Vita di donne, dalla libertà alla strettoia senza uscite

Racconto autobiografico senza filtri in “Una donna gelata” di Annie Ernaux Il ricordo della madre forte e autonoma dissolto nell’oggi così deludente

Immaginate un percorso, accidentato, per realizzare il quale occorrono circa trent’anni. E immaginate che lo si compia coprendo passo dopo passo una superficie come quella interna di un imbuto: larghissima nella prima parte, più stretta in seguito, e strettissima dalla seconda imboccatura in avanti, quella del cannello che conduce allo sbocco. Nell’imperdibile “La donna gelata” (L’orma, 192 pagine, 17 euro, traduzione di Lorenzo Flabbi) Annie Ernaux racconta un simile percorso: il suo. Si inizia dal tempo della più ampia - della più larga - libertà, l’infanzia. Un tempo che è stato tale, per la voce narrante, specie grazie all’ambiente in cui è nata e cresciuta: delle donne di allora, le zie, le prozie, la nonna, «non riesco a ricordarmene nemmeno una con i ferri da maglia in mano o pazientemente affaccendata ai fornelli. (…) Se ne fregavano della polvere, della confusione (…). Non erano fatte per stare in casa, erano donne da esterni, abituate da quando avevano dodici anni a stare nel mondo e a sgobbare come gli uomini, e non nel tessile, come ci si aspetterebbe, ma nella corderia, o nella fabbrica di scatolame».

A svettare, la madre. Davanti al suo esempio, a un carattere combattivo contro tutto e tutti («i fornitori e i cattivi clienti del suo negozio, i canali di scolo ostruiti della nostra via e lorsignori che tenteranno sempre di schiacciarci»), come «non essere persuasa della magnificenza della condizione femminile, o persino della superiorità delle donne sugli uomini?». E poi, l’ulteriore modello di libertà ampia, larga: quello famigliare. Dove non ci sono un padre-re e una madre-serva, ma piuttosto due persone che si dividono incombenze e si scambiano ruoli nella maniera più spontanea, dettata «dai gusti e dalle inclinazioni di ciascuno». Ma ecco che il percorso si fa più stretto: è il tempo della scuola. Una scuola religiosa: «Deve aver lasciato delle tracce, questo costante indottrinamento ascoltato per dodici anni, che esalta il dono di sé e il sacrificio. Il corpo è sporco, l’intelligenza un vero peccato». La pulizia dell’anima e dell’aspetto esteriore sono presentate come un’unica cosa, ma insieme a un altro tipo di pulizia, quella della casa. Il regno naturale della donna: l’ordine, la cucina, l’attesa del rientro del marito, l’attesa dei figli. Da dare a lui, al marito lavoratore, e più ancora a Dio: a questo servono le donne, si insegna alle studentesse. Con l’adolescenza, il percorso si fa angusto: l’ansia di uniformarsi alle coetanee alla moda e la voglia di indagare l’amore e il sesso, di cui tutte parlano, sgretolano via via le libertà d’azione e di pensiero dell’infanzia, oltre che il mito originato dalla propria madre della donna che decide per sé. Ora ci si abbiglia e comporta in funzione dello sguardo dell’altro: e questo altro è sempre e solo il maschio.

Se il fidanzamento e l’università riservano comunque qualche piacere, con il matrimonio si infila la parte finale dell’imbuto, il cannello che dovrebbe condurre allo sbocco. Dovrebbe, perché il cannello della vita matrimoniale è ostruito: di sbocco non ne ha. E i figli, due, non sono certo la benedizione promessa: «Sono finiti i miei anni di apprendistato. Dopo arriva l’abitudine. Una somma di intimi rumori d’interno, macinacaffè, pentole, una professoressa sobria, la moglie che per uscire si veste Cacharel o Rodier. Una donna gelata».

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