Rivoluzione a stelle e strisce
di MAURO PALA *
La fortuna del pensiero dell’autore dei “Quaderni del carcere” nei Paesi anglofoni
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Nell’ambito del convegno «Gramsci nel mondo di oggi» organizzato dall’International Gramsci Society (IGS) che si terrà fra Cagliari, Ghilarza e Ales dal 30 settembre al 3 ottobre, si svolgerà un incontro fra studiosi provenienti da Australia, Sudafrica, Gran Bretagna e Stati Uniti. Non solo il panel sulla ricezione del pensatore di Ales nel mondo anglofono ripercorre una lunga sequenza di studi inaugurati da Eric Hobsbawn e John Cammett nei primi anni Sessanta, ma contemporaneamente dà voce ad alcune delle tendenze più innovative del dibattito su politica e cultura in cui Gramsci occupa un posto di rilievo.
GRUPPI SUBALTERNI. Forte di una lunga attività in veste di filologo e traduttore di Gramsci, il linguista Derek Boothman presenterà in questa occasione, insieme al politologo Marcus Green, presidente della IGS statunitense, l’edizione critica in inglese del quaderno 25, il testo sui subalterni, problematica sulla quale si è basato lo storico indiano Ranajit Guha per avviare, negli anni ’80, quelli che sarebbero diventati i «subaltern studies». Intorno ai gruppi subalterni si è sviluppata una linea di ricerca che indaga le diseguaglianze e la condizione precaria di questi individui senza affidarsi esclusivamente alle rilevazioni statistiche: andando oltre il mero dato economico (pur tenendone conto), il genere o l’appartenenza etnica, gli studi sui subalterni indagano i fattori culturali che determinano la crescente disparità fra i gruppi dominanti e la vasta massa di quanti vivono, nelle parole di Gramsci, «ai margini della storia».
STRATEGIE DI MUTAMENTO. Con la precoce scomparsa nel 2019 di uno dei massimi gramsciologi, Joseph Buttigieg, che non ha così potuto ultimare la traduzione integrale dei Quaderni del carcere in inglese di cui era responsabile, la disponibilità del testo integrale in inglese del testo sui subalterni riveste un’importanza strategica per tutti coloro che indagano i «rapporti di forza» e i «momenti o livelli» – per seguire la terminologia utilizzata nei Quaderni – secondo cui si strutturano le società in un contesto globalizzato. Senza dimenticare che, come puntualizza Marcus Green «il concetto di subalterno si correla agli altri concetti, pensieri e strategie di trasformazione sociale elaborati da Gramsci» in un complesso intreccio di fattori religiosi, filosofici, artistici ed antropologici.
DOPO APARTHEID. In tempi di pandemia e crisi economica generalizzata, è superfluo sottolineare l’attualità di un’indagine su un bacino sociale in rapida espansione a livello mondiale, per il quale il disagio sfocia spesso in frustrazione e rifiuto tout court della politica. Riferisce su questa condizione nel Sudafrica del dopo-apartheid la geografa Gillian Hart, chiarendo come gli attriti interetnici e la dipendenza del Paese africano dalle multinazionali siano fra le concause della delinquenza giovanile nelle periferie metropolitane, sullo sfondo di una convivenza fra bianchi egemoni e maggioranza nera che resta problematica.
THE GRAMSCI MOMENT. L’australiano Peter Thomas, docente alla Brunel University di Londra, è redattore della rivista Historical Materialism, che monitora quotidianamente vari eventi nel mondo collegati a forme di resistenza contro regimi autoritari, rivendicazioni sociali o anche commemorazioni di figure significative della tradizione libertaria e socialista, come lo stesso Gramsci. Con il suo The Gramscian Moment, rivisitazione a tutto tondo della prassi critica gramsciana a confronto con la teoria sociale del secondo Novecento, Thomas ha confermato, insieme ad altri studiosi, la vitalità degli studi gramsciani nel mondo anglofono; ciò avviene grazie al contributo di due generazioni di studiosi, dal succitato Joe Buttigieg a Edward Said, da Raymond Williams a Stuart Hall, in un arco di discipline che, in ambito umanistico, spazia dalla letteratura alla filosofia, fino all’antropologia e ai cultural studies; né va dimenticato l’imponente lavoro filologico portato avanti sui Quaderni e sull’intero corpus degli scritti gramsciani a partire da metà degli anni ’80 sotto il coordinamento di Gianni Francioni, sassarese di nascita, docente di filosofia presso l’Università di Pavia. Boothman, Thomas e Green hanno partecipato attivamente a questa iniziativa trentennale, che ha coinvolto centinaia di ricercatori nella meticolosa ricostruzione di quella fitta rete di rapporti fra concetti, analisi e progetti che fa dell’opera di Gramsci un nuovo modo di intendere la filosofia.
FILOSOFIA DELLA PRASSI. Senza sconfessare la storica edizione critica dei Quaderni curata da Valentino Gerratana, questa analisi filologica ha fatto emergere le implicazioni teoriche di alcune «parole chiave» di Gramsci, chiarendo come negli anni del carcere egli rompa con quella tradizione di pensiero liberale all’interno della quale era cresciuto: allorché si lascia alle spalle l’idealismo crociano, rifiuta anche le formule semplicistiche del marxismo che cominciavano a circolare in Urss sotto Stalin. Il risultato di questo rinnovamento è la filosofia della prassi, da cui discende che – in estrema sintesi – i grandi proclami universali possono essere smascherati nella loro ideologia se questa copre interessi di parte, e la filosofia stessa diventa politica, intesa come intervento cosciente sul mondo. Lo storicismo, che il giovane Marx concepiva alla stregua di «liberazione totale da ogni ideologismo» diventa il quadro di riferimento per un intellettuale promotore del «neo-umanesimo»; la realtà non è un’entità astratta e a sé stante, come in Croce o Gentile, ma il risultato del confronto/scontro degli uomini che agiscono sulla quotidianità, modificandola.
DA LOCKE A ROTH. La riflessione finalizzata al miglioramento della condizione del proprio tempo e una filosofia che incoraggia l’azione trovano molti consensi nel mondo anglofono. Contrariamente al luogo comune che vede la spregiudicata ricerca del profitto come il tratto qualificante della cultura anglosassone, esiste una tradizione risalente all’illuminismo di Locke e Hume che pone al centro l’individuo per incoraggiarne le potenzialità associative, e la narrazione delle varie comunità che si sono succedute nella modernità caratterizza la letteratura in lingua inglese da Chaucer fino a Philip Roth. In questo contesto Peter Thomas rivisita la metafora gramsciana del «Moderno Principe» come un modello di politica ideale, che sa conciliare gli slanci del movimento con la solidità organizzativa del partito. Una rivisitazione finalizzata alla ricerca di modelli alternativi alle spinte antistataliste che, proprio fra Gran Bretagna e Stati Uniti, si sono manifestate periodicamente, e con crescente violenza, nel corso degli ultimi quarant’anni, da Margaret Thatcher fino a Donald Trump, con ricadute pericolose su quel concetto prezioso che Gramsci identifica con la società civile.
Proprio alla luce di questi trascorsi, il laboratorio gramsciano nel mondo anglofono dà prova di grande ottimismo della volontà: senza dubbio la progettualità associata a questa lettura di Gramsci potrebbe tornare utile anche a noi.
* Università di Cagliari
GRUPPI SUBALTERNI. Forte di una lunga attività in veste di filologo e traduttore di Gramsci, il linguista Derek Boothman presenterà in questa occasione, insieme al politologo Marcus Green, presidente della IGS statunitense, l’edizione critica in inglese del quaderno 25, il testo sui subalterni, problematica sulla quale si è basato lo storico indiano Ranajit Guha per avviare, negli anni ’80, quelli che sarebbero diventati i «subaltern studies». Intorno ai gruppi subalterni si è sviluppata una linea di ricerca che indaga le diseguaglianze e la condizione precaria di questi individui senza affidarsi esclusivamente alle rilevazioni statistiche: andando oltre il mero dato economico (pur tenendone conto), il genere o l’appartenenza etnica, gli studi sui subalterni indagano i fattori culturali che determinano la crescente disparità fra i gruppi dominanti e la vasta massa di quanti vivono, nelle parole di Gramsci, «ai margini della storia».
STRATEGIE DI MUTAMENTO. Con la precoce scomparsa nel 2019 di uno dei massimi gramsciologi, Joseph Buttigieg, che non ha così potuto ultimare la traduzione integrale dei Quaderni del carcere in inglese di cui era responsabile, la disponibilità del testo integrale in inglese del testo sui subalterni riveste un’importanza strategica per tutti coloro che indagano i «rapporti di forza» e i «momenti o livelli» – per seguire la terminologia utilizzata nei Quaderni – secondo cui si strutturano le società in un contesto globalizzato. Senza dimenticare che, come puntualizza Marcus Green «il concetto di subalterno si correla agli altri concetti, pensieri e strategie di trasformazione sociale elaborati da Gramsci» in un complesso intreccio di fattori religiosi, filosofici, artistici ed antropologici.
DOPO APARTHEID. In tempi di pandemia e crisi economica generalizzata, è superfluo sottolineare l’attualità di un’indagine su un bacino sociale in rapida espansione a livello mondiale, per il quale il disagio sfocia spesso in frustrazione e rifiuto tout court della politica. Riferisce su questa condizione nel Sudafrica del dopo-apartheid la geografa Gillian Hart, chiarendo come gli attriti interetnici e la dipendenza del Paese africano dalle multinazionali siano fra le concause della delinquenza giovanile nelle periferie metropolitane, sullo sfondo di una convivenza fra bianchi egemoni e maggioranza nera che resta problematica.
THE GRAMSCI MOMENT. L’australiano Peter Thomas, docente alla Brunel University di Londra, è redattore della rivista Historical Materialism, che monitora quotidianamente vari eventi nel mondo collegati a forme di resistenza contro regimi autoritari, rivendicazioni sociali o anche commemorazioni di figure significative della tradizione libertaria e socialista, come lo stesso Gramsci. Con il suo The Gramscian Moment, rivisitazione a tutto tondo della prassi critica gramsciana a confronto con la teoria sociale del secondo Novecento, Thomas ha confermato, insieme ad altri studiosi, la vitalità degli studi gramsciani nel mondo anglofono; ciò avviene grazie al contributo di due generazioni di studiosi, dal succitato Joe Buttigieg a Edward Said, da Raymond Williams a Stuart Hall, in un arco di discipline che, in ambito umanistico, spazia dalla letteratura alla filosofia, fino all’antropologia e ai cultural studies; né va dimenticato l’imponente lavoro filologico portato avanti sui Quaderni e sull’intero corpus degli scritti gramsciani a partire da metà degli anni ’80 sotto il coordinamento di Gianni Francioni, sassarese di nascita, docente di filosofia presso l’Università di Pavia. Boothman, Thomas e Green hanno partecipato attivamente a questa iniziativa trentennale, che ha coinvolto centinaia di ricercatori nella meticolosa ricostruzione di quella fitta rete di rapporti fra concetti, analisi e progetti che fa dell’opera di Gramsci un nuovo modo di intendere la filosofia.
FILOSOFIA DELLA PRASSI. Senza sconfessare la storica edizione critica dei Quaderni curata da Valentino Gerratana, questa analisi filologica ha fatto emergere le implicazioni teoriche di alcune «parole chiave» di Gramsci, chiarendo come negli anni del carcere egli rompa con quella tradizione di pensiero liberale all’interno della quale era cresciuto: allorché si lascia alle spalle l’idealismo crociano, rifiuta anche le formule semplicistiche del marxismo che cominciavano a circolare in Urss sotto Stalin. Il risultato di questo rinnovamento è la filosofia della prassi, da cui discende che – in estrema sintesi – i grandi proclami universali possono essere smascherati nella loro ideologia se questa copre interessi di parte, e la filosofia stessa diventa politica, intesa come intervento cosciente sul mondo. Lo storicismo, che il giovane Marx concepiva alla stregua di «liberazione totale da ogni ideologismo» diventa il quadro di riferimento per un intellettuale promotore del «neo-umanesimo»; la realtà non è un’entità astratta e a sé stante, come in Croce o Gentile, ma il risultato del confronto/scontro degli uomini che agiscono sulla quotidianità, modificandola.
DA LOCKE A ROTH. La riflessione finalizzata al miglioramento della condizione del proprio tempo e una filosofia che incoraggia l’azione trovano molti consensi nel mondo anglofono. Contrariamente al luogo comune che vede la spregiudicata ricerca del profitto come il tratto qualificante della cultura anglosassone, esiste una tradizione risalente all’illuminismo di Locke e Hume che pone al centro l’individuo per incoraggiarne le potenzialità associative, e la narrazione delle varie comunità che si sono succedute nella modernità caratterizza la letteratura in lingua inglese da Chaucer fino a Philip Roth. In questo contesto Peter Thomas rivisita la metafora gramsciana del «Moderno Principe» come un modello di politica ideale, che sa conciliare gli slanci del movimento con la solidità organizzativa del partito. Una rivisitazione finalizzata alla ricerca di modelli alternativi alle spinte antistataliste che, proprio fra Gran Bretagna e Stati Uniti, si sono manifestate periodicamente, e con crescente violenza, nel corso degli ultimi quarant’anni, da Margaret Thatcher fino a Donald Trump, con ricadute pericolose su quel concetto prezioso che Gramsci identifica con la società civile.
Proprio alla luce di questi trascorsi, il laboratorio gramsciano nel mondo anglofono dà prova di grande ottimismo della volontà: senza dubbio la progettualità associata a questa lettura di Gramsci potrebbe tornare utile anche a noi.
* Università di Cagliari
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