Genova, i giorni del G8 Fare i conti con la violenza

Che cos’è giustizia, come si può rimanere indifferenti davanti ai soprusi? Le domande di Valerio Callieri nel suo “È così che ci appartiene il mondo”

L’immagine mostra due superfici contigue, perpendicolari l’una all’altra. La prima, la più grande, pare essere un’ampia parete di cemento, ed è divisa a metà da una linea trasversale che separa la parte in ombra da quella in luce: il bianco dal nero, a voler sintetizzare. La seconda, molto più piccola, sta al fondo dell’immagine, e rispetto alla prima, a quella che abbiamo ipotizzato essere una parete, può assumere una doppia dimensione: di porzione schiacciata e di fatto ininfluente in quanto minoritaria, oppure di basamento che sorregge l’intera costruzione.

Parliamo della copertina di “È così che ci appartiene il mondo. Genova 2001, caserma di Bolzaneto” di Valerio Callieri (Feltrinelli, 112 pagine, 12 euro), una copertina che rappresenta con estrema efficacia la materia di questo libro eccezionalmente denso, e ineludibile: nel senso che è quasi una faccenda d’obbligo farci i conti. Perché l’opera del romano, che parte dalla sua esperienza di manifestante durante il G8 di venti anni fa, rifugge le più banali, insopportabili e irrealistiche visioni della realtà, quelle per cui si può distinguere nettamente, sempre e comunque e senza possibilità d’errore chi ha ragione da chi ha torto – il bianco dal nero, a voler sintetizzare –, e la realtà, di ieri e di oggi, la affronta in maniera problematica.

Che è quanto di meno scontato (e al contempo di più utile) si possa fare. Specie quando si sa che il rischio di essere confinati nella porzione di spazio minoritaria, quella che sta sotto, è concreto, e che si corre il pericolo d’essere schiacciati e ridotti al silenzio da quanti hanno fatto dello slogan «Chi non è con noi è contro di noi» il manifesto della loro esistenza. O della loro fortuna politica. Certi passi di “È così che ci appartiene il mondo” lasciano attoniti. Ad esempio quello su una violenza atroce operata dai poliziotti ai danni di un uomo più debole degli altri, e quello sull’atteggiamento degli avvocati delle forze dell’ordine in tribunale: «Mentre raccontavo gli eventi di Bolzaneto, alcuni di loro sorridevano. Mi guardavano in faccia e sorridevano, raccontavo dei pestaggi e sorridevano. (…) Erano risate fredde. Consapevoli. Cattive». Ma a circoscrivere il contenuto alle sole vicende del G8 svoltosi in Italia, all’arresto di Callieri e agli abusi di cui fu vittima e testimone, ai processi che ne scaturirono, si farebbe un torto enorme al libro, all’autore e al lettore della nostra recensione. Perché tali vicende sono sì al centro del libro, ma ne sono a ben vedere un punto di partenza, se non addirittura un pretesto, per porsi delle domande che accompagnano l’uomo da che è uomo. Sono le «domande notturne del mistero che siamo».

Com’è possibile picchiare e continuare a picchiare un proprio simile anche quando questi è ormai inerme? Com’è possibile ridere mentre lo si fa? «In quali circostanze noi saremmo in grado di farlo? Se avessimo sotto mano una persona che a sua volta ha torturato nostro figlio davanti a noi fino a farlo morire, saremmo in grado di farlo?». Cosa comporta, nell’immediato e in seguito, per sé e per gli altri, il rimanere «fermo davanti a un massacro»? Cosa «significa “veramente” giustizia»? «Sono domande abissali – scrive Callieri – che non rassicurano ma da cui è bene lasciarsi colpire. Ci permettono di perdere pericolosamente le nostre certezze. E di dare parola al dolore. In fondo, è così che ci appartiene il mondo».

WsStaticBoxes WsStaticBoxes