PIERO PRETTI
«Io globetrotter della lirica canto gli auguri all’isola»
Mandato in archivio il Natale vissuto tra gli affetti più cari, è quasi tempo per ripartire. Certo le feste hanno rappresentato un momento prezioso per rifiatare (mai espressione appare più azzeccata...
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Mandato in archivio il Natale vissuto tra gli affetti più cari, è quasi tempo per ripartire. Certo le feste hanno rappresentato un momento prezioso per rifiatare (mai espressione appare più azzeccata per un cantante), fare il pieno di energie, temprare il fisico e lo spirito in vista di un calendario fittissimo di impegni. Piero Pretti, tenore nuorese, da vero globetrotter della lirica, in qualsiasi latitudine si trovi, ritaglia sempre lo spazio per un pensiero, per desideri da esaudire. Per sè stesso e per la sua Isola.
Nella sua personale lettera a Babbo Natale c’è un elenco di priorità che andrebbe consegnata anche ai decision makers della politica regionale e nazionale.
«Sogni e desideri non mancano, ma ho avuto molto dalla vita. Certo l’ho sempre rincorsa, ma si è fatta anche acchiappare. I desideri, gli auguri per la mia Sardegna sono tanti. E provo ad enunciarli sicuro di dimenticare qualcosa. Spero di non vederla più bruciare, di non vederla più bombardata per le esercitazioni militari. Che possa crescere nelle infrastrutture, penso ad una vera rete ferroviaria magari moderna la capacita economica sociale e di sviluppo sarebbe una cosa fantastica Sia per il turismo sia per gli stessi sardi. E poi non si può dimenticare la continuità territoriale con aerei nè navi che ci colleghi o col resto del mondo in maniera moderna efficace ed economicamente sostenibile. Per quest’anno penso possa bastare».
Sei appena tornato da Valencia, sei spettacoli, i prime due li hai persi. La terza finalmente sul palco. È stata una liberazione? Che sensazioni nello stare fuori quando invece su sa il proprio posto è in scena.
«Sai noi lo strumento ce lo portiamo sempre appresso. Non lo possiamo mai riporre nella custodia e risente dell’umore dello stato fisico. Di quello che mangi, di dove ti trovi con chi stai. La voce è indissolubilmente legarti alla sfera emotiva oltre che a quella fisica e psicologica. Poi, capita che un batterio o un virus (perché esistevano anche prima del covid 19) ti possa mettere in ginocchio. E, purtroppo è quello che mi e successo a Valencia, una brutta laringite che mi ha bloccato per settimane. Per questo motivo ho dovuto cancellare due recite compresa la prima e mi ha fatto rimandare il debutto in questa splendida città. Mi sono ripreso ed è tornato tutto al suo posto grazie alle cure e alla pazienza. A Valencia l’atmosfera è stata fantastica, il Palace des arts è stupendo e ultramoderno.Ho immediatamente avuto una bellissima accoglienza da parte della città e di tutto il teatro.
Ritrovato alcuni amici e scoperto di nuovi. Il teatro è davvero affascinante e sono tutti estremamente professionali e gentili, grandi appassionati di musica e di teatro. Il colpo d’ occhio arrivando dal Parco della Turia, specie all’ora del tramonto è davvero fenomenale. Ottima anche l’orchestra, insomma un bel posto dove poter lavorare».
Il ruolo di Pinkerton in Madama Butterfly come lo senti?
«Credo sia l’undicesima o dodicesima produzione differente di Butterfly. L’ho davvero cantata tante volte e in molti posti differenti. Dal debutto nel ruolo in New Zeland al Mert di New York recentemente. Adoro Puccini e mi piace molto il ruolo di Pinkerton, che seppure non sia esattamente un uomo d’onore canta delle frasi bellissime nel duettone finale del primo atto con Butterfly. Tra i duetti d’amore più belli dell’opera. Ma sin dall’inizio un gran bel pezzo di teatro a cavallo tra commedia e dramma. Lo trovo estremamente affascinante e mi da molto gusto cantarlo».
L’immagine che abbiamo di voi artisti dell’opera è di persone sempre dentro un frullatore. Una vita densissima, piena di impegni, di lavoro e in giro per il mondo. E’ un paragone che rende?
«Direi che è molto azzeccato. È proprio cosi la sensazione spesso è proprio quella. La frenesia è una costante: tanto studio, molte prove e sempre in viaggio e la valigia sul letto. Spesso si fa fatica a coordinare tutto perché sembrerà strano ma cerco di avere anche una vita “normale” fatta di una casa da abitare, di una famiglia con cui stare. Per fortuna mia moglie e mio figlio una mi seguono spesso e riusciamo a stare assieme. Così come è stato a Valencia per esempio».
Qual è il ruolo che si adatta meglio alla tua voce in questo momento?
«Ce ne sono diversi, credo di avere una piccola capacita adattiva e riuscire a adeguare tecnicamente il mio strumento all’esecuzione di spartiti anche un po’ lontani tra loro. Senza esagerare ovviamente, pero per esempio ho appena cantato Rigoletto al Maggio fiorentino e adesso Butterfly. Sono due scritture molto diverse tra loro ma negli anni con lo studio e la ricerca sono riuscito a trovare la maniera di eseguirli entrambi. Ci sono alcune opere come il Ballo in maschera che in questo momento mi stanno come un guanto».
Hai cantato in vari teatri europei e di altri continenti. Se si può dire c’è un pubblico che ti ha emozionato e trasmesso più emozioni?
«Mi fanno spesso questa domanda. La globalizzazione almeno sino a 1 anno e mezzo fa o poco più. Portava gli appassionati d’opera in giro per il mondo, per cui era normale avere giapponesi alla Scala di Milano e americani a Madrid. Questo per dirti che il pubblico dell’opera vuole appassionarsi, vuole sentire la musica le voci e guardare un bello spettacolo. Se si tiene conto di questo il pubblico sarà uguale in tutto il mondo e vieni ripagato dall’energia che ti arriva, c’è uno scambio e davvero percepisci la magia di questo connubio».
Che bilancio fai della tua carriera? Avresti mai pensato di confrontarti a questi livelli. Che possiamo definire altissimi.
«Non voglio sembrarti troppo modesto o ma devo dirti che la mia vita è scandita dallo studio e dalla ricerca vocale e musicale. I risultati sono arrivati in relazione all’ impegno e al lavoro svolto. Per cui continuo nel mio cammino convinto che si tratta di un percorso obbligato, il resto è una conseguenza. Ci sono dei tenori che hai particolarmente apprezzato e diciamo così a cui ti ispiri? Ho ascoltato molti cantanti. Da Stefano Corelli a Richard Tuker, solo per citarne alcuni. Ma in questo periodo della mia vita ho bisogno e voglia di ascoltare altra musica, non l’opera Sarà perché ne faccio tanta dal vivo. E cosi preferisco jazz, flamenco, colonne sonore, Pat Methney, Paolo Fresu».
Se ti guardi indietro, agli inizi della tua professione, come vedi il tuo percorso. E poi come alimenti il tuo legame con la Sardegna stando fuori per quasi tutto l’anno?
«Sono nato a Nuoro dove ho iniziato a cantare in coro polifonico il complesso vocale di Nuoro diretto da Franca Floris e poi lo studio del canto lirico con Antonietta Chironi alla Scuola civica. Era un bel periodo di fermento culturale che condividevo con tanti amici che facevano teatro e musica. Con alcuni è rimasto intatto affetto e amicizia. Da Giovanni Carroni, Alessandro Catte, Gianni Cossu, Gavino Poddighe solo per citarne alcuni che sono portatori sani di cultura e musica. Per fortuna la tecnologia ci permette di stare in contatto per cui telefono video chiamate e chat sono l'alimento dei miei legami nuoresi e non solo. Ho amici e compari sparse per la Sardegna, si fa fatica ma con la volontà e se c’è vero affetto tutto si porta avanti o con la speranza di abbracciarsi dal vivo il prima possibile».
Una domanda deleddiana, come vedi da Nuorese le celebrazioni per i 150 anniversario della sua nascita. C’è un’aria, un’opera che ti sentiresti di dedicare a lei o che la identifica a tuo giudizio?
«Quando vivevo a Cagliari, mi contattò l’associazione Lao Silesu (musicista compositore del sud della Sardegna) che voleva mettere in scena una sua opera, Astore, e pensa il libretto era di Grazia Deledda. Esiste uno scambio di lettere tra Silesu e la Deledda amici dove il musicista da Parigi chiede alla Deledda un’apposita novella dalla quale creare il libretto della sua opera. Fui molto felice del progetto e mi son divertito molto».
Nella sua personale lettera a Babbo Natale c’è un elenco di priorità che andrebbe consegnata anche ai decision makers della politica regionale e nazionale.
«Sogni e desideri non mancano, ma ho avuto molto dalla vita. Certo l’ho sempre rincorsa, ma si è fatta anche acchiappare. I desideri, gli auguri per la mia Sardegna sono tanti. E provo ad enunciarli sicuro di dimenticare qualcosa. Spero di non vederla più bruciare, di non vederla più bombardata per le esercitazioni militari. Che possa crescere nelle infrastrutture, penso ad una vera rete ferroviaria magari moderna la capacita economica sociale e di sviluppo sarebbe una cosa fantastica Sia per il turismo sia per gli stessi sardi. E poi non si può dimenticare la continuità territoriale con aerei nè navi che ci colleghi o col resto del mondo in maniera moderna efficace ed economicamente sostenibile. Per quest’anno penso possa bastare».
Sei appena tornato da Valencia, sei spettacoli, i prime due li hai persi. La terza finalmente sul palco. È stata una liberazione? Che sensazioni nello stare fuori quando invece su sa il proprio posto è in scena.
«Sai noi lo strumento ce lo portiamo sempre appresso. Non lo possiamo mai riporre nella custodia e risente dell’umore dello stato fisico. Di quello che mangi, di dove ti trovi con chi stai. La voce è indissolubilmente legarti alla sfera emotiva oltre che a quella fisica e psicologica. Poi, capita che un batterio o un virus (perché esistevano anche prima del covid 19) ti possa mettere in ginocchio. E, purtroppo è quello che mi e successo a Valencia, una brutta laringite che mi ha bloccato per settimane. Per questo motivo ho dovuto cancellare due recite compresa la prima e mi ha fatto rimandare il debutto in questa splendida città. Mi sono ripreso ed è tornato tutto al suo posto grazie alle cure e alla pazienza. A Valencia l’atmosfera è stata fantastica, il Palace des arts è stupendo e ultramoderno.Ho immediatamente avuto una bellissima accoglienza da parte della città e di tutto il teatro.
Ritrovato alcuni amici e scoperto di nuovi. Il teatro è davvero affascinante e sono tutti estremamente professionali e gentili, grandi appassionati di musica e di teatro. Il colpo d’ occhio arrivando dal Parco della Turia, specie all’ora del tramonto è davvero fenomenale. Ottima anche l’orchestra, insomma un bel posto dove poter lavorare».
Il ruolo di Pinkerton in Madama Butterfly come lo senti?
«Credo sia l’undicesima o dodicesima produzione differente di Butterfly. L’ho davvero cantata tante volte e in molti posti differenti. Dal debutto nel ruolo in New Zeland al Mert di New York recentemente. Adoro Puccini e mi piace molto il ruolo di Pinkerton, che seppure non sia esattamente un uomo d’onore canta delle frasi bellissime nel duettone finale del primo atto con Butterfly. Tra i duetti d’amore più belli dell’opera. Ma sin dall’inizio un gran bel pezzo di teatro a cavallo tra commedia e dramma. Lo trovo estremamente affascinante e mi da molto gusto cantarlo».
L’immagine che abbiamo di voi artisti dell’opera è di persone sempre dentro un frullatore. Una vita densissima, piena di impegni, di lavoro e in giro per il mondo. E’ un paragone che rende?
«Direi che è molto azzeccato. È proprio cosi la sensazione spesso è proprio quella. La frenesia è una costante: tanto studio, molte prove e sempre in viaggio e la valigia sul letto. Spesso si fa fatica a coordinare tutto perché sembrerà strano ma cerco di avere anche una vita “normale” fatta di una casa da abitare, di una famiglia con cui stare. Per fortuna mia moglie e mio figlio una mi seguono spesso e riusciamo a stare assieme. Così come è stato a Valencia per esempio».
Qual è il ruolo che si adatta meglio alla tua voce in questo momento?
«Ce ne sono diversi, credo di avere una piccola capacita adattiva e riuscire a adeguare tecnicamente il mio strumento all’esecuzione di spartiti anche un po’ lontani tra loro. Senza esagerare ovviamente, pero per esempio ho appena cantato Rigoletto al Maggio fiorentino e adesso Butterfly. Sono due scritture molto diverse tra loro ma negli anni con lo studio e la ricerca sono riuscito a trovare la maniera di eseguirli entrambi. Ci sono alcune opere come il Ballo in maschera che in questo momento mi stanno come un guanto».
Hai cantato in vari teatri europei e di altri continenti. Se si può dire c’è un pubblico che ti ha emozionato e trasmesso più emozioni?
«Mi fanno spesso questa domanda. La globalizzazione almeno sino a 1 anno e mezzo fa o poco più. Portava gli appassionati d’opera in giro per il mondo, per cui era normale avere giapponesi alla Scala di Milano e americani a Madrid. Questo per dirti che il pubblico dell’opera vuole appassionarsi, vuole sentire la musica le voci e guardare un bello spettacolo. Se si tiene conto di questo il pubblico sarà uguale in tutto il mondo e vieni ripagato dall’energia che ti arriva, c’è uno scambio e davvero percepisci la magia di questo connubio».
Che bilancio fai della tua carriera? Avresti mai pensato di confrontarti a questi livelli. Che possiamo definire altissimi.
«Non voglio sembrarti troppo modesto o ma devo dirti che la mia vita è scandita dallo studio e dalla ricerca vocale e musicale. I risultati sono arrivati in relazione all’ impegno e al lavoro svolto. Per cui continuo nel mio cammino convinto che si tratta di un percorso obbligato, il resto è una conseguenza. Ci sono dei tenori che hai particolarmente apprezzato e diciamo così a cui ti ispiri? Ho ascoltato molti cantanti. Da Stefano Corelli a Richard Tuker, solo per citarne alcuni. Ma in questo periodo della mia vita ho bisogno e voglia di ascoltare altra musica, non l’opera Sarà perché ne faccio tanta dal vivo. E cosi preferisco jazz, flamenco, colonne sonore, Pat Methney, Paolo Fresu».
Se ti guardi indietro, agli inizi della tua professione, come vedi il tuo percorso. E poi come alimenti il tuo legame con la Sardegna stando fuori per quasi tutto l’anno?
«Sono nato a Nuoro dove ho iniziato a cantare in coro polifonico il complesso vocale di Nuoro diretto da Franca Floris e poi lo studio del canto lirico con Antonietta Chironi alla Scuola civica. Era un bel periodo di fermento culturale che condividevo con tanti amici che facevano teatro e musica. Con alcuni è rimasto intatto affetto e amicizia. Da Giovanni Carroni, Alessandro Catte, Gianni Cossu, Gavino Poddighe solo per citarne alcuni che sono portatori sani di cultura e musica. Per fortuna la tecnologia ci permette di stare in contatto per cui telefono video chiamate e chat sono l'alimento dei miei legami nuoresi e non solo. Ho amici e compari sparse per la Sardegna, si fa fatica ma con la volontà e se c’è vero affetto tutto si porta avanti o con la speranza di abbracciarsi dal vivo il prima possibile».
Una domanda deleddiana, come vedi da Nuorese le celebrazioni per i 150 anniversario della sua nascita. C’è un’aria, un’opera che ti sentiresti di dedicare a lei o che la identifica a tuo giudizio?
«Quando vivevo a Cagliari, mi contattò l’associazione Lao Silesu (musicista compositore del sud della Sardegna) che voleva mettere in scena una sua opera, Astore, e pensa il libretto era di Grazia Deledda. Esiste uno scambio di lettere tra Silesu e la Deledda amici dove il musicista da Parigi chiede alla Deledda un’apposita novella dalla quale creare il libretto della sua opera. Fui molto felice del progetto e mi son divertito molto».
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