La Nuova Sardegna

IL SAGGIO 

Mugno narra la triste vita dei boia siciliani nell’Ottocento

di MASSIMO ONOFRI

Leggo con curiosità “I carnefici di Sicilia. Chi erano e come vivevano i boia nell’Ottocento” (Navarra editore, 160 pagine, 15 euro) di un eclettico scrittore di Trapani, Salvatore Mugno. E mi...

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Leggo con curiosità “I carnefici di Sicilia. Chi erano e come vivevano i boia nell’Ottocento” (Navarra editore, 160 pagine, 15 euro) di un eclettico scrittore di Trapani, Salvatore Mugno.

E mi confermo nell’idea che entrare negli scantinati della cronaca più vituperata resti sempre uno dei modi migliori per orientarsi nella Storia. Mugno ci consente di sprofondarci nel ventre osceno di quel secolo, raccontandoci la vicenda secolare dei boia meno pagati d’Europa, quelli siciliani appunto, la cui funzione pubblica si concluse in Sicilia a Palermo nella piazza della Marina il 31 ottobre 1807, con proroga eccezionale il 28 giugno 1817, quando furono impiccati in pubblico i pirati Nicola e Stefano Pitrè.

Sentite qua: «Il mestiere di carnefice non era tra i più facili né, almeno in Sicilia, tra i più ambiti: le autorità borboniche, quando occorreva procedere all’individuazione e alla scelta del boia, si imbattevano in un mucchio di intralci e dovevano percorrere procedure assai macchinose».

È, questo, l’inizio del capitolo dedicato al reclutamento dei boia, per un libro che, al di là dell’ampia documentazione, si segnala anche per una felice disposizione narrativa che alleggerisce a ogni pagina la gravità (e la gravosità) d’una materia truce.

Ecco, allora, le esecuzioni «con pompa e senza pompa», a seconda del rango del condannato. O le pagine sull’arrivo della ghigliottina «un dispositivo costoso nei traslochi, nella custodia e nella manutenzione».

E che dire delle trasferte dei carnefici «in carretta e in piroscafo» o di quel boia che «chiede il congedo per ripugnanza»? Ma, mi si lasci ricordare in conclusione, quanto al capitolo sui giustiziati, la figura di Francesca Paratore, «una delle pochissime donne che in Sicilia abbiano subito, nell’Ottocento, l’esecuzione della pena capitale», la quale, un istante prima di morire, lanciò «un agghiacciante grido sull’insensatezza della propria vita».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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