La Nuova Sardegna

«Le tante lezioni della pandemia: una sfida globale»

di Massimo Dadea
«Le tante lezioni della pandemia: una sfida globale»

In un libro del medico ex assessore regionale il virus in Sardegna tra propaganda e realtà

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Pubblichiamo un brano dal libro di Massimo Dadea “Cronaca di una pandemia. Il virus in Sardegna tra propaganda e realtà” appena pubblicato dalla casa editrice IsolaPalma.

* * *di Massimo Dadea

La pandemia da Covid-19 non è dovuta ad un destino cinico e baro e neanche ad una maledizione divina: è il frutto della stupidità dell’uomo, del suo rapporto malato con la natura e l’ambiente. Sono i nostri comportamenti che rendono possibile l’insorgenza delle pandemie, che creano le condizioni perché virus normalmente silenti, oppure presenti negli animali, diventino trasmissibili all’uomo.

Per usare le parole di Erri De Luca, la natura è «lo spazio della nostra assenza», l’ambiente è «lo spazio della nostra presenza». Paradossalmente, ma non tanto, l’assenza dell’uomo preserva la natura. La sua presenza delimita, caratterizza e spesso compromette l’ambiente. È del tutto evidente che esiste un’associazione tra i livelli di inquinamento – la presenza dell’uomo – e la diffusione della pandemia.

Non è un caso che il virus abbia colpito più duramente quelle regioni – Lombardia, Veneto, la pianura Padana – dove si registrano le maggiori concentrazioni di inquinanti atmosferici. Uno studio dell’Università di Harvard, condotto durante la pandemia, ha correlato l’incremento di particolato (Pm2.5) con il rischio di decessi per Covid-19 negli Stati Uniti, determinando un incremento della mortalità del 15% per ogni aumento di un microgrammo per metro cubo di inquinante. D’altronde, di norma l’inquinamento atmosferico determina un incremento del rischio di patologie delle basse vie respiratorie, soprattutto nelle persone anziane e con comorbilità. Un aumento dei livelli di polveri sottili potrebbe rendere l’apparato respiratorio più sensibile all’infezione e alle complicazioni del Coronavirus. Sembrerà paradossale, ma una delle conseguenze positive della pandemia è stata quella di interrompere l’effetto nefasto dell’attività dell’uomo: una pausa benefica che ha rianimato l’ambiente e la natura. Per la terra, l’aria, il cielo e l’acqua una tregua insperata (…).

Oggi gli scienziati non discutono se ci sarà un’altra pandemia, ma solo quando e dove si scatenerà. Le cause che stanno alla base di questo fenomeno sono, come al solito, riconducibili all’uomo e alle sue attività: il cambiamento dell’uso del territorio, la creazione di ambienti artificiali, l’estrazione delle risorse naturali, i sistemi di produzione animale, l’uso dei farmaci, la manipolazione e il commercio di animali selvatici e più in generale la distruzione del la biodiversità. Intendendo con questo termine la grande varietà di animali, piante, funghi e microorganismi che costituiscono il pianeta. Una molteplicità di specie e di organismi che, in relazione tra loro, creano un equilibrio fondamentale per la vita sulla terra. Un delicato ecosistema che viene messo in crisi da tutte quelle attività che aggrediscono aree precedentemente disabitate.

L’impatto dell’uomo sull’ecosistema ha modificato il 75% dell’ambiente terrestre e il 60% di quello marino. Intendendo per ecosistema la grande varietà di specie animali e vegetali in relazione tra loro. L’abbattimento del le foreste primarie (l’Amazzonia per tutte) per fare posto a campi coltivati, attività estrattive, fa sì che moltissime specie animali, tra cui batteri e virus, entrino in contat to con gli uomini. Ogni anno sparisce un’area di foresta pluviale grande quanto l’Austria. La biodiversità è una barriera contro il dilagare delle zoonosi e del fenomeno dello spillover. Perché ci sia la salvaguardia è fondamentale la conservazione degli habitat. Distruggendo le foreste e trasformando vaste aree finora intatte stiamo aumentando la frammentazione degli habitat e creando vaste aree di interfaccia innaturale tra uomo e animale.

Nel contempo bisogna correggere il surriscaldamento globale. Il cambiamento climatico rompe gli equilibri de gli ecosistemi e stravolge la geografia di alcune specie, ad esempio gli insetti portatori di patogeni. La malaria potrebbe diventare un problema anche nelle regioni temperate perché la distribuzione dell’insetto vettore, la zanzara anofele, si sta inesorabilmente spostando verso nord. Paradossalmente, in Sardegna – a distanza di oltre settant’anni dalla campagna di disinfestazione dell’anofele, portata avanti dalla Fondazione Rockefeller – potremmo trovarci di fronte a nuovi casi di febbre malarica. Lo stesso aumento della produzione di cibo dovuto alla crescita demografica è un pericoloso fattore di rischio. Gli allevamenti intensivi sono infatti un veicolo di diffusione di organismi patogeni presenti nella catena di produzione. La stessa selezione genetica degli animali avviene sulla base della produttività e non della resistenza alle malattie.

L’introduzione poi di una serie di farmaci antibiotici nella dieta degli animali ha contribuito alla diffusione di ceppi di batteri resistenti ai farmaci che si trasmettono agli esseri umani. I commerci e i viaggi internazionali consentono ai batteri e ai virus, a differenza del passato, di raggiungere qualsiasi parte del mondo. Oggi dobbiamo affrontare qualsiasi problema che riguardi la salute umana inserendolo all’interno di un sistema complesso che è fatto di uomini, di patogeni, di animali e di clima. In definitiva, la violenza perpetrata dall’uomo nei confronti della natura e dell’ambiente, e dei suoi delicati equilibri, è la causa prima dei nostri mali.

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