La Nuova Sardegna

Fucile spianato sulle tracce della preda

di Costantino Cossu
Fucile spianato sulle tracce della preda

Lo scrittore sassarese ritorna con “Il cacciatore”, racconto per ragazzi illustrato da Elda Broccardo

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Tra gli scrittori sardi che sul fare del nuovo secolo si sono affacciati alla scena letteraria, Alberto Capitta è uno dei più puri. Purezza, quando si tratta di uso per fini letterari della parola scritta, significa avere come movente esclusivo la verità: una propria personale verità da cercare battendo i sentieri stretti dell’esistenza. Una ricerca, una caccia, che non conta per il risultato, ma per il mezzo. Non conta che alla verità si arrivi; conta che si provi a cercarla.

Tutti pubblicati da Il Maestrale, sono cinque i romanzi scritti sinora da Alberto Capitta: “Creaturine” (2004); “Il cielo nevica” (2007); “Il giardino non esiste” (2008); “Alberi erranti e naufraghi” (2013); “L’ultima trasfigurazione di Ferdinand” (2016). In ciascuno un’ umanità sempre intrisa di natura palpita e vibra, soffre e resiste sullo sfondo di un mondo dominato da una razionalità esterna alla vita e alla vita nemica. In una dimensione lontana anni luce dai percorsi battuti dalla pletora di scriventi che inondano con opere inutili (inutili perché false, non rispondenti ad alcun criterio di verità) le vetrine delle librerie e i banchetti dei festival letterari. Una dimensione che un indagatore attento della realtà culturale del nostro Paese come Goffredo Fofi ha così definito recensendo Capita su Internazionale: «I suoi libri ci spingono al paragone con il magistero femminile di Elsa Morante, Anna Maria Ortese e Fabrizia Ramondino, o con i toscani di ieri da Palazzeschi a Lisi, tra gusto antico del romanzo-fiaba (con echi di Stevenson e Leskov) e l’esigenza di dire il più e l’oltre dell’esperienza attuale del mondo».

Ora Capitta esce con un racconto per ragazzi, una favola appunto, che la casa editrice Imago ha appena pubblicato con il titolo “Il cacciatore” (48 pagine, 15 euro) in un volume in cui il testo è accompagnato e illuminato dalle tavole di Elda Broccardo (compagna di vita dello scrittore, si occupa di scenografia e costumi per il teatro, lavora come artigiana del legno e dei tessuti e cura laboratori per i bambini delle scuole primarie).

Protagonista del racconto è Costantino Cao, il Cacciatore. «Così come lo chiamavano al paese, dove tutti sapevano della sua passione. Costantino Cao il Cacciatore, blindato nel suo intimo senso della traccia. Percorreva sentieri di formiche, sfidava gli eserciti di spadini di ghiaccio dell’inverno, dormiva nei campi di ferula becchettati dalle otarde». Educato sin da piccolo dal padre, insieme con i due fratelli maggiori, alle leggi antiche del rito della caccia, «l’uccisione non lo turbava. Già da allora quella scuola di famiglia lo aveva arricchito del giusto disincanto. Già da allora, da quando la sua arma era un fuciletto di legno, ed egli percorreva monti e valli a fianco dei fratelli, Costantino si era sentito dotato di quell’istinto magico che è il senso dell’abbattimento della bestia, quel furore segreto e musicale che la vuole ferma, abbandonata».

Quando Costantino ha soltanto quindici anni il padre perde la vista per un incidente di lavoro. Il vecchio però non smette di cacciare. Andati via di casa i due figli più grandi, continua a braccare prede insieme con il più piccolo, Costantino. Il ragazzo è preciso nella mira con il suo Franchi calibro 12, infallibile; il genitore cieco spara a caso alle nuvole, ma è bravissimo a trovare d’istinto le tracce di lepri e pernici. Una coppia di cacciatori formidabile: «Non vi era grotta o cespuglio capace di nascondere loro alcun genere di preda. Poiché loro univano all’esperienza del cacciatore l’istinto del senza occhi. Come una coppia di esseri sovrannaturali si muovevano nella boscaglia, felici nell’abbraccio dei loro proiettili, appassionati di pernici, di volpi, di quaglie e di cinghiali. Inseguivano e abbattevano, come un cerchio che si chiude. Baciati dalla perfezione (…) Spararono così per anni e anni guidati da un’ebbrezza che non li vedeva mai sazi, esortati a farlo dal loro stesso esistere che li voleva protagonisti di una messe senza fine». Una «messe senza fine» in cui vita e morte, sorelle benevole, insieme danno misura e sostanza al mondo.

Poi, in un giorno piovoso di primavera, accade che, grondanti di sangue al termine dell’ennesima lunga giornata di caccia, Costantino e suo padre odono in lontananza il verso di un muflone. E’ caccia grossa: «Lo cercarono per settimane, lo isolarono dal branco, lo braccarono con ogni mezzo, distruggendo bacche e germogli, bruciando e disboscando, abbattendo ogni genere d’arbusto necessario alla sua alimentazione. Ma la bestia era speciale e non rispondeva alla legge solita conferitale dalla natura. Sotto l’assedio dei cacciatori il suo istinto era stato capace di elaborare una logica diversa e rara». Alla fine la bestia viene scovata, ma davanti al fucile spianato di Costantino accade qualcosa di inatteso. Un evento traumatico si rivela l’esito necessario della storia, la morale della favola. Qualcosa che illumina di verità sia il rapporto tra padre e figlio sia quello tra uomo e natura.

Racconto per ragazzi, “Il cacciatore”. In realtà, un’allegoria delle irrimediabili scissioni che segnano la condizione umana.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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