L’accabbadora è esistita davvero: l'eutanasia non era una leggenda

Donatella Finocchiaro nel film di Enrico Pau "Accabbadora"

Un libro scritto da quattro medici con la passione per l'etnografia svela con analisi scientifiche sui reperti ritrovati la veridicità dell'attività svolta nel passato per indurre una "buona morte"

Occorre dire subito che questo libro “Accabbadora. Mito e realtà. Storia e reperti di un ritrovamento” (Grafiche Ghiani) assesta, grazie alle acquisizioni scientifiche, un bel colpo all’ipotesi che sia da liquidare tra le tante «invenzioni della tradizione» la misteriosa figura dell’accabbadòra – la donna che secondo una radicata tradizione orale, tuttora viva in Sardegna, interveniva per abbreviare l’agonia ed indurre una bòna morte –. Poche questioni, nel campo dell’antropologia culturale, hanno alimentato un dibattito così lungo e, sembrava, senza via d’uscita fino ad oggi: è davvero esistita in alcuni periodi e aree della Sardegna, “l’uso d’affrettare la fine dei moribondi”, per dirla con Alberto La Marmora?

Gli indizi non mancano e anzi sono una montagna a volerli cercare nelle raccolte di tradizioni popolari, negli scritti di antropologi culturali, folkloristi e cultori di cose sarde, nella letteratura di viaggio. Ne fanno cenno, nei loro memoriali, alcuni tra i più noti viaggiatori dell’Ottocento come Henry Smyth e John Warre Tendale, Emanuel Domenech e Gaston Vuiller. Riferendosi a quella primitiva forma di eutanasia, Tendale parla di «tenera e affettuosa pratica e delicato tocco inferto da donne e uomini nel sopprimere vecchi malati e inabili». Durissimo invece Charles Edwards che nel 1889 in “Sardinia and the Sardes”, parla di «abominevole usanza meno male ormai fuori moda», riferendo il “costume degli antichi sardi” di uccidere i propri genitori quando si ammalavano. Una pratica, aggiungeva lo scrittore inglese, che ha lasciato «un’inconscia eredità di colpa» e alla quale si deve «l’espressione sgradevole del viso e il diffidente comportamento» dei contadini sardi.


Tracce più precise si trovano nella memorialistica e nei ricordi consegnati alla cronaca come la testimonianza di un centenario di Trinità d’Agultu, che riferisce di una nonna, zia Cunsulèddha, che era stata l’ultima “femmina aggabbadòra” in Gallura. «Alla fine – racconta il vecchio –, soffrì molto per queste sue prestazioni. Ne abbiamo sofferto tutti. Una mia nipote si è fatta suora per espiare. La chiamavano perché era molto forte e decisa. Non che andasse volentieri, anche se sapeva di fare un’opera buona». Alla sovrabbondanza delle testimonianze corrispondeva però l’assenza di prove, “la pistola fumante”, per così dire dell’esistenza dell’accabbadora.

A colmare questa lacuna provvede ora questo libro, a cui concorrono, quattro autori, medici con la passione della ricerca etnografica e antropologica: Aldo Cinus, Augusto Marini, Mariano Staffa, Roberto Demontis, ciascuno con un contributo specifico. La narrazione dell’avventurosa scoperta di una nicchia nascosta in una vecchia casa sarda – è accompagnata da molte immagini che mostrano i reperti accuratamente nascosti all’interno di una parete: una “mazzocca di olivastro”; un tronchetto di legno, uno scalpello con punta piatta – noto col nome di sa misericordia – avvolto in ritagli di periodici religiosi risalenti a metà degli anni 20 del 900; una moneta di rame; un dente umano: un rosario con medaglietta e un foglio piegato in quattro, con scritti a matita e in bella scrittura, nove nomi che la sconosciuta accabbadora aveva probabilmente aiutato a morire.

La ricerca sui cognomi, sui ritagli di giornali, e sugli altri reperti aiuta il lettore a entrare nel contesto rurale in cui si mosse l’ignota proprietaria della mazzocca che presentava, «nell’estremità battente una piccola formazione pilifera, sottile, arricciata, di colore bianco». Sottoposta ad esami di laboratorio da uno degli autori, Roberto Demontis, medico legale e professore all’università di Cagliari, ha consentito di arrivare alla conclusione che la traccia è «riferibile a sangue della specie umana e appartiene ad un individuo di sesso maschile».

Cosa che riconduce ad un trauma capace di causare una lesione con sanguinamento. Una «modalità lesiva» molto rara: quelle più frequenti passate in rassegna dal prof. Demontis, non lasciavano tracce che potessero essere colte da qualcuno, non solo dall’occhio esperto di un medico. «Tra le più sicure – afferma – il soffocamento per mezzo delle mani o con cuscino, con conseguente asfissia «per simultanea occlusione degli orifici respiratori».

Alla luce di queste prove si può forse concludere che nell’isola abbia attecchito una forma di “eutanasia”, di “suicidio assistito” nell’ambito di un’etica laica (fuori dal paradigma della «sacralità della vita» propria della tradizione morale del cristianesimo) nella quale la morte era concepita come beneficio per colui che moriva e per chi restava. Una morte pietosa, insomma. Non per niente “accabbadòra” non significa “colei che uccide”, ma colei che pone fine (ad una vita divenuta insopportabile a causa delle sofferenze), intervenendo per abbreviare l’agonia ed indurre una bòna morte. Lo storico Gianfranco Tore riassume un dubbio di sempre: «Una società arcaica e rurale, intrisa di moralità cristiana, poteva aver praticato per secoli forme di eutanasia senza che l’occhiuta vigilanza del clero e della santa inquisizione se ne accorgessero, ne punissero i responsabili ed estirpassero il fenomeno? Questo libro offre le prove attendibili che una forma di eutanasia rurale è esistita e fino al cuore della contemporaneità, se è vero che due episodi si verificarono l’uno in Gallura, a Luras, nel 1929, l’altro ad Orgosolo nel 1952».
 

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