Paolini in tv: «Siamo il disastro ma anche l’arca»
di Francesca Pierleoni
“La Fabbrica del mondo” su Rai3 con l’attore e lo scienziato Telmo Pievani: «Per non rassegnarci»
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ROMA . Una domanda: «Come facciamo a rigenerare la natura?». È fra i punti di partenza di “La fabbrica del mondo”, il viaggio in tre puntate al via da domani alle 21.45 su Rai3 tra narrazione, scienza, teatro, riflessione e attualità, con il quale Marco Paolini, insieme allo scienziato evoluzionista Telmo Pievani, ci immerge nel presente del nostro pianeta, e ci guida in un percorso originale e potente di conoscenza, rifiuto della rassegnazione e possibilità collettiva di azione, tra crisi ambientali, pensiero ecologico, e rapporto con un mondo che sta affrontando una pandemia. «Insieme a Telmo, che ha una straordinaria capacità di sintesi su materie complesse, abbiamo ragionato sulla contemporaneità e sul momento che stiamo vivendo – spiega Paolini –. È venuta l’idea di La fabbrica del mondo e l’abbiamo proposta a Rai».
«È un progetto – dice Paolini – con cui esploriamo i punti dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite. Abbiamo registrato alla fine di settembre, prima della Cop26, ma avevamo già il quadro di una situazione preoccupante». «Mettere in una prospettiva di storia le cose serve ad allontanarle dall’irascibilità dell’agenda giornalistica – aggiunge l’attore–. L’argomento è talmente serio, che non è più attuale per i media se Greta Thunberg non si mette a strillare. Allo stesso modo un’enciclica di papa Francesco può servire a richiamare l’attenzione dei titoli per una giornata. Questo è il pensiero de “La fabbrica del mondo”, provare a vedere se attraverso un linguaggio che è finzione dichiarata, come il teatro, si arriva a parlare di realtà, aggirando la questione frontale delle fake news, che le persone si portano dietro».
«Il senso del programma – spiega ancora Paolini – è che siamo in un luogo che noi consideriamo casa: noi lo chiamiamo fabbrica perché è il risultato di tutte le azioni che facciamo. Gli esseri umani hanno raggiunto grazie alla tecnologia, dei livelli di azione che ci fanno associare ad una delle forze naturali, il vento l’acqua, la grandine o ai mega disastri climatici. Noi siamo un’alluvione, siccità, tifone, ma al tempo siamo anche l’arca».
Paolini non dà lezioni ma instaura, in un continuo riflesso tra il passato e l’oggi, un dialogo aperto che ha come scenario una grande fabbrica, arricchito di puntata in puntata dalle pagine di grandi scrittori.
«È un progetto – dice Paolini – con cui esploriamo i punti dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite. Abbiamo registrato alla fine di settembre, prima della Cop26, ma avevamo già il quadro di una situazione preoccupante». «Mettere in una prospettiva di storia le cose serve ad allontanarle dall’irascibilità dell’agenda giornalistica – aggiunge l’attore–. L’argomento è talmente serio, che non è più attuale per i media se Greta Thunberg non si mette a strillare. Allo stesso modo un’enciclica di papa Francesco può servire a richiamare l’attenzione dei titoli per una giornata. Questo è il pensiero de “La fabbrica del mondo”, provare a vedere se attraverso un linguaggio che è finzione dichiarata, come il teatro, si arriva a parlare di realtà, aggirando la questione frontale delle fake news, che le persone si portano dietro».
«Il senso del programma – spiega ancora Paolini – è che siamo in un luogo che noi consideriamo casa: noi lo chiamiamo fabbrica perché è il risultato di tutte le azioni che facciamo. Gli esseri umani hanno raggiunto grazie alla tecnologia, dei livelli di azione che ci fanno associare ad una delle forze naturali, il vento l’acqua, la grandine o ai mega disastri climatici. Noi siamo un’alluvione, siccità, tifone, ma al tempo siamo anche l’arca».
Paolini non dà lezioni ma instaura, in un continuo riflesso tra il passato e l’oggi, un dialogo aperto che ha come scenario una grande fabbrica, arricchito di puntata in puntata dalle pagine di grandi scrittori.
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