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2004. La lacrima di Graziano Mesina in diretta tv da Bruno Vespa dopo la grazia

L'incontro con il ministro della Giustizia, Castelli: «Facile evadere? No, ma io ci riuscivo».


21 dicembre 2021 di Giampaolo Meloni, 2 dicembre 2004


Il 25 novembre 2004, graziato dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il più famoso bandito sardo, l’orgolese Graziano Mesina, 62 anni, esce dal carcere di massima sicurezza di Voghera. Dal giorno dell'ultimo arresto sono passati undici anni, tre mesi e venticinque giorni, tutti trascorsi in una cella, senza neanche un giorno di permesso.

NUORO. Era facile evadere? «Facile no. Io ci riuscivo». Quarant'anni, per lui quasi tutti in carcere, dalla fuga da San Sebastiano che Graziano Mesina a mezzanotte racconta nei dettagli a "Porta a Porta", da Bruno Vespa. Poi ringrazia Ciampi e dice: erano scelte, inutile piangere. «Inutile piangere sul passato». Graziano Mesina parla per la prima volta da uomo libero. Camicia azzurra button down, cravatta amaranto con intrecci bianchi, giacca scura, neppure l'ombra di un capello sulla pelata liscia e lucida. Sprofondato su una poltrona che rivela una comodità eccessiva, sottolinea innanzitutto: «Ringrazio il Capo dello Stato e il ministro che si sono adoperati. Hanno capito la situazione veramente».

Il giro di boa di una vita tra le pareti delle celle più "rinomate" d'Italia è nel ringraziamento per la clemenza che il 25 novembre gli ha permesso di lasciare il carcere di massima sicurezza di Voghera. Perchè è maturata la decisione? chiede Vespa al ministro. «Perchè Mesina – risponde Castelli – ha trascorso in carcere un tempo immenso. Aveva espiato abbondantemente la pena». Castelli, che poche ore prima aveva definito «pochi» gli anni di prigionia accumulati da Adriano Sofri, ora libera qualche lacrima: «Mi sono preso una enorme gioia perchè liberare un uomo è una cosa fantastica». E la "primula rossa" avrebbe mai pensato di fare commuovere un ministro della Giustizia? «Non avrei mai pensato», risponde a Vespa.

E qui pure il duro "re del Supramonte" cede, benchè senza farsi vincere, all'impeto della lacrima. Mesina è anche lo snodo dello scontro politico sulla grazia e sulla taglia rilanciata dai leghisti. Gavino Angius, presidente dei senatori Ds, sassarese, puntualizza: «Lo stesso provvedimento va riconosciuto anche ad altre persone che assumendosi le responsabilità di atti molto gravi compiuti, hanno anche affrontato il giudizio dello Stato, delle istituzioni, e in qualche modo hanno recuperato una forma di rispetto assoluto, pagando di persona, patendo quindi di una condizione di particolare pesantezza e al tempo stesso con parole e gesti riscattando pienamente la sua vita. Penso, che lo stesso criterio debba valere per avere una giustizia più umana».

"Grazianeddu" rientra nel mondo dei liberi con grande ritardo sui tempi prefigurati dall'allora presidente della Repubblica Cossiga. Era il 1991 ma l'allora Guardasigilli Martelli disse no: «Quella nei confronti di Graziano Mesina era quasi un atto dovuto perchè uno dei pochi che sia stato in galera più del tempo comminato dal giudice». Mesina la taglia se la ritrovò addosso nel 1966, dopo l'evasione dal carcere di San Sebastiano, a Sassari. Fuga avventurosa ma soprattutto preannunciata. «Mi dovevano trasferire in Sicilia – ricorda –. Non mi piaceva l'idea. Allora annunciai al maresciallo direttore: bene, domani intorno alle 10.30 vado via». Dove? gli chiese l'incredulo guardiano. «Fuori». Detto fatto. Con Miguel Atienza.

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