1984. «Enrico Berlinguer, un grande sardo e un uomo giusto»
Muore il segretario del Pci: il ricordo della Nuova. Quella lunga intervista in cui analizzò la crisi dell'isola
Alle 12.45 dell’11 giugno 1984 muore a Padova dopo tre giorni di agonia (era stato colpito da un ictus durante un comizio) Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano. Ecco l’editoriale del direttore della Nuova Sardegna, Alberto Statera, dal titolo “Le radici di un giusto”
È morto « un uomo giusto», annuncia il manifesto funebre del Pci, mutuando una di quelle frasi che spesso al presidente Pertini sgorgano dal cuore e alle quali è difficile togliere o aggiungere alcunché. Ma è morto anche – sentiamo il dovere di dirlo – un grande sardo. Con Enrico Berlinguer la scena politica nazionale perde un leader di alto prestigio e di vasta popolarità, la Sardegna uno di quegli uomini così legati alla propria terra da caratterizzarne un’intera generazione. Nei confronti degli uomini politici nati in Sardegna ed assurti ad incarichi di rilievo nazionale c’ è un’antica, strisciante e mai sopita polemica: quando vanno a Roma – si sente dire dalla gente – dimenticano di essere sardi, fanno troppo poco per la loro regione. Berlinguer, naturalmente, non ignorava questo luogo comune e sapeva che talvolta anche lui vi era accomunato. Ma quando, pochi mesi fa, gli chiesi di «difendersi» da quest’«accusa», mi ripose soltanto con uno di quei suoi vaghi sorrisi. Poi, però, mi concesse una lunghissima intervista, che «La Nuova» pubblicò in coincidenza con l’inizio del suo viaggio in Sardegna nel gennaio scorso, ricca di dettagli minuziosi sulla situazione sociale, politica ed economica dell’isola: il carbone, le miniere del Sulcis, le carceri, il banditismo, le vicende che squassavano la giustizia sarda. Facendo un denominatore comune, Berlinguer ne concludeva che i trentacinque anni di autonomia regionale non sono stati spesi come si sarebbe dovuto, perché non solo non hanno risolto le contraddizioni storiche della società sarda, ma le hanno anzi rese ancora più acute. E ne traeva motivo per portare personalmente l’appoggio della segreteria nazionale del partito alla proposta di «alternativa autonomistica». Ma, al di là delle questioni di schieramento, nelle sue parole si coglieva un’intensa adesione emotiva alla crisi che la Sardegna sta vivendo: Le mie radici – disse rispondendo a una domanda – sono profonde perché ho vissuto in Sardegna il periodo decisivo della mia formazione personale e politica (gli s’illuminarono gli occhi al ricordo dei “fatti di Sassari” di cui era stato protagonista proprio quarant’anni prima - ndr). Ma alla Sardegna mi lega la convinzione che vi è qui un peculiare e prezioso patrimonio di energie umane che non è valorizzato, ma mortificato, ciò che costituisce una perdita non soltanto per la Sardegna, ma per l’intera nazione italiana». Quasi un testamento, a rileggerlo oggi, di un uomo giusto – comunque la si pensi – e di un grande sardo.
A pagina 7 l’articolo del magistrato e scrittore Salvatore Mannuzzu dal titolo “ Un amore vero per la sua isola”
Qualche sassarese può ricordarlo al mare delle Saline di Stintino. La spiaggia lì si snoda lunghissima e non profonda, riparata da una spalliera di piccole dune: l’acqua è meno splendida che altrove, ma più facile, quasi ovvio l’isolamento. Berlinguer, Enrico Berlinguer si teneva presso l’ombrellone ai margini del piccolo gruppo tutto di parenti e vecchi amici; smilzo e un po’ curvo nel costume da bagno; sembra che in genere parlasse poco, secondo sua abitudine, per quel riserbo quasi involontario, gentile e un po’ misterioso che gli era proprio: solo con qualche sprazzo non frequente di espansività. La città è cambiata in 40 anni, quanti sono passati dalla sua partenza e dalla sua giovinezza. La villetta in fondo a via Alghero dove aveva vissuto, precocemente orfano, rimane tale e quale, ma non più all’estrema periferia. E forse è inutile cercare altri luoghi deputati di quella storia: le sezioni del Pci sono diverse da quella prima di San Sisto, il Caffè Rubattu non c’ è più; solo il carcere di San Sebastiano, in cui fu rinchiuso per alcuni mesi ai tempi delle lotte per il pane, così anacronistico tra via Roma e via Cavour, i muri di cinta con i camminatoi, tutte quelle inferriate, forse ne dà ancora un’idea (...) Eppure un legame tra Berlinguer e questa sua città d’origine, e l’isola intera, sicuramente durava, un filo sottile e resistente; poco appariscente e complesso come il personaggio. Magari fatto perfino di fraintendimenti reciproci, come succede di tutti i rapporti d’affetto. Non fu un esercizio oratorio quando egli nel discorso in piazza d’Italia, da segretario nazionale del partito, confessò l’emozione di trovarsi a parlare in quel luogo. E viene da ricordare come il fratello Giovanni, ritornando dalla Sardegna, gli facesse parte di una forma di formaggio marcio, dividendola a metà: quasi si tratti di una chiave indispensabile ma insufficiente per aprire una storia umana. Che storia? Può darsi che metà della città non si perdonasse di non avere inteso neppure lontanamente quel che sarebbe diventato, ricordando il ragazzo chiuso e non facile; può darsi che un po’ dell’altra metà semplificasse, troppo entusiasta, nell’autorità raggiunta e nel carisma lineamenti assai singolari. Forse in questo momento è ancora più difficile cercare di decifrarli (...)
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