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Bufera per le battute di Chapelle

Bufera per le battute di Chapelle

Contro lo speciale del comico Usa su Netflix gli strali della comunità Lbgqt+

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NEW YORK. Bufera a Netflix dopo l'ultimo speciale del popolare comico afro-americano Dave Chapelle risultato offensivo per la comunità Lbgqt+: alla minaccia di un migliaio di dipendenti di incrociare le braccia per protesta, il co-amministratore delegato Ted Sarandos ha replicato che lo show di Chapelle è troppo popolare per essere cancellato. «C’è gente che trova crudeli i monologhi dei comici, ma ai nostri abbonati piacciono, e sono una parte importante dei contenuti che offriamo», ha scritto Sarandos in un memo allo staff: «Chapelle è uno dei nostri comici più popolari, abbiamo un accordo con lui e il suo ultimo special “Sticks and Stones”, anch'esso controverso, è uno dei più visti e premiati del suo genere».

Cinque volte premio Emmy e tre volte premio Grammy, nei 72 combattivi minuti di «The Closer» che si sono conclusi con la storia di un suicidio, Chapelle ha dichiarato che «il genere è un fatto», difeso J.K. Rowling e, a proposito del rapper DaBaby, ha affermato: «Una volta ha ucciso un nero in un supermercato Walmart e nulla di male è successo alla sua carriera. Nel nostro paese puoi uccidere un nero ma è meglio che non urti i sentimenti di un gay».

Lo show attinge energia dall'acceso dibattito su «chi ha più diritto a sentirsi vittima». Dopo il debutto di “The Closer” un ingegnere di Netflix, Terra Field, che è trans, aveva criticato Chapelle accusandolo di aver «attaccato la comunità trans con battute che ne mettono a rischio al sicurezza». Per queste proteste Field e altri due dipendenti erano stati sospesi e poi rimessi al loro posto dopo un incontro con i vertici dell'azienda. Critiche erano arrivate anche dal gruppo Lbgtq+ Glaad, mentre la Black National Coalition aveva chiesto a Netflix di togliere Chapelle dalle proposte in streaming. Sarandos aveva rifiutato, affermando che lo special non incita all'odio o alla violenza: «Alcuni di voi sono rimasti infuriati, delusi e feriti. Capiamo che la preoccupazione non è sul fatto che i contenuti possono offendere qualcuno ma per il rischio di aumento del male nel mondo, l'ulteriore marginalizzazione di gruppi già marginalizzati, l'odio e la violenza».

«L'anno scorso – ha detto Sarandos – Netflix aveva ascoltato simili preoccupazioni per “365 Days'” e la violenza contro le donne. Siamo convinti però che il contenuto sullo schermo non si traduca direttamente in male e violenza nel mondo reale».

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