La storia di ognuno di noi come quella di Geppetto
Nel nuovo romanzo di Fabio Stassi le disavventure di un uomo di oggi sulla falsariga della vita di Pinocchio ma soprattutto del suo anziano padre
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C’è un vecchio falegname, o almeno dicono che ci sia o che ci sia stato quelli che riportano voci e memorie, che vive ai margini di un paese, il quale paese, già di suo, sta ai margini del resto dei paesi, arroccato com’è su dei monti che lo rendono ben difficile da raggiungere. Il vecchio falegname si chiama Giuseppe, ma tutti lo chiamano con un nomignolo che indica una diminuzione, e che lui probabilmente si porta dietro sin dall’infanzia. Non possiede niente, quest’uomo, se non qualche mobile sghembo e una parrucca del colore della polenta, e abita nel solo luogo che si può permettere: una grotta. La condivide con un grillo, che quando ha da protestare fa sentire perentoria la propria voce. Tanto è derelitto, il vecchio falegname, che se trova un nocciolo di pesca sente la pancia piena per una settimana; tanto è misero il suo orizzonte, che gli basta tracciare delle linee su una parete per crearsi una finestra da cui godere il cielo e il mare. Poi, in modi che non diremo, nella sua vita entra una novità che potrebbe riscattarne l’esistenza intera: un figliolo. Con caratteristiche sue particolari, si dovrà convenire, ma pur sempre un figliolo. E il vecchio falegname già prefigura di lasciare quel che ha, cioè niente, e andar via con lui: a esibirsi nelle strade, a mettere qualche moneta in tasca, a vivere avventure, a vedere il mondo prima che sia troppo tardi. Ma il figliolo, ancora una volta in modi che non diremo, gli sfugge come tra le mani che neanche ha terminato il primo giorno di scuola. Al vecchio falegname, vestito di cenci logori e malfermo, non resta che mettersi in cammino: «Se dovessero fermarlo per strada, senza uno straccio di documento, cosa potrebbe dire? Sa soltanto di avere avuto un figliolo, e che questo figliolo si è smarrito nei boschi, e che lui deve ritrovarlo a tutti i costi perché non ha altri al mondo. Non è questo che fa un padre, quando il figliolo si perde?».
Il protagonista di questa storia andrà così incontro a un gigante dalla folta e nera barba, a un cieco e a uno zoppo che gli paiono amici ma vai a sapere di chi ti puoi fidare quando non conosci nulla e nessuno, alle forze dell’ordine e al carcere, a un tipo che lo considera un valido sostituto per il suo cane, e alla bocca di un edificio enorme al punto che pare avere ventre di terribile mostro marino. C’è forse il caso, dicono quelli che riportano voci e memorie, che nel corso di queste vicende il vecchio falegname sia morto o quasi e sia poi risorto dopo tre giorni, come il figliolo di un altro falegname, che faceva Giuseppe di nome anche lui. Ma quella è un’altra storia. E un’altra storia è anche quella del figliolo chiamato Pinocchio: perché questa è invece la storia del vecchio falegname padre suo, questa è la storia che Fabio Stassi ci racconta in “Mastro Geppetto” (Sellerio, 220 pagine, 16 euro). Che come molte grandi storie è incantevole e spaventosa al tempo stesso: e spaventosa lo diventa quando il confine tra senno e follia a cavallo del quale procede Geppetto travalica le pagine del libro e tocca la nostra quotidianità, la quotidianità con un senso difficilmente afferrabile in cui tutti viviamo da un anno e mezzo a questa parte. I modi del travalicamento non li diremo: ché equivarrebbe al peggiore dei torti nei confronti di un libro tanto prezioso e dei tanti lettori che merita.
Il protagonista di questa storia andrà così incontro a un gigante dalla folta e nera barba, a un cieco e a uno zoppo che gli paiono amici ma vai a sapere di chi ti puoi fidare quando non conosci nulla e nessuno, alle forze dell’ordine e al carcere, a un tipo che lo considera un valido sostituto per il suo cane, e alla bocca di un edificio enorme al punto che pare avere ventre di terribile mostro marino. C’è forse il caso, dicono quelli che riportano voci e memorie, che nel corso di queste vicende il vecchio falegname sia morto o quasi e sia poi risorto dopo tre giorni, come il figliolo di un altro falegname, che faceva Giuseppe di nome anche lui. Ma quella è un’altra storia. E un’altra storia è anche quella del figliolo chiamato Pinocchio: perché questa è invece la storia del vecchio falegname padre suo, questa è la storia che Fabio Stassi ci racconta in “Mastro Geppetto” (Sellerio, 220 pagine, 16 euro). Che come molte grandi storie è incantevole e spaventosa al tempo stesso: e spaventosa lo diventa quando il confine tra senno e follia a cavallo del quale procede Geppetto travalica le pagine del libro e tocca la nostra quotidianità, la quotidianità con un senso difficilmente afferrabile in cui tutti viviamo da un anno e mezzo a questa parte. I modi del travalicamento non li diremo: ché equivarrebbe al peggiore dei torti nei confronti di un libro tanto prezioso e dei tanti lettori che merita.
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