La Nuova Sardegna

Dall’Iran all’Afghanistan le rotte dei narcos

di Paolo Ardovino
Dall’Iran all’Afghanistan le rotte dei narcos

Scaricabile sulla piattaforma Chili il docufilm “The brown heart of Asia” girato dalla regista di Olbia Cinzia Puggioni

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“The brown heart of Asia” è un documentario denso e profondo, che in qualche modo si candida a essere precursore nella tematica che affronta: «l’eroina come strumento di controllo politico», così lo declina la regista, l’olbiese Cinzia Puggioni. Appena uscito su Chili, il racconto internazionale sul traffico e l’abuso dell’eroina parte da lontano, dal semisconosciuto Tagikistan e dall’Iran, sino ad arrivare in Italia. E rivela il talento della giovane documentarista sarda con un’opera che la candida versoil grande pubblico.

Il documentario, prodotto sempre da Puggioni in collaborazione con 39films e distribuito da 102 distribution, è disponibile su una delle maggiori piattaforme streaming. La trama si muove in tre momenti diversi: «La prima parte sul Tagikistan, grande vittima del narcotraffico. Vicino all’Afghanistan, è una delle principali vie per i trafficanti – racconta lei, 33 anni, documentarista e autrice per media e televisioni europee –. Poi l’Iran, a Bam, una cittadina al sud dove nel 2003 un terremoto ha distrutto quasi tutto e dove dopo è cominciato un grande traffico di eroina e oppio. Le persone intervistate hanno raccontato gli sforzi del governo iraniano per fermare questa dipendenza collettiva, ma senza aiuto europeo e citano un probabile interesse degli Stati Uniti, sino a quando presenti nel vicino Afghanistan». Dunque, l’Italia. «La terza parte è dedicata all’operazione “Blue moon”, quando l’eroina veniva venduta a prezzi estremamente bassi al fine di neutralizzare le proteste giovanili legate alla crescente influenza del comunismo degli anni settanta e ottanta», gli anni di Piombo.

No, non sono argomenti facili. E nemmeno di quotidiana discussione: «L’interesse è nato da un profondo senso di giustizia – così Cinzia Puggioni –. Io sono nata a Olbia e qui negli anni ’90 ci fu un boom di consumo di eroina, è un tema quindi che ho visto in prima persona. L’intenzione, con il documentario, è far luce su una questione ancora non molto conosciuta in Italia».

Poi c’è stato il confronto con due Paesi da conosciuti attraverso gli incontri, il più delle volte dovendosi nascondere e a stretto contatto con il rischio. Racconta Cinzia di grande ospitalità, persone ben contente di farsi ascoltare, ma anche di momenti di panico: l’intervistatrice che si vede sfuggire la preda, «la gente che non ne voleva sapere di rispondere, in Tagikistan, poco abituata alle telecamere», o il pericolo vero e proprio come la volta che in Iran ha dovuto premere “stop” alla registrazione, nella casa di un grande spacciatore.

La gestazione è stata molto lunga: «ho iniziato a scrivere il documentario nel 2016, la fase di ricerca è durata un anno e mezzo, poi tra 2018 e 2019 siamo partiti in Asia e nel 2020 in Italia, dalle parti di Rogoredo». Cinzia si è mossa con una troupe ai minimi termini: cameraman, traduttore e autista, in incognito come turisti. Alle difficoltà sul campo si sono unite quelle per la realizzazione del documentario. Spiega Cinzia: «A pochi interessava il punto di vista dei tossicodipendenti, quello che invece ho cercato io. Il mercato è più interessato a seguire il narcotraffico, ma non era il mio focus. Sarda e testarda, sono andata avanti». The brown heart of Asia farà sicuramente parlare: «Mi auguro che la reazione sia consapevolezza di quanto accada in Paesi lontani ma anche di quanto successo in Italia. Quanto l’eroina sia strumento politico e di controllo».

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