La Nuova Sardegna

Arriaga: «La mia scrittura è trasgressione»

di Grazia Brundu
Arriaga: «La mia scrittura è trasgressione»

L’incontro ad Alghero col narratore e sceneggiatore messicano al festival “Dall’altra parte del mare”

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Se bastasse soffrire di deficit dell’attenzione, il mondo sarebbe pieno di ottimi scrittori messicani che scrivono romanzi fluviali e trascinanti. Ma non è esattamente così, e di Guillermo Arriaga ce n’è uno solo. Lo scrittore e sceneggiatore di Città del Messico è stato ospite del festival “Dall’altra parte del mare”, appena concluso.

E ad Alghero non si è limitato a presentare il suo nuovo romanzo “Salvare il fuoco” (Bompiani, traduzione di Bruno Arpaia), ma ha messo in piedi un vero e proprio “one man show”, pieno di aneddoti e autoironia, dove ha parlato un po’ di tutto. Compreso, appunto, il deficit dell’attenzione: «Per me rifare il letto equivale alla fisica quantistica. Non ho il minimo senso della logica, e quando la gente mi parla sembra che non ascolti. Di deficit dell’attenzione soffrono solo personaggi insignificanti, tipo Einstein, Michelangelo… e io!», ha ironizzato, facendo ridere il pubblico, per spiegare il “problema” che sarebbe all’origine della sua particolarissima scrittura frammentata, fatta di ellissi temporali e di punti di vista intersecati.

Autore di romanzi (“Pancho Villa e lo Squadrone Ghigliottina”, “Un dolce odore di morte”, “Il bufalo della notte”, “Il selvaggio”) e di sceneggiature (“Amores perros”, “21 grammi” e “Babel” di Alejandro González Iñárritu, e “Le tre sepolture” di Tommy Lee Jones, miglior sceneggiatura al festival di Cannes), e regista (“The Burning Plain” con Charlize Theron e Kim Basinger), nelle quasi novecento pagine di “Salvare il fuoco” Arriaga racconta la storia d’amore tra Marina, una coreografa della buona società messicana, e José un coltissimo carcerato pluriomicida, e due facce del Messico: l’alta borghesia e le zone di frontiera, controllate dai Narcos.

Una passione, quella raccontata nel libro, per niente improbabile come si potrebbe pensare volendo sfatare a tutti i costi il cliché delle donne che si innamorano sempre dei banditi. Come racconta lo scrittore, «sui social mi hanno contattato delle donne che mi hanno detto: “Sono sposata, ma amo un assassino”. Non so come sia in Italia, ma in Messico alle donne di una certa classe sociale viene chiesto di sacrificare tutto in nome della stabilità e del matrimonio. Ho scoperto che c’è un profondo bisogno di trasgressione, di passioni forti, e non so se rallegrarmi, ma durante il lockdown c’è stato un notevole aumento dei divorzi». Come ha sottolineato il traduttore Bruno Arpaia, i libri di Arriaga sono «pieni di sesso, sangue, sperma, vendetta. Non sono storielle che ti passano addosso». E in effetti, «se non c’è una dose di rischio, non mi interessa scrivere», ha ammesso lo scrittore messicano. Che, durante la sua presentazione trascinante, ha dato un saggio istantaneo e molto rap di “spanglish”, il gergo misto inglese-spagnolo delle zone frontaliere, ha raccontato di essere cresciuto con i film italiani («Volgare, sofisticato e western: “Homo eroticus” con Lando Buzzanca; “Il gattopardo” di Visconti; “Lo chiamavano Trinità”) e che la sua attrice italiana preferita è «Ornella Muti, «la più bella di tutte».

Poi Arriaga ha fatto una promessa ad Alghero: «Nei miei libri metto sempre quello che mi succede in viaggio». E una promessa a tre spettatrici: «Ditemi i vostri nomi. E state attente al prossimo romanzo: li troverete lì». Non resta che aspettare cinque anni, il tempo medio di gestazione dei libri di Arriaga.

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