La Nuova Sardegna

Se il pensiero critico si eclissa la letteratura viene uccisa dal grande gioco del marketing

di MASSIMO ONOFRI
Se il pensiero critico si eclissa la letteratura viene uccisa dal grande gioco del marketing

Nessuno scrittore pensa che il suo lavoro sia valutato in base alle copie vendute E l’esercizio della ragione non può seguire solamente le regole del web

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Cosa c’entra la letteratura con i festival e le fiere, con gli aperitivi letterari? Per non dire poi dei premi. La letteratura è silenzio e solitudine nella stanza muta della propria coscienza. Non ho detto i libri come oggetti commerciali col loro valore di scambio: alla cui salute i festival, le fiere e gli aperitivi letterari fanno sicuramente bene. Ho detto proprio la letteratura col semplice suo valore d’uso. Si potrebbe persino sostenere che i festival e i premi, alla letteratura facciano talvolta male: quando appunto accade che uno scrittore – uno scrivente – concepisca la sua opera già pensando al mercato, per assecondare così l’orizzonte d’attesa del lettore consumatore: il che non è certo un peccato, purché non si confonda questo legittimo scopo consumistico con quella scommessa estetica e gnoseologica, propria dell’arte in quanto tale, che mira alla permanenza, alla vittoria sull’oblio e la morte, secondo quei modi per l’ennesima volta ribaditi sul finire del secolo scorso da George Steiner e Harold Bloom. Come sanno bene, per altro, anche Fabio Volo e Federico Moccia, i quali sono esteticamente (ed eticamente) assai più onesti di tanti celebrati scrittori non di consumo né di genere dei nostri giorni.

Pensavo a tutto ciò leggendo l’intervista ad Alfonso Berardinelli, il nostro massimo critico della cultura in attività, apparsa su Venerdì di Repubblica del 3 dicembre. Dove si denunciava una situazione, quella della cultura, che rende di fatto impossibile l’esercizio della critica. Primo: da un lato ci sarebbe la cultura come «amministrazione statale» e «istituzione pubblica» gestita dai ministeri (dei Beni culturali o dell’Istruzione: poco cambia), dagli assessorati regionali, provinciali o comunali; dall’altro ci sono, invece, il «mercato, la pubblicità, la cultura come prodotto da vendere». Col risultato che la critica venga di fatto sostituita «dalle classifiche dei libri più venduti, che esercitano un’azione desertificante sul resto dei libri». Inevitabile l’approdo del discorso: «Il bestseller si fa il vuoto intorno. Non crea lettori, crea acquirenti di soli bestseller futuri». Il giudizio sulla Rete è ancora più feroce, non esente da certe implicazioni che, negli anni Sessanta del giovane e brillante Umberto Eco, si sarebbero dette «apocalittiche»: «Non frequento il web. Da quanto mi raccontano, però, sui social tutti parlano senza ascoltare quello che dice l’altro. Prevale un desiderio di sfogo».

Difficile dare torto a Berardinelli. Sul web non è più come sulle pagine culturali dei giornali: dove, a garantire il carisma del critico collaboratore, sono i filtri importanti di redattori e direttori, che rispondono di persona al proprio pubblico. E’ altrettanto indubitabile, però, e assai profittevole che Internet porti al più alto grado di esplicitazione taluni questioni che hanno a che fare col cruciale rapporto tra critica e democrazia. Qualcuno potrebbe forse dubitare, in tal senso, del fatto – alquanto gratificante – che la Rete stia offrendo un’opportunità di libertà e democrazia come mai è accaduto nel mondo nei decenni passati? Di contro: qualcuno potrebbe dubitare del fatto – assai poco confortante – che nulla sia più lontano dall’esercizio della critica come la democrazia (di massa) del web, ove il giudizio di un individuo frettoloso, violento e imbecille pesa esattamente come quello ponderato di un altro che argomenta mitemente e ragionevolmente? Chi come me frequenta da anni Facebook, il social network probabilmente più affollato del mondo (vi ho scritto persino un paio di libri, avvalendomi di un fertilissimo rapporto con coloro che, poi, ne sarebbero stati lettori reali, non solo virtuali), sa bene che sulle bacheche degli utenti non si trovano soltanto i referti di un’egolatria che chiede di essere riconosciuta, qui e ora, nella propria greve autoevidenza biologica, di crasso e cieco materialismo, tra selfie, esibizione di cibi e griffe. E non ignora che è possibile approdare, anche con una certa facilità, su isole di civilissima e raffinata conversazione e scoprire che quelle isole fanno parte di popolati arcipelaghi. Di più: quando quella conversazione diviene quotidiana e si protrae nel tempo, la parità democratica iniziale di tutte le opinioni (secondo cui uno vale quanto un altro, nell’indifferentismo di massa, e niente di più) entra in crisi, in vista d’una gerarchizzazione dei rapporti che riproduce, tale e quale, quella dei diversi ambienti della vita reale.

Sarò un fanatico dell’argomentazione che crede alla possibilità di persuadere attraverso il dialogo: ma ho sempre constatato, in tutte le bacheche di Facebook che ho frequentato, che il grado zero dell’uguaglianza democratica di tutti i punti di vista venisse presto superato da una restaurazione di rapporti, in cui l’autorevolezza degli individui prendesse presto il sopravvento sull’inanità dei poveri di spirito, dei violenti, dei provocatori facinorosi. Ribadendo quell’antica verità nata nel crogiuolo dell’utopia illuministica: la critica della vita e della cultura (prima ancora che quella letteraria) non rappresentano una disposizione democratica, proprio perché non è per niente vero che tutte le opinioni si equivalgono nel percorso della ricerca della verità. Mi spingo ancora più avanti in questo mio discorso: il campo della critica è forse l’unico in cui si può verificare, senza tema di smentita, l’idea che Platone espose nella sua Repubblica e che trovò disastrosa attuazione a Siracusa. Questa: che il governo della Polis (la cittadella della cultura, non altro) spetta di diritto ai filosofi, ovvero agli uomini di pensiero. Detta in altri termini: gli uomini sono tutti uguali davanti a Dio o alle leggi, ma non davanti alla ragione e alle ragioni della critica. Posso poi arrivare a sostenere, in qualche modo, che l’azzeramento democratico operato dal web, e la perdita di aura del critico, siano da benedire, in quanto hanno costretto tutti a ricominciare da capo, senza più contare sulle rendite di posizione? Io non ho dubbi in proposito e mi rendo anche felicemente conto che questa assoluta marginalità del critico nella Rete (e nella società contemporanea), che non ha più nulla da perdere, gli assicurano una condizione di libertà sinora impensabile.



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