La Nuova Sardegna

Simona Cavallari: «Mi sento sarda, tra un ciak e l'altro carasau e Nutella»

Alessandro Pirina
Simona Cavallari: «Mi sento sarda, tra un ciak e l'altro carasau e Nutella»

L'attrice tra la tv, il cinema e le estati a Posada

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Le estati a casa dei nonni a Posada, le giornate nella spiaggia di Su Tiriarzu con i cuginetti, il pane carasau farcito di nutella. C’è tanta Sardegna nei ricordi di Simona Cavallari. Tantissima. Dire che l’attrice star della fiction – dalla “Piovra” a “Squadra antimafia” - sia di casa nell’isola è un po’ riduttivo. La Sardegna è un pezzo della sua vita, lei è sarda per parte della madre Rosa. Per essere precisi di Posada, che qualche anno fa l’ha anche insignita della cittadinanza onoraria. Un riconoscimento che l’ha fatta scoppiare in lacrime, perché di fatto lei si è sempre sentita sarda. La limba non la parla, ma capisce dalla prima all’ultima parola. E sulla sua tavola, che sia a Roma o in Sicilia, il pane carasau non manca mai.

Quali sono i suoi primi ricordi nell’isola?

«Frequento la Sardegna da sempre. Quando ero bambina ogni estate ci ritrovavamo tutti a Posada. Siamo 13 cugini solo per parte di madre, alcuni stavano già lì, gli altri - come me - arrivavamo da Roma. A Posada c’erano i miei nonni: Giorgio Calvisi, originario di Bitti - dove ho i parenti e ogni tanto mi capita di ritornarci -, e Quirica Cucculliu. Ricordo che da ragazzi andavamo al castello, era il nostro punto di ritrovo. E poi lunghe giornate in spiaggia, a Su Tiriarzu. Mia zia Lorenza aveva una casetta lì vicino e noi cuginetti stavamo lì tutti insieme. La spiaggia era libera, non c’era niente. Quando arrivava l’ora di pranzo dalla casa sventolavano un lenzuolo bianco e ci precipitavamo a tavola. Ricordo le merende a base di pane carasau con la nutella, mia nonna comprava il barattolone e poi si arrabbiava perché lo finivamo in due giorni».

Lei parla il sardo?

«No, ma mi ha sempre affascinato e lo capisco benissimo, perché mia madre, nonostante viva a Roma da più di 50 anni, mi ha sempre parlato in sardo. Questo fatto mi fa sentire più ricca, mi sembra di avere qualcosa in più di altri».

E con la cucina sarda come se la cava?

«Non bene, perché mia madre è arrivata nella capitale a vent’anni e si è convertita alla cucina romana. Invece, mia zia Lorenza fa gnocchetti e ravioli a mano e ogni volta che arriviamo a Posada organizza piccoli spuntini. Anche se in realtà ci si sfonda di cibo. A casa mia però non manca mai il pane carasau. Mi piace far scoprire ai miei ospiti che bagnandolo con l’acqua si trasforma in una crepe».

Qualche anno fa il Comune di Posada le ha conferito la cittadinanza onoraria.

«È stato emozionante, sarà che ero incinta ma non sono riuscita a trattenere le lacrime. I miei nonni non ci sono più da un po’ di tempo, ma sono legatissima alla Sardegna».

Viene spesso nell’isola?

«Negli ultimi 10 anni meno, perché ho preso una casa a Favignana, nelle Egadi. Ma quando posso vengo. A metà anni Novanta ci ho anche vissuto per un anno intero. Stavo vicino ad Arzachena, insieme al mio fidanzato di allora avevamo anche comprato un terreno. Poi ci siamo lasciati e il terreno lo abbiamo venduto».

Qualcosa di sardo nel suo carattere?

«Sicuramente sono permalosa e testarda. E poi spero di avere almeno la metà della determinazione di mia madre. Ha quasi ottant’anni, ma è una donna d’altri tempi. La mia è stata una famiglia matriarcale, era lei che prendeva le decisioni. Determinata, forte. E ora che è abbastanza anziana lo è ancora di più».

Sarda di sangue, ma ha spesso interpretato donne siciliane.

«Un sacco di gente è convinta che io sia siciliana. Tutto nasce da “Pizza connection” di Damiano Damiani. Sono passati trentacinque anni, ma ancora ricordano il mio personaggio. Qualche anno fa ero al mercato di Palermo e tutti mi fermavano. “Cecilia”, che era appunto il personaggio che interpretavo: mi hanno regalato di tutto».

Ha esordito giovanissima: come si è avvicinata al cinema?

«Volevo fare la ballerina classica, ma fra i miei tanti parenti sardi a Roma c’era una cugina che mi faceva da baby sitter, mentre la sorella faceva lo stesso per il figlio di un regista. Fu così che iniziai a fare pubblicità, avevo 8-9 anni. Poi arrivò un primo sceneggiato della Rai, “Colomba” di Giacomo Battiato, una storia ambientata in Corsica che poteva esserlo anche in Sardegna. Avevo dunque un agente. Damiani mi fece il provino per “Pizza connection” e mi scelse. Ma ero davvero piccola. Il mio ruolo era quello di una giovane prostituta: ricordo che mi imbottivano seni e fianchi».

Il grande successo con “La piovra 4”, la fiction che a distanza di oltre trent’anni detiene ancora il record di ascolto.

«Inizialmente dovevo fare un altro ruolo, una ragazzina più giovane che poi ha interpretato Vanessa Gravina. Fu lo stessa regista Luigi Perelli a dire: “e se facesse Ester, la moglie di Tano Cariddi (il boss mafioso interpretato da Remo Girone, ndr)? Questo personaggio sarebbe ancora più struggente”. E così fu. Anche lì mi doppiavano, mi lisciavano i capelli per farmi sembrare più grande».

Con “La piovra” arrivò la grande popolarità: quale fu la sua reazione?

«Fu traumatico. Avevo appena 18 anni, andavo a scuola, al liceo classico, e da un giorno all’altro mi ritrovai a essere riconosciuta ovunque e da chiunque. Ero abbastanza timida, come lo sono molti attori, ma soprattutto non era quello che mi interessava».

Poi il cinema: “Lo zio indegno” con Gassman e Giannini, “Il sogno della farfalla” di Bellocchio con cui sbarcò a Cannes. E poi Gianfranco Cabiddu la volle nel cast del suo film “Il figlio di Bakunin”.

«Fu una bellissima esperienza, che tra l’altro mi permise di scoprire Buggerru che non conoscevo. E dove già da un paio d’anni faccio delle letture con un quintetto d’archi che lavora al teatro di Cagliari e che ho conosciuto su Facebook».

Dopo “La piovra” sarà un’altra fiction a darle di nuovo la grande popolarità: “Squadra antimafia”.

«Rispetto alla “Piovra” ero più grande e la popolarità non mi spaventava più. Due donne finalmente protagoniste senza essere mogli, fidanzate o figlie. Il produttore Pietro Valsecchi è stato molto bravo a scegliere me e Giulia Michelini come protagoniste. Sono passati 10 anni e ancora la gente mi ferma chiedendomi di Claudia Mares. Mi sono divertita a interpretare una poliziotta, ho imparato a guidare la moto, ho girato nei commissariati, nelle volanti. Mi sono immersa nel personaggio e mi sono arricchita umanamente».

Quest’anno è tornata in tv in una puntata di “Don Matteo”: com’è stato girare con Terence Hill?

«È molto carino, gentile. Per noi di una certa generazione è stato un mito ed è sempre bello quando questi grandi personaggi e li incontri e loro non ti deludono sotto il profilo umano. Ma “Don Matteo” è stata anche l’occasione per conoscere Nino Frassica. Volevo capire se fosse realmente così come appare. E secondo me è proprio così».

Ha lavorato con grandi attori, da Placido a Gassman, a Giannini: che ricordi ha?

«Ci sono attori molto generosi, altri che pensano a loro stessi. Alcuni attori ti danno molto. Michele Placido, per esempio, era uno che ti diceva: “mettiti là che ti vedi meglio”. Non aveva bisogno di fare il protagonista. Altri invece cercano di metterti in cattiva luce. Dagli uni e dagli altri c’è comunque da imparare».

Un no di cui si è pentita?

«Forse quando ero più giovane, subito dopo Bellocchio, avrei dovuto spingere di più nel cinema. Ma io venivo da una famiglia che non sapeva niente di carriera e il mio agente ha spinto più per la tv che per il cinema perché pagavano meglio. Forse avrei dovuto dire dei no a qualche fiction per aspettare la grande occasione al cinema».

Le hanno mai proposto un reality?

«No, ma non ne sarei in grado per la timidezza. Al massimo potrei fare “Pechino express”».

Attualmente è in tournée con lo spettacolo “Mi amavi ancora” con Ettore Bassi, diretta dal sardo Stefano Artissunch.

«L’autore, Florian Zeller, è un genio. Ha solo 40 anni, ma scrive commedie bellissime. Io sono una donna che rimane vedova, trova degli appunti del marito scrittore che le fanno venire il dubbio che in vita l’abbia tradita. E lei inizia questo viaggio alla ricerca della verità. Poi, finita questa tournée, riprenderò il testo di Dacia Maraini, “Dialogo di una prostituta con il cliente”, che spero di portare l’anno prossimo a Roma al teatro Quirino. E magari anche in Sardegna».

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