letteratura
Le nuove frontiere della giovane critica
di MASSIMO ONOFRI
Benedetto Croce, intervistato nell’euforia giovanilistica del secondo dopoguerra, pronunciò parole che io, tanti anni dopo e poco più che ventenne, ho fissato nella memoria in modo indelebile: «I...
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Benedetto Croce, intervistato nell’euforia giovanilistica del secondo dopoguerra, pronunciò parole che io, tanti anni dopo e poco più che ventenne, ho fissato nella memoria in modo indelebile: «I giovani hanno un solo dovere: invecchiare rapidamente». Lo confesso: non so se i giovani come categoria concettuale esistano davvero, al di là del facile sociologismo. Ma so di certo, per consuetudine antica di pedagogo, che ci sono sempre stati giovani brillanti e precoci, e dunque già ben invecchiati, capaci di presentare da subito importanti contributi nel loro campo di competenza. Pensate agli studi letterari: è dagli anni Novanta, da quando cioè apparve Istruzioni per l’uso del lupo (1994) di Emanuele Trevi (vincitore, quest’anno, del Premio Strega), che si parla di “giovane critica”: e non si è mai smesso di farlo, di generazione in generazione.
Pensavo a tutto questo leggendo l’ultimo bel libro di Alessandro Cutrona, Questione di sguardi. Il punto di vista e la narrazione, pubblicato di recente da Il Palindromo di Palermo. Cutrona è nato nel 1992 a Agrigento e fa attività di ricerca all’Università di Enna, ma ha già alle spalle uno studio dedicato a L’attualità della “mise en abyme” nelle opere di Peter Greenaway e Charlie Kaufman (2017), ove, muovendo dalla celebre espressione inventata da Andrè Gide, sempre di tecniche legate al punto di vista, e non solo in letteratura, si trattava. Ora, il fatto che Cutrona sia, proprio come il conterraneo Pirandello, “figlio del Caos”, qualcosa deve aver contato nella scelta del suo tema. Già, il relativismo pirandelliano: mi verrebbe da dire che, visto il nostro oggi scettico e disincantato, Cutrona sia nato proprio nel luogo giusto e negli anni propizi: circostanza che, in qualche modo, lo destina a capire meglio di qualsiasi altro suo coetaneo lo spirito dei nostri tempi. Vedremo: io, intanto, scommetto su di lui.
Pensavo a tutto questo leggendo l’ultimo bel libro di Alessandro Cutrona, Questione di sguardi. Il punto di vista e la narrazione, pubblicato di recente da Il Palindromo di Palermo. Cutrona è nato nel 1992 a Agrigento e fa attività di ricerca all’Università di Enna, ma ha già alle spalle uno studio dedicato a L’attualità della “mise en abyme” nelle opere di Peter Greenaway e Charlie Kaufman (2017), ove, muovendo dalla celebre espressione inventata da Andrè Gide, sempre di tecniche legate al punto di vista, e non solo in letteratura, si trattava. Ora, il fatto che Cutrona sia, proprio come il conterraneo Pirandello, “figlio del Caos”, qualcosa deve aver contato nella scelta del suo tema. Già, il relativismo pirandelliano: mi verrebbe da dire che, visto il nostro oggi scettico e disincantato, Cutrona sia nato proprio nel luogo giusto e negli anni propizi: circostanza che, in qualche modo, lo destina a capire meglio di qualsiasi altro suo coetaneo lo spirito dei nostri tempi. Vedremo: io, intanto, scommetto su di lui.
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