Pagine parlanti Se le ascolti ti salvano la vita
di Savina Dolores Massa
Protagonista è un libro capace di dialogare con chi lo legge e di percepire la realtà esterna
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Proviamo a cercare un primo aggettivo per il romanzo “Tascabile indimenticabile” inventato da Angelo Mazza, ultimo scrittore giunto nella scuderia Il Maestrale di Nuoro, uscito lo scorso giugno. E in giugno le spighe iniziano a divenire oro e poi grano e poi pane. Cosa c'entra adesso il pane? C'entra.
Un aggettivo. Qual è tanto di moda negli ultimi tempi sulla scia delle scritture prodotte a fasciami? Distopico, cioè una trama collocata in un futuro che mai vorremmo accadesse: con distruzione, luoghi incolori, odio e disumanità. Il romanzo di Mazza è distopico nella misura in cui nulla è in atto per frenare un treno ad alta velocità desiderato da troppi, sul quale a migliaia con gomiti a lama si svenano e svenano per salire. Scrittori o meno. Librai o editori. Ciarlatani garruli da vetrine, dimentichi che esiste sempre per tutti una saracinesca con orario di chiusura o per accertato fallimento della bottega. Soprattutto lettori da saziare in pasti veloci col destino di divenire cibo dimenticato già durante il processo della digestione: un peto, un rutto vogliamo sia un libro, per noi? Per educazione non ho citato la merda, poi ci ho ripensato ed eccola qui, nel suo significato più autentico: lo scarto eliminato in attesa del successivo, e via via per le stagioni. Il libro torni pane, dunque. Carta da musica.
Mazza con l'aggettivo “indimenticabile” nel titolo del romanzo trova il coraggio, in un tentativo quasi eroico, di fermare il treno, presentandoci Beppe Serpino ventenne fino a essere ottantenne riga dopo riga – rotaie, parallele, orizzontali – di aspetto “indimenticabile” con il suo metro e sessantacinque; le mani e i piedi giganteschi; una voce possente inimmaginabile in uno venuto al mondo per essere scordato nelle note fuori tempo. Come indimenticabile maniera di passione contraria all'ossessione è “il tascabile” prescelto dall'uomo per stare sempre nella propria tasca. E nelle creature alte un metro e sessantacinque ogni tasca è favolosamente più vicina al cuore di altre.
Un senso dello stare accanto che potrebbe condurre il lettore del romanzo verso un altro aggettivo: visionario. E no, ancora no, sarebbe fare un torto, avvilire una scrittura. Incontrarlo un Serpino... che proprio per l'aspetto invisibile colma i luoghi suo malgrado. E perché mai? Perché lui è il risultato di migliaia e migliaia di libri letti, delle anime di ogni personaggio incontrato, adorato e mai scacciato, fino a rischiare spesso la propria vita anche per salvarne uno soltanto. Ebbene, nel romanzo di Mazza, ogni libro, ogni luogo del pianeta descritti dimostrano riconoscenza, e parlano tra loro i personaggi, rimasti immortali grazie alla perseveranza di un uomo. Parlano, si burlano a vicenda, evitano sapienza narcisistica che potrebbero ben permettersi, si adirano e fanno pace. Utilizzano i propri sensi, dall'olfatto di sensibili nasi, all'udito lunghissimo; dal tatto di polpastrelli di carta a contatto con altri di carne. Versano lacrime al gusto di memoria. Sognano ancora? Lo fanno, compresa l'esistenza di “un lettore ideale” in un perpetuo vicendevole nutrirsi: qui sta il distopico. Quasi l'orrore verso i sentimenti lindi sempre più anacronistici, da celare per non correre il rischio di cadere nel ridicolo quando contano assai più – e con leggiadria beffarda – il profitto e il successo.
I veri libri hanno paura per la loro sorte. Beppe Serpino con la sua bassa statura, gli occhi sfiniti e contorti, identici a ogni sagoma di lettera d'inchiostro baciato nella propria vita ha il cuore tuonante di battiti che non si può fare a meno di udire. Mazza non fa sermoni, ma quanto è semplicemente bello quando ci ipnotizza tra le pagine di un libro causa un innocuo biglietto di corriera custodito dentro. Un comune privo di vita biglietto, ma non per Serpino, affascinato da un verso di poesia d'amore annotato sopra da un uomo appena sceso da una nave. Quel biglietto, nel romanzo conquisterà un suo valore, una voce assieme agli altri protagonisti, commuovendo una parte di noi indirizzata a spegnersi, comprendendo che distopici, per qualcuno, lo siamo già.
Un aggettivo. Qual è tanto di moda negli ultimi tempi sulla scia delle scritture prodotte a fasciami? Distopico, cioè una trama collocata in un futuro che mai vorremmo accadesse: con distruzione, luoghi incolori, odio e disumanità. Il romanzo di Mazza è distopico nella misura in cui nulla è in atto per frenare un treno ad alta velocità desiderato da troppi, sul quale a migliaia con gomiti a lama si svenano e svenano per salire. Scrittori o meno. Librai o editori. Ciarlatani garruli da vetrine, dimentichi che esiste sempre per tutti una saracinesca con orario di chiusura o per accertato fallimento della bottega. Soprattutto lettori da saziare in pasti veloci col destino di divenire cibo dimenticato già durante il processo della digestione: un peto, un rutto vogliamo sia un libro, per noi? Per educazione non ho citato la merda, poi ci ho ripensato ed eccola qui, nel suo significato più autentico: lo scarto eliminato in attesa del successivo, e via via per le stagioni. Il libro torni pane, dunque. Carta da musica.
Mazza con l'aggettivo “indimenticabile” nel titolo del romanzo trova il coraggio, in un tentativo quasi eroico, di fermare il treno, presentandoci Beppe Serpino ventenne fino a essere ottantenne riga dopo riga – rotaie, parallele, orizzontali – di aspetto “indimenticabile” con il suo metro e sessantacinque; le mani e i piedi giganteschi; una voce possente inimmaginabile in uno venuto al mondo per essere scordato nelle note fuori tempo. Come indimenticabile maniera di passione contraria all'ossessione è “il tascabile” prescelto dall'uomo per stare sempre nella propria tasca. E nelle creature alte un metro e sessantacinque ogni tasca è favolosamente più vicina al cuore di altre.
Un senso dello stare accanto che potrebbe condurre il lettore del romanzo verso un altro aggettivo: visionario. E no, ancora no, sarebbe fare un torto, avvilire una scrittura. Incontrarlo un Serpino... che proprio per l'aspetto invisibile colma i luoghi suo malgrado. E perché mai? Perché lui è il risultato di migliaia e migliaia di libri letti, delle anime di ogni personaggio incontrato, adorato e mai scacciato, fino a rischiare spesso la propria vita anche per salvarne uno soltanto. Ebbene, nel romanzo di Mazza, ogni libro, ogni luogo del pianeta descritti dimostrano riconoscenza, e parlano tra loro i personaggi, rimasti immortali grazie alla perseveranza di un uomo. Parlano, si burlano a vicenda, evitano sapienza narcisistica che potrebbero ben permettersi, si adirano e fanno pace. Utilizzano i propri sensi, dall'olfatto di sensibili nasi, all'udito lunghissimo; dal tatto di polpastrelli di carta a contatto con altri di carne. Versano lacrime al gusto di memoria. Sognano ancora? Lo fanno, compresa l'esistenza di “un lettore ideale” in un perpetuo vicendevole nutrirsi: qui sta il distopico. Quasi l'orrore verso i sentimenti lindi sempre più anacronistici, da celare per non correre il rischio di cadere nel ridicolo quando contano assai più – e con leggiadria beffarda – il profitto e il successo.
I veri libri hanno paura per la loro sorte. Beppe Serpino con la sua bassa statura, gli occhi sfiniti e contorti, identici a ogni sagoma di lettera d'inchiostro baciato nella propria vita ha il cuore tuonante di battiti che non si può fare a meno di udire. Mazza non fa sermoni, ma quanto è semplicemente bello quando ci ipnotizza tra le pagine di un libro causa un innocuo biglietto di corriera custodito dentro. Un comune privo di vita biglietto, ma non per Serpino, affascinato da un verso di poesia d'amore annotato sopra da un uomo appena sceso da una nave. Quel biglietto, nel romanzo conquisterà un suo valore, una voce assieme agli altri protagonisti, commuovendo una parte di noi indirizzata a spegnersi, comprendendo che distopici, per qualcuno, lo siamo già.
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