Alberto Sordi, l’Italia si specchia nel suo cinema

Luca Verdone

Luca Verdone a Cagliari per l’omaggio del Premio Alziator all’attore romano 

Cagliari rende omaggio ad Alberto Sordi. Il premio Alziator celebra il grande attore in occasione del centenario della nascita, che cadeva nel 2020. Una serata-evento che sabato vedrà la presenza di Luca Verdone, regista, membro della Fondazione Sordi, che insieme al fratello Carlo ha diretto un documentario dedicato al re della commedia italiana, appunto “Alberto il grande”, ricco di testimonianze di personaggi, da Franca Valeri a Pippo Baudo, da Gigi Proietti a Claudia Cardinale, che hanno conosciuto l’Albertone nazionale.

Verdone, cosa rappresenta Sordi per il cinema italiano?

«Alberto Sordi è un personaggio fondamentale del cinema perché è il rifondatore della commedia all’italiana. È colui che con la sua maschera inconfondibile, possente e affascinante, ha lasciato una traccia indelebile nel cinema italiano. I film di Sordi sono commedie che hanno portato nuova linfa al genere».

Che persona era Sordi?

«Era un uomo molto buono, generoso, altruista, rispettoso degli altri, ti metteva subito a tuo agio. Ma era uno abituato a difendere la sua privacy, il suo nucleo familiare. Da quello lui non derogava mai. Della sua intimità era molto geloso, non la mostrava, non ne parlava volentieri».

Che ricordi ha del vostro primo incontro?

«Mio padre era un critico molto importante. Ai tempi io ero un bambino. Ricordo che eravamo a Saint Vincent per le Grolle d’oro. Sordi incuteva terrore a noi bambini. “Ve do ’sta piccozza”, ci diceva brandendo l’attrezzo degli alpinisti. Oppure ci prendeva i guanciotti e ce li stringeva. Con i bambini aveva un rapporto di simpatia molto forte. Perché come tutti i comici era un bambino anche lui».

A casa Verdone Sordi era di famiglia?

«Con mio padre avevano un rapporto di amicizia ma intimo lo sarebbe diventato dopo, quando Carlo gli fece vedere a casa di Sergio Leone “Bianco rosso e verdone”. Da quel giorno non smise più di vedere Carlo. Si era talmente entusiasmato per il personaggio di Furio - gli riconosceva in qualche modo una filiazione dei suoi - che nacque una stima profondissima. Fin da subito Alberto volle girare un film con Carlo, chiamarono il grande sceneggiatore Rodolfo Sonego per trovare una storia adatta. Insomma, dal 1981 fino alla sua morte ci siamo frequentati tantissimo. Anche con me. Ai tempi feci uno speciale di “In viaggio con papà” per Canale 5 e ci vedevamo tutti i giorni. Mai mi sarei immaginato che sarei diventato uno dei conservatori della sua memoria».

Di cosa si occupa la Fondazione?

«Promuovere e celebrare la figura di Alberto attraverso convegni, proiezioni, mostre. Stiamo riattivando anche il piccolo teatro, un gioiellino all’interno della casa di Sordi».

Con suo fratello Carlo ha girato un documentario su Sordi: Alberto il grande. Tra le tante testimonianze c’è qualcuna che la colpì in modo particolare?

«Sono tutte molto interessanti. Mi colpì Claudia Cardinale che raccontò che, durante le riprese di “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata”, lui la corteggiava. Bussava alla porta della sua camera con una bottiglia di champagne e cercava di concupirla (ride). Mi aveva divertito molto».

C’è chi dice che Carlo sia l’erede di Sordi. Secondo lei?

«Carlo lo nega, lui dice che di Sordi non si può ripetere nulla. Di sicuro hanno un filo interpretativo diverso. Sordi è aggressivo, prende di petto i personaggi facendoli diventare grotteschi. Carlo è più meditativo, malinconico. Dal punto di vista stilistico mi sembra un paragone improprio. Forse una affermazione che fece Sordi a “Domenica in” da Baudo - “Carlo è mio figlioccio” - contribuì a dargli questa patente. Io credo che in comune abbiano lo stesso modo di vedere la realtà che li circonda, entrambi lavorano sulla gente. Insomma, il punto di partenza è lo stesso ma con esiti diversi».

Figlio di Mario, fratello di Carlo e Silvia, cognato di Christian De Sica: c’era qualche possibilità che non si sarebbe occupato di cinema?

«Nessuna, sono stato condannato dall’inizio (ride). E comunque il primo a fare documentari, a girare i film sono stato io. Carlo non aveva ancora questo bernoccolo, a lui piaceva fare le imitazioni, gli scherzi».

Il suo esordio fu un film oggi considerato un cult, “7 chili in 7 giorni” con suo fratello e Renato Pozzetto: ha mai pensato di dirigere ancora Carlo?

«A 35 anni di distanza vedere che quel film - che abbiamo restaurato quest’anno- ha ancora così tanto successo mi lusinga. Quanto a Carlo, io vorrei anche dirigerlo ancora, ma lui è molto geloso della sua intimità, anche artistica. Ha il suo mondo e non bisogna toccarglielo. Ma io continuo a dargli molti spunti».

Nel cinema di oggi ci sono nuovi Sordi o Verdone?

«Non credo. Queste persone si sono formate in un mondo in cui non esistevano i social. Sono nate nei teatri: Carlo debuttò in un mio spettacolo, “Il mondo di Rabelais”. Insomma, si sono formate sul campo con la gente. Oggi non è più così».

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