Nel paese del Dragone si sperimenta il futuro
“La Cina nuova” di Simone Pieranni: un’analisi dei tratti innovativi e delle contraddizioni dei mutamenti in atto nel colosso asiatico
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Mentre l’asse geopolitico mondiale si sposta verso l’Estremo Oriente, in una partita planetaria di cui la Cina è player decisivo, su quanto accade nel paese del Dragone continuano a circolare analisi approssimative, semplificazioni imbarazzanti, cialtronesche manipolazioni propagandistiche. Tra le non molte eccezioni, gli articoli e i libri di Simone Pieranni, redattore del manifesto ed esperto in questioni cinesi. Dopo “Red Mirror”, uscito due anni fa per Laterza, sempre per la stessa casa editrice Pieranni torna ora in libreria con “La nuova Cina” (193 pagine, 16,00 euro). E se il primo dei due saggi dipanava i molteplici fili che legano la nostra vita quotidiana a quanto oggi accade a Pechino, nel secondo è il fronte interno, la complessità dei fenomeni in atto nel magmatico contesto cinese, a risultare in primo piano.
«L’immagine che nel corso del tempo – scrive Pieranni – l’Occidente ha veicolato sulla Cina è quella di un paese piuttosto rigido, dove la popolazione segue gli ordini in modo silenzioso, dove non esiste la capacità politica e dove tutto sembra essere deciso e scolpito nella pietra per sempre. Grande e immutabile sembra essere la Cina nei nostri pensieri». Ma così non è. Perché, spiega Pieranni, «i cinesi, in realtà, non sono affatto rigidi: sono molto più disposti a cambiare idea e piani di quanto noi pensiamo. E lo stesso vale per il Partito comunista. Potremmo sostenere che i cinesi sono dei grandi sperimentatori, molto più di quanto lo siamo noi».
Ecco, la Cina è oggi soprattutto un grande esperimento. Un colossale laboratorio dove politica, economia, società, tecnologia, cultura sono investite da processi che mettono in discussione, e in molti casi scardinano, tutte le categorie interpretative sulle quali gli analisti occidentali restano pigramente adagiati. Con il suo libro Pieranni ci apre le porte di questo laboratorio, mostrandocene gli aspetti più rilevanti. E lo fa con uno sguardo che dell’esperimento cinese coglie, insieme, le potenzialità (mai chiuse in un’unica prospettiva ma sempre aperte a sviluppi plurimi e non sempre prevedibili) e le contraddizioni. Aiuta l’autore l’aver scelto una chiave di interpretazione “oppositiva”, che consente di cogliere il movimento reale delle cose nella sua complessità e secondo linee solo parzialmente definite. Coerentemente a questa scelta tutti i capitoli hanno una struttura binaria: Memoria/Futuro, Socialismo/Mercato, Meritocrazia/Corruzione, Metropoli/Campagna, Pubblico/Privato, Airpocalypse/Civiltà ecologica, Lavoro/Automazione. Troviamo allora un paese che costruisce freneticamente il suo futuro ma con i piedi ben piantati nella tradizione, che apre al mercato ma in un orizzonte egualitario, che premia il merito mentre è afflitto dalla corruzione, che sposta milioni di persone in città costruite ex novo) ma che nelle campagne mantiene un baricentro politico decisivo, che si affida a un onnipresente dirigismo mentre promuove l’iniziativa dei singoli, che inquina come pochi altri nel pianeta mentre sperimenta in campo ambientale tecnologie all’avanguardia. Il tutto in un magma ribollente in cui il caos si confronta senza sosta con l’ordine. E dove l’ordine rimane, in linea con la millenaria cultura cinese, la virtù politica suprema.
«L’immagine che nel corso del tempo – scrive Pieranni – l’Occidente ha veicolato sulla Cina è quella di un paese piuttosto rigido, dove la popolazione segue gli ordini in modo silenzioso, dove non esiste la capacità politica e dove tutto sembra essere deciso e scolpito nella pietra per sempre. Grande e immutabile sembra essere la Cina nei nostri pensieri». Ma così non è. Perché, spiega Pieranni, «i cinesi, in realtà, non sono affatto rigidi: sono molto più disposti a cambiare idea e piani di quanto noi pensiamo. E lo stesso vale per il Partito comunista. Potremmo sostenere che i cinesi sono dei grandi sperimentatori, molto più di quanto lo siamo noi».
Ecco, la Cina è oggi soprattutto un grande esperimento. Un colossale laboratorio dove politica, economia, società, tecnologia, cultura sono investite da processi che mettono in discussione, e in molti casi scardinano, tutte le categorie interpretative sulle quali gli analisti occidentali restano pigramente adagiati. Con il suo libro Pieranni ci apre le porte di questo laboratorio, mostrandocene gli aspetti più rilevanti. E lo fa con uno sguardo che dell’esperimento cinese coglie, insieme, le potenzialità (mai chiuse in un’unica prospettiva ma sempre aperte a sviluppi plurimi e non sempre prevedibili) e le contraddizioni. Aiuta l’autore l’aver scelto una chiave di interpretazione “oppositiva”, che consente di cogliere il movimento reale delle cose nella sua complessità e secondo linee solo parzialmente definite. Coerentemente a questa scelta tutti i capitoli hanno una struttura binaria: Memoria/Futuro, Socialismo/Mercato, Meritocrazia/Corruzione, Metropoli/Campagna, Pubblico/Privato, Airpocalypse/Civiltà ecologica, Lavoro/Automazione. Troviamo allora un paese che costruisce freneticamente il suo futuro ma con i piedi ben piantati nella tradizione, che apre al mercato ma in un orizzonte egualitario, che premia il merito mentre è afflitto dalla corruzione, che sposta milioni di persone in città costruite ex novo) ma che nelle campagne mantiene un baricentro politico decisivo, che si affida a un onnipresente dirigismo mentre promuove l’iniziativa dei singoli, che inquina come pochi altri nel pianeta mentre sperimenta in campo ambientale tecnologie all’avanguardia. Il tutto in un magma ribollente in cui il caos si confronta senza sosta con l’ordine. E dove l’ordine rimane, in linea con la millenaria cultura cinese, la virtù politica suprema.
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