Verdelli, la nobiltà brutale della grande cronaca
di Luigi Soriga
Storie e ritratti firmati dall’ex direttore di Repubblica e della Gazzetta dello Sport Il giornalismo è «la voglia di aprire una porta, ogni volta come se fosse la prima»
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Se si potesse strizzare questo libro, come fosse uno straccio bagnato, ciò che verrebbe fuori è un distillato di giornalismo in purezza. Una sostanza acida fatta di passione, esperienza, rigore, capacità di racconto, nottate in redazione, strade calpestate e persone raccontate. Ogni tanto farebbe bene assumere una piccola dose di questo concentrato, per risvegliare il senso di un mestiere bellissimo. Carlo Verdelli, 64 anni, nell’introduzione di Acido (Feltrinelli), lo riassume così: «Perché c’è dell’altro, molto altro, nel lavoro di giornalista. Per esempio, la voglia di aprire una porta, ogni volta come se fosse la prima, e non darsi pace finché non si è capito cosa c’è dietro, persone o storie che siano, senza trascurare alcun dettaglio, col dubbio permanente di aver tralasciato qualche elemento, con l’umiltà di ricominciare a cercarlo, e rovistare, buttare per aria le verità ufficiali, rompere scatole e le scatole a chiunque ci si trovi di fronte. A costo di essere brutali». E poi ciò che gocciola dalle pagine acide sono tanti frammenti significativi della storia italiana, un mosaico di grandi cronache scritte e pubblicate durante un’intera vita da giornalista. Il primo capitolo è dedicato ai casi chiusi: il primo è emblematico, Enzo Tortora, uno sfregio indelebile alla dignità di un uomo e al comune senso di giustizia, “il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso” del secolo. L’attacco è un pugno allo stomaco, nello stile del libro: «Qualsiasi cosa ci sia dopo, il niente o Dio, è molto probabile che Enzo Tortora non riposi in pace». Le pagine si impregnano di nera, ma l’inchiostro non è mai denso. La scrittura è fluida, svelta, ma non istintiva. C’è un’asciugatrice che lavora di continuo, che cancella gli aloni di retorica, non c’è mai la frase che ti aspetti, il sostantivo e l’aggettivo dalle nozze d’oro: è la parola diversa a spiazzarti. Così l’orrore di Pietro Maso, che trucidò i genitori per appropriarsi dell’eredità. O l’amore tossico di Olindo e Rosa, la coppia dell’acido, gli occhi di ghiaccio di Vallanzasca: un viaggio nell’oscurità della indole umana illuminato dai bagliori dei personaggi. Oltre ai fatti, alla narrazione ben documentata, c’è sempre il peso umano degli assassini e delle vittime a inspessire le storie. Questa è la forza del buon giornalismo e la lezione di Verdelli. Editorialista del Corriere della Sera, primo direttore editoriale per l’offerta informativa nella storia della Rai. E ancora vicedirettore di Epoca e del Corriere della Sera, direttore di Sette, Vanity Fair, La Gazzetta dello Sport e fino all’aprile 2020 del quotidiano La Repubblica. Carlo Verdelli ha insegnato un mestiere a intere generazioni. Il capitolo Lottatori è denso di ritratti: Alex Zanardi, Pietro Mennea, o Aceto il fantino tascabile olbiese divenuto il re del palio di Siena. O i Cognomi, un’anagrafe marchiata nella storia, come Gassmann, Lucio Dalla, o Enzo Biagi. Per ciascuno c’è un aneddoto che racchiude in sé una personalità. È curioso scoprire un Biagi inedito, perfezionista, umorale, da una sua giornata senza notizie spesa a inventare la puntata che funziona. Gli ultimi due capitoli, Anime nella corrente e Luoghi”, sono un’altra straordinaria lezione. Fanno capire che anche gli interstizi del mondo custodiscono storie minuscole che vanno la pena di essere raccontate. Sempre e comunque. Sono quelle acquattate fuori dai bagliori della cronaca, e solo la curiosità e la sensibilità del giornalista è capace di stanarle. Come La trans Antonia, «un essere ospitato in un corpo sbagliato. Antonia che fu Antonio. Nata uomo. E la sua fatica di vivere a elevata potenza...». L’albero della carta, scrive Verdelli, «perde le foglie, investito da una specie di autunno perenne». Calano le copie vendute, cascano le pubblicità, appassiscono le edicole, avvizziscono anche i lettori. La galassia Zuckerberg fagocita quella Gutemberg. E le notizie diventano svelte e sciatte, la fretta le prosciuga. E a commentarle ci sono i leoni da tastiera, quelli dai giudizi facili, che emettono sentenze, che godono se un quotidiano è in difficoltà. Anche loro dovrebbero assumere un po’ del distillato acido. Strizzare il libro, aprire la bocca (e il cervello), assaporare e capire quanta passione e serietà può esserci dietro il giornalismo.
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