La Nuova Sardegna

IL DOSSIER 

Dalle antiche carte affiora la difficile vita delle donne

Dalle antiche carte affiora la difficile vita delle donne

Sassari, agosto 1884. Teodora, 24 anni, viene uccisa con un colpo di fucile sparato a bruciapelo dal padre che non vuole pagare la dote del matrimonio e che durante l’interrogatorio parla di...

6 MINUTI DI LETTURA





Sassari, agosto 1884. Teodora, 24 anni, viene uccisa con un colpo di fucile sparato a bruciapelo dal padre che non vuole pagare la dote del matrimonio e che durante l’interrogatorio parla di incidente, di fatalità. Il delitto, per niente perfetto, verrà smascherato da un intraprendente medico legale il quale, esaminate le ferite sul corpo della poveretta, decide di procedere a quelle che molto più in là saranno chiamate prove balistiche. Acquista un’arma e verifica le traiettorie dei proiettili, nella sua perizia dichiara: «Da ciò facilmente si rileva che la morte della Teodora non possa attribuirsi ad accidentalità o a caso fortuito ma debba considerarsi come un fatto delittuoso». Il padre è condannato a morte, pena poi commutata in lavori forzati a vita. Sentenza tutto sommato clamorosa in un mondo regolato dal Codice Albertino, secondo il quale (ma le leggi scritte rispecchiano spesso il comune sentire) la donna non era titolare di diritti personali ma era tutelata in quanto tassello dell’onorabilità della famiglia e della società.

È uno dei tanti casi scoperti dalla criminologa sassarese Lorena Piras curiosando negli sterminati scaffali dell’Archivio di Stato, sezione fascicoli penali della Corte d’Assise, processi relativi a Sassari e “ville”, cioè i paesi della provincia. «Leggere quei fascicoli spesso usurati dal tempo, così delicati che hai paura si sbriciolino fra le mani – racconta – significa entrare in un mondo parallelo, fare un salto indietro nel tempo e finire in quelle case anguste, spesso misere, toccare le coperte lise nelle camere da letto, aggirarsi tra i vicoli bui e maleodoranti della città vecchia, nelle campagne dove in pochissimi sapevano leggere e scrivere. Le descrizioni degli ambienti, le testimonianze al processo, le dichiarazioni degli imputati e delle vittime sono talmente precisi che certe volte, quando passeggio in centro storico, mi sembra che da un momento all’altro possano comparire uomini e donne di un’epoca remota che però per certi versi non è così diversa dalla nostra». Il riferimento è alla condizione femminile che Lorena Piras ha fotografato incrociando storie processuali e di vita e ha messo in ordine in una ricerca storica intitolata “Nero d’archivio” ricca di spunti di riflessione. I fascicoli selezionati sono compresi in un arco temporale che va dal 1823 al 1940 e riguardano il giudizio su reati di cui le donne sono state vittime o autrici.

La prima storia che la criminologa illustra nelle conferenze a cui viene invitata è quella di Rosa. Nel fascicolo di 80 pagine sottoposto a restauro, perché i documenti e i fatti risalgono al 1823, viene definita ragazza, in realtà aveva 5 anni ed era stata violentata da un frate. «È una storia che ho deciso di raccontare in prima persona – dice Lorena Piras – perché Rosa in questa storia non ha mai avuto voce». I documenti processuali ricostruiscono nei dettagli il momento in cui la piccola, che si trovava alla fontana delle Conce con la mamma, si allontanò e incontrò fra’ Gerolamo. Il frate la fermò, le offrì delle susine, la portò con sé in una casa diroccata della campagna intorno e abusò di lei. La bambina tornò dalla mamma insanguinata e le raccontò tutto. «Mi ha colpito il coraggio di questa donna, una prostituta quindi reietta, che con la bimba per mano bussa alla porta del convento e stana il frate che per merito suo finisce in prigione». Quest’ultima è la parte “eroica” della storia perché ciò che accadde in seguito nell’aula del tribunale è agghiacciante. Venne fuori che era stata Rosa a provocare il religioso perché già nel ventre materno aveva acquisito “l’arte della malizia” ereditata dalla madre, che «la pena è inesigibile perché la ragazza non ha pianto». Alla fine però il frate venne condannato a 10 anni di galera durante i quali si azzardò anche a scrivere alla mamma di Rosa per proporle di sposarla, così il suo reato si sarebbe estinto. La richiesta venne sempre rifiutata con sdegno.

Stesso meccanismo nella storia di Agnese, 13 anni, che con la famiglia viveva sull’isola dell’Asinara e che era stata violentata da una guardia della colonia penale di 35 anni. Il violentatore promise subito di sposare la giovinetta, fatto che convinse il padre a non denunciarlo. La querela però fu messa in atto un anno dopo perché alle parole non erano seguiti i fatti. Così la guardia finita in prigione cedette al matrimonio riparatore. I due si sposarono nel 1925 e pochi mesi dopo venne emessa la sentenza di “non luogo a procedere”. Agnese in aula dichiarò che era tutto a posto perché alla fine si sarebbe sposata.

«Le donne spesso in queste storie non si fanno domande – dice la studiosa –, subiscono l’ostilità della società e della giustizia. Basti pensare che nel Codice Zanardelli (1889-1930) il reato di stupro era punito per tutelare il buon costume e l’ordine della famiglia. La sessualità femminile viaggiava su un doppio binario: dalla sottomissione al padre si passava ad essere succubi del marito. Nel Codice Rocco (dal 1930) sparisce il buon costume ma resta il concetto di moralità pubblica. Si deve attendere il 1981 perché scompaia l’onore come causa diminuente di un delitto e il 1996 perché la violenza sessuale diventi un reato contro la persona».

Ma tra i fascicoli spuntano fuori anche storie in cui le donne invece di subire reati li commettono. È il caso di Maria Antonia che nel 1921 da Ittiri viene a Sassari, entra nell’armeria Pasquali in Largo Cavallotti e compra una pistola con 15 proiettili. Poi torna in paese, va nel Corso affollato per la passeggiata serale e spara contro un giovane, il falegname Antonio di 25 anni, che ha messo incinta la figlia Caterinangela e non si decide a sposarla. Davanti al giudice la donna dirà parole durissime: «Preferirei morire per salvare l’onore di mia figlia agli occhi di coloro che non conoscono tante dolorose circostanze. Appunto per questo onore che mi stava più di ogni altra cosa a cuore, per vendicare l’offesa atroce e la macchia nera lasciata sulla ragazza, per lavare insomma l’onta che tutti ci insozza ho commesso il delitto». Maria Antonia viene assolta per totale infermità di mente.

«Le donne, in quanto tali, dalla legge erano considerate instabili per via degli ormoni. E quindi anche se colpevoli di solito non erano punibili. Considerate pazze facevano ugualmente una fine orribile, ma dai fascicoli processuali non abbiamo queste notizie». Anche Maria, 19 anni, abitante del centro storico di Sassari, nel 1940 partorì senza che nessuno si accorgesse della sua gravidanza e gettò il neonato dalla finestra. Per mesi aveva scritto al suo “amore” che nel frattempo era tornato a Cagliari, lettere piene di passione ma da lui riceveva missive a sfondo sessuale e consigli su come sbarazzarsi del feto. Le lettere struggenti di lei sono tutte nel fascicolo e agli atti c’è anche la boccetta di un farmaco che provò a prendere per abortire. Maria venne condannata a 3 anni di reclusione per “infanticidio per causa d’onore”.

Un percorso, quello tracciato da Lorena Piras che ci porta a contatto con un mondo lontano, in una città talvolta gretta ma che per certi versi cominciava ad aprirsi al futuro. Oggi quel mondo torna a galla per raccontarci storie da cui possiamo ancora imparare. Ad esempio che anche se cambiano le leggi certe dinamiche vedono le donne sempre discriminate.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative