1936. Una beffa d'argento alle Olimpiadi di Berlino per il pugile sassarese Gavino Matta

Gavino Matta (al centro) sul ring dello stadio Torres contro Oreste Macciocu

In finale contro il tedesco Willy Kaiser la medaglia d'oro gli viene scippata dai giudici

Il cielo è grigio sopra Berlino. Anche se è pieno agosto, anche la fiaccola olimpica illumina l’Olympiastadion e brilla negli occhi dei centomila spettatori che sono accorsi ad assistere alla cerimonia inaugurale. Adolf Hitler in persona ha “benedetto” la manifestazione che vede il gotha dello sport mondiale misurarsi con il sogno di conquistare una medaglia. A filmare tutto c’ è Leni Riefensthal, regista e produttrice cara al regime che sta realizzando il film Olympia, un documento straordinario su quel preciso contesto storico e sportivo.

Il mondo intero rivolge il suo sguardo, non senza preoccupazione, a quello che sta avvenendo nella Germania nazista: i venti di guerra non hanno ancora iniziato a soffiare ma le leggi razziali sono già realtà e l’esclusione degli atleti ebrei tedeschi da parte della federazione di casa ha spinto diverse nazioni a chiedere il boicottaggio dei Giochi. Tra queste non c’ è l’Italia, naturalmente, prima alleata della Germania, che con la squadra di calcio guidata da Vittorio Pozzo - già campione del mondo nel 1934 e successivamente nel 1938 - porterà a casa il primo e unico oro olimpico della sua storia.

Sarà l’ultima edizione dei Giochi Olimpici sino a Londra ’48 e a farla diventare epica contribuisce la storia dello sprinter Jesse Owens, dominatore assoluto in pista con quattro medaglie d’oro, conquistate insieme all’ammirazione di un ambiente non certo ben disposto nei confronti degli atleti afroamericani. Oltre alla squadra di calcio, il contingente azzurro partito per Berlino ha tra le sue eccellenze la velocista Ondina Valla, la prima donna italiana a vincere una medaglia d’oro olimpica, i team di scherma, che poterà a casa quattro ori, tre argenti e un bronzo, e boxe.

Tra i pugili di punta c’ è un sassarese di 26 anni, la cui fama ha già varcato l’Atlantico. Gavino Matta è nato nel 1910 in piazza Quadrato Frasso, l’antico “Patiu di lu Diaulu”. Ha combattuto, sin da giovanissimo, con i colori della Josto, del Club Pugilistico Sassarese e della Torres, dividendosi tra la palestra e il forno del pane in cui lavora. L’industriale Pietro Pirisino, una specie di magnate dello sport, lo assume come garzone nel suo panificio ma gli consente di dedicarsi a tempo pieno all’attività agonistica tesserandolo con il proprio Dopolavoro. Quando, nell’imminenza di un match, il peso mosca sassarese dovrà “limare” qualche grammo di peso, utilizzerà il forno come sauna.

I risultati intanto arrivano: dai primi Anni Trenta, Matta inizia a far parte stabilmente del giro azzurro, nel 1934 vince il primo di tre titoli tricolori consecutivi e l’anno successivo varca l’oceano con la nazionale per prendere parte alla sfida Usa-Italia che assegna i prestigiosi Golden Gloves, che nessun pugile italiano è ancora riuscito a portare a casa. Sarà lui il primo a riuscirci, battendo Patsy Urso nella finale della Division 112 pounds (50,8 kg) di fronte ai 23mila spettatori del Soldier Field di Chicago, molti dei quali italo-americani. Un trionfo straordinario, che lo proietta verso le Olimpiadi di Berlino come uno dei super favoriti della sua categoria di peso.

Matta non delude le attese: nei primi tre match arrivano tre nettissime vittorie ai punti, contro l’olandese Tinus Lambiliion, il danese Kaj Frederikson e il belga Raoul Degryse. In semifinale arriva il vero capolavoro del peso mosca sassarese, che si trova di fronte lo statunitense Louis Laurie, appena diciottenne, ma considerato uno dei migliori prospetti del mondo. Matta vince ancora e approda in finale, dove affronterà il padrone di casa, il tedesco Willy Kaiser.

Alla DeutschlandHalle, di fronte a 10mila spettatori, il combattimento che vale l’oro è equilibrato, l’azzurro sanguina da un’arcata sopraccigliare a causa di un colpo preso di striscio (gli accadeva spesso, a causa della conformazione delle ossa frontali) ma non vacilla. Il verdetto dei giudici però è una doccia gelata: Kaiser è campione olimpico, Matta deve accontentarsi della medaglia d’argento. La stampa italiana parla di verdetto scandaloso e di furto a beneficio del pugile di casa; quella tedesca racconta l’opposto. In mezzo, a fornire una versione certamente non di parte, il quotidiano francese l’Equipe che racconta come la vittoria di Matta fosse stata netta e indiscutibile. Capitava anche questo, nelle Olimpiadi “benedette” dal Fuhrer, sotto il cielo grigio di Berlino.

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