La Nuova Sardegna

Nell’inferno della famiglia con Giulio Neri

di Francesco Borrasso
Nell’inferno della famiglia con Giulio Neri

In libreria per Il Maestrale il romanzo “Carne” Un’opera popolata di esistenze al limite

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I romanzi che ci raccontano di eventi legati alle famiglie hanno da sempre attirato l’attenzione dei lettori. Esempi fulgidi ci sono venuti, nel tempo, da autori del calibro di Fëdor Dostoevskij con I fratelli Karamazov (1879), da Victor Hugo con I miserabili (1862), fino alla nostra Natalia Ginzburg con il suo Lessico famigliare (1963), solo per fare alcuni esempi. Ogni libro diverso dall’altro, ogni opera intenta ad indagare e scandagliare precisi momenti e luoghi oscuri dell’animo umano, quando quest’ultimo è legato a doppio filo alle vicissitudini del proprio nucleo domestico. Le famiglie, quindi, sono state sempre oggetto di attenzione. Posti dove vivono tradimenti, amori e sofferenze. Raramente abbiamo letto di una famiglia felice. Di tragiche, invece, se n’è parlato sempre. Citando Lev Tolstoj in Anna Karenina (1877) «tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

Chi ha voluto raccontarcene una infelice e, soprattutto, cimentarsi in un libro che tratta questi temi è Giulio Neri, scrittore cagliaritano. Il romanzo è Carne, edito da Il Maestrale. Ci troviamo nel giorno di un matrimonio. La sposa è Augusta, la figlia di un boss della malavita che è stato appena eletto onorevole e lei quel giorno «aveva una forte colica da pesce burro e doveva andare di corpo». Ha sposato Edmondo, un drammaturgo fallito e squattrinato, lui «presentiva che l’osso di morto gli avrebbe portato scalogna. Tuttavia, angosciato dai rischi di una polemica, aveva acconsentito a farsi imboccare».

Siamo a Porto Dattero, una città immaginaria del sud della Sardegna. Da qui parte la narrazione di vite criminali, di traffici illeciti. Ogni personaggio trama, chi più chi meno, alle spalle dell’altro, restando però vincolato agli affetti. Una narrazione, questa, che ha come sfondo gli affari malavitosi e che quindi, a volte in maniera ironica, altre volte in modo più duro, cerca di raccontarci i rapporti familiari da un’angolatura differente rispetto a quello a cui può essere abituato il lettore. C’è Donna Genesia, la moglie del capo, una signora che sembra illusoriamente in disparte, ma «prima di mettersi a letto, Donna Genesia aveva inalato una dose di quel “farmaco maledetto”: si fingeva addormentata; ma la smania, accanto al marito che seguiva una vendita all’asta su Telemarket, la proiettava a oltranza in scene di corpi sussultanti. Il desiderio era solleticato dalla fantasia di Augusta con Manolo: lì al campetto, divisi dalla recinzione, si erano mangiati con gli occhi». Don Sias, il capo famiglia, che cerca in tutti i modi di far rispettare ciò in cui crede, spesso fallendo: «Quando tornarono da “Sorrisi e Canzoni”, Don Sias stava leggendo L’Osservatore romano in piedi accanto al biliardo. Indossava il suo completo di lino bianco candido, e con il ventilatore che gli ruotava sopra la testa sembrava un Pontefice aureolato». Ci sono poi i suoi scagnozzi, (Peppi Ricamo, Manolo, Vito Riace; e il dottor Mameli) i suoi amici (che non sono mai realmente tali). C’è il disonore, che serpeggia e che alita sui volti dei familiari e c’è l’amarezza sprezzante della delusione. Spesso il collante tra persone allacciate dal sangue è la colpa.

Come se fosse qualcosa di vivo, la colpa resta attaccata addosso, non lascia scampo, toglie l’aria. La letteratura italiana è piena di romanzi che girano intorno ad un nucleo familiare, ma questo libro di Giulio Neri sembra qualcosa di diverso, è come un caleidoscopio. Una girandola di personaggi, tutti ben delineati, tutti sinceri nel loro modo di stare al mondo, si susseguono nella narrazione all’interno di un registro semplice ed efficace e di una scrittura pulita, che diventa fotografica, pronta a mostrarci momenti singoli, dialoghi serrati e situazioni scabrose: «Come ogni sera, Costantino cenava da solo con il piatto di germogli di soia poggiato sul davanzale e una compilation di musica indiana sull’mp3. La posizione Siddharta e il profluvio di sitar non gli davano però i soliti benefici. Era inquieto, rimuginava senza sosta: Augusta, con il suo piglio inquisitorio, gli aveva sbattuto in faccia i vecchi limiti, i tristi tempi dell’autostima bassa, quando bastava qualsiasi sciocchezza a togliergli il sonno».

Altro elemento decisivo è senza dubbio il sesso. «Donna Genesia a immaginarsi posseduta da molti uomini: pescatori della cooperativa “Anguiddas”, schiavi di Peppi Ricamo e nevrotici in cura per dipendenza da sesso». Sesso che diventa arma, che diventa oggetto, ma senza sentimentalismi e che quasi come un’eco risuona ovunque all’interno del romanzo, a tratti come una benedizione, altre volte come un tormento.

Un’opera piena di esistenze al limite, dove ogni personaggio sembra affacciarsi sul baratro fino a rischiare la caduta, ma al contempo Carne è un libro che sa affrontare temi anche delicati in maniera in qualche modo leggera. Una lettura che scorre veloce. L’autore riesce ad essere originale e a non stancare mai il lettore. I capitoli sono quasi tutti molto brevi, somigliano a delle diapositive, scene singole che vengono messe davanti agli occhi di chi legge come fossero frame di un film. Non c’è scampo dai legami di sangue. Qualsiasi tipo di lontananza, che sia fisica o mentale, sembra poter non bastare mai, «sull’aereo in virata preatterraggio, Costantino si ripeteva l’antico precetto e ne faceva l’esegesi sull’agendina: «Il distacco è una legge della Vita e segna la doverosa emancipazione del figlio dal genitore-maestro. Autochirurgia che richiede coraggio e resistenza al dolore».

Montaigne ci disse che governare una famiglia è poco meno difficile che governare un regno. Ne sanno qualcosa i personaggi di questo romanzo: Don Sias, sua moglie e sua figlia Augusta, che si ritrovano a fare i conti con il caos, cercando di uscirne, spesso fallendo. Credo che questo sia un romanzo fresco, che riesce a farci sorridere e riflettere, e soprattutto a farci entrare a capofitto e senza sforzi in una storia di sangue e legami inevitabili.



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