La Nuova Sardegna

Grandi e imperfetti Il tennis perduto e i suoi campioni

di Roberto Sanna
Grandi e imperfetti Il tennis perduto e i suoi campioni

Stefano Meloccaro nel libro “Colpi di genio”  racconta l’epopea di una stagione appassionante

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Sono forti, perfetti, a volte cannibali. Hanno stile, educazione, fair-play, sono vestiti e pettinati alla perfezione. Non una parola fuori posto, un gesto fuori dalle righe. Però, diciamo la verità, non appassionano, non infiammano quanto i loro predecessori: Federer, Djokovic e Nadal (e presto i loro eredi annunciati come Berrettini, Tsitsipas, Sinner, Musetti e Zverev) hanno fatto incetta di titoli e trofei, aggiornato i record, scavato un solco, ma per chi è cresciuto insieme alla generazione di Panatta, Connors e McEnroe, alle loro stravaganze in campo e fuori, è difficile appassionarsi a questo tennis. Fatto di grandi atleti e professionisti impeccabili, ma in fondo troppo uguali anche nella gestione dell’immagine affidata a solerti uffici stampa e social media manager.

Una calma piatta, seppur di altissimo livello, che ha portato Stefano Meloccaro, giornalista che segue il tennis per Sky Sport, brillante intrattenitore su Radio Capital con Benny e ancora su Sky in coppia con Fiorello, a tuffarsi nel passato per ripercorrere le tracce di dieci grandi artisti della racchetta nel libro “Colpi di genio” (272 pagine, 17,90 euro) uscito per Sperling&Kupfer. Pagine introdotte da Adriano Panatta (che è anche uno dei dieci campioni celebrati da Meloccaro) e che raccontano, come spiega l’autore nel libro, un tennis molto rock&roll, campioni imperfetti e forse proprio per questo indimenticabili: «Il dritto marcio di Connors, le follie autolesioniste di Nastase, la compiaciuta indolenza panattiana, la furia artistoide di McEnroe. E ancora: le volée artigianali di Borg, Noah e i suoi colpi strappati, l’ottusa testardaggine di Becker, la fissità crudele di Lendl, i tormenti vacui del giovane Agassi». Facce, momenti e immagini che chi c’era, anche davanti alla tv, non potrà mai archiviare a cuor leggero: «Emanavano una bellezza di fondo che non possiamo dimenticare, per nessun motivo» spiega Stefano Meloccaro.

Come ha preso la decisione di scrivere questo libro?

«A forza di discutere continuamente in questi anni su chi sia il più grande di sempre, di contare il numero degli slam vinti da Federer, Nadal e Djokovic, mi sono venuti in mente i tennisti di altre epoche. Protagonisti di tante battaglie in campo e grandi momenti non strettamente legati al semplice gesto tennistico, sui quali ci sono centomila aneddoti. Tanti fatti e storie che i super esperti della materia forse già conoscono, era un periodo in cui si sapeva tutto di tutti, la tv mandava tutto in chiaro, ma che ho voluto comunque raccogliere in una sorta di piccolo Bignami».

È stato difficile scegliere i protagonisti di questa galleria?

«Non parlerei di difficoltà a scegliere, piuttosto di esclusioni dolorose che ho dovuto fare. Diciamo che in una seconda puntata non potrebbero mancare Leconte, Gerulaitis, Ashe, Rosewall, Edberg. Giocatori anche loro non solo molto forti in campo, ma in possesso di una grande personalità».

Il suo preferito nella Top 10 di “Colpi di genio”?

«Non c’è dubbio: Panatta. Credo che la mia, la nostra generazione si sia innamorata del tennis grazie alle sue imprese. Avevo in camera il suo poster e quando accendevo la tv c’era sempre Adriano a trascinarci».

La generazione attuale è davvero la più forte di sempre?

«Secondo me vanno rivisti i parametri. Nel senso che ci siamo un po’ troppo abituati a f discorsi basati esclusivamente sul numero di vittorie e di Slam, il tennis in questo senso si è un po’ “juventinizzato” e sembra che vincere sia l’unica cosa che conti. Non è così, non è che se in carriera non hai venti tornei Slam all’attivo sei un fesso. Il numero di vittorie non dà la misura del valore e della forza di un tennista, pensate a uno come Borg che non ha vinto certo venti titoli ma è diventato comunque una leggenda coi suoi cinque Wimbledon di fila. Parlando di soli numeri nel tennis si rischia di fare un discorso deviato, dovremmo rientrare nei veri confini di questo sport. Altrimenti si fa prima a fare i geometri o i ragionieri, non gli sportivi».

Cosa non le piace di questi campioni che dominano il tennis attuale?

«Sono troppo perfetti. Grandi professionisti, si allenano sempre, vincono, non dicono una parola sbagliata sugli avversari, perdono e fanno grandi complimenti. Nessuno va mai fuori dalle righe, io penso a Connors e Gerulaitis che nel Roland Garros del 1989, ormai a fine carriera, giocarono il doppio e si presentarono in stampelle per sottolineare la loro età avanzata. Qualcosa ha provato a fare Djokovic all’inizio ma Nadal la prese malissimo e gli fece capire che non era il caso. Negli ultimi Us Open Medved ha negato il Grande Slam proprio a Djokovic e poi gli ha detto “Sei il più grande di sempre”. Jimmy Connors e John McEnroe se avessero potuto non si sarebbero nemmeno stretti la mano alla fine dei match».

Quarant’anni fa era tutto così bello?

«Non sono un nostalgico, non penso che bisognerebbe tornare alle racchette di legno. Tutto cambia anche negli altri sport, pensiamo all’Nba che cosa è diventata. E nel tennis quarant’anni fa se c’erano grandi campioni, attorno a loro giravano anche tanti bei “pipponi”. Non è una questione bravura, è proprio la personalità che faceva la differenza. Noi addetti ai lavori sappiamo che Berrettini, Sinner e Musetti hanno caratteri differenti ma all’esterno non si percepisce, il prodotto è omologato».

Che cosa avrebbe voluto vivere di persona, delle tante cose raccontate nel libro?

«Alcuni ricordi sono molto vivi: mi ricordo in tv Noah vincere il Roland Garros, ho visto Connors dal vivo ed è stata una delle esperienze più intense della mia vita. Ecco, ripensando a quello che racconta Rod Laver spiegando quanto il tennis fosse cambiato durante i suoi anni da professionista, avrei voluto vivere il momento del suo ritorno sulla scena open, quando il tennis si trasformò e da bianco e nero diventò a colori».



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