strumentale attribuito dalla tradizione a s'accabbadora la quale era persona per lo più di sesso femminile devota e ispirata dal sentimento di pietà verso i sofferenti.

Non era infrequente che le donne che davano la morte pietosa erano le stesse che assistevano i parti in funzione di levadoras, ossia di ostetriche”.

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