Muñoz Molina racconta le paure dei bambini
di Grazia Brundu
Lo scrittore andaluso ha presentato “Sangue rubato”
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«Il libro nasce prima di tutto da una storia che girava tra i miei coetanei quando ero piccolo. Si diceva che dei medici andassero in giro a rapire i bambini e prelevarne il sangue, perché nei sanatori c’erano delle persone molto ricche che ne avevano bisogno per curarsi. Era una storia molto potente, che ha a che fare con la paura antica dell’uomo del sacco, che rapisce i bambini, o con quella del vampiro. È una specie di concentrato di tutte le paure infantili». Questa, con le parole di Antonio Muñoz Molina, la genesi del suo nuovo libro, “Sangue rubato” (Lindau), presentato nei giorni scorsi in anteprima nazionale ad Alghero. Lo scrittore andaluso, tra i più importanti della narrativa spagnola contemporanea, autore di romanzi (tra cui “Beatus Ille”, “Beltenebros”, “Finestre di Manhattan”, “Il vento della luna”) premiati con riconoscimenti prestigiosi, dal Premio Planeta al Príncipe delle Asturie, è stato ospite nei giorni scorsi del festival “Dall’altra parte del mare” curato e diretto da Associazione Itinerandia e Libreria Cyrano, che per quattro giorni ha portato tra Alghero e Sassari una bella fetta del meglio della narrativa spagnola e sudamericana. “Sangue rubato”, il cui titolo originale è “El miedo del los niños” (“La paura dei bambini”) è un romanzo breve, o un racconto lungo, difficile da dimenticare, per l’intensità psicologica con cui Muñoz Molina tratteggia i due protagonisti, Bernardo ed Esteban, due cugini che frequentano le scuole elementari alla metà del secolo scorso, e per lo struggimento con cui racconta sogni e fragilità dell’infanzia, spesso minacciata da un mondo adulto che dovrebbe proteggerla, e che invece si rivela più minaccioso dei mostri delle favole. «È un racconto che volevo scrivere da tanto tempo, e che negli anni si è arricchito di nuove suggestioni, di nuovi spunti», ha spiegato lo scrittore di Úbeda, raccontando come i suoi ricordi personali si siano amalgamati nel corso del tempo a fatti di cronaca e a vicende reali. All’inizio degli anni Novanta, spiega, «venni a sapere di una storia terribile, cioè che in Perù esisteva un’organizzazione che assassinava bambini per prelevarne il grasso, che poi veniva utilizzato per fare cosmetici negli Usa. In quell’occasione scrissi un articolo su quella storia tremenda». La leggenda dei rapitori di bambini, dietro la quale nel romanzo si nasconde una realtà molto più prosaica e crudele, però, continuava a tornargli in mente. Insieme a ricordi dell’infanzia. Il personaggio di Bernardo, per esempio, malato di poliomielite e dotato di una fervida fantasia, è ricalcato su un cuginetto dell’autore, che «mi diceva sempre – ricorda Muñoz Molina – “Cugino, l’anno venturo no, quello dopo nemmeno, l’altro nemmeno, l’altro nemmeno, l’altro nemmeno, ma quello dopo inventeranno una cosa che farà guarire la mia gamba”. Riponeva la sua speranza in un futuro lontano», proprio come il personaggio del romanzo, che sublima la malattia con affabulatoria capace di affascinare i coetanei. «Le storie che si scrivono sono fatte dell’esperienza, del ricordo, dell’irrazionale. A volte non si sa nemmeno da dove vengano, ma bisogna avere l’umiltà di aspettare che prendano forma».
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