La Nuova Sardegna

Addio alla stella nera dei film l’attore che non sapeva odiare

di Giorgio Gosetti
Addio alla stella nera dei film l’attore che non sapeva odiare

Nel 1964 fu il primo interprete afroamericano a vincere un Oscar Divenne un’icona per la sua opposizione gentile e ferma al segregazionismo

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C’è stato un tempo in cui agli uomini di colore in America era impedito di frequentare i locali dei bianchi, salire sugli stessi autobus, vincere premi e perfino veder riconosciuta la stessa dignità. Non era ancora il tempo in cui Barak Obama poteva diventare Presidente degli Stati Uniti, ma in quel tempo (solo apparentemente lontano), un altro americano di colore riuscì a infrangere la barriera della segregazione razziale, facendosi applaudire senza condizioni e vincendo perfino l’Oscar come miglior attore. Quell’uomo, un gigante gentile che nessuno avrebbe chiamato con disprezzo “negro”, si chiamava Sidney Poitier e oggi Hollywood lo piange come ultimo”esponente della “Golden Age» che trionfava nel mondo tra gli anni ’50 e ’60.

Se Obama veniva dalle Hawaii, Poitier era un «americano per caso»: la sua famiglia di poveri agricoltori si era stabilita nelle Bahamas e forse discendeva dagli schiavi haitiani, come farebbe supporre l’origine francese del cognome. I suoi genitori lo fecero nascere a Miami durante una gita che costrinse la madre in ospedale per un parto prematuro. Dopo la nascita di Sidney, il 20 febbraio del 1927, la famiglia dovette rimanere in America tre mesi prima che il bambino recuperasse la salute. In cambio ebbe in dono la cittadinanza americana insieme a quella inglese, visto che allora le Bahamas erano ancora un protettorato della Corona. Rimpatriato a Nassau, il piccolo Sidney vi restò fino ai 15 anni quando tornò in America insieme al fratello maggiore. Un anno dopo viveva già da solo a New York, lavando piatti di giorno e sognando il teatro la notte. Conquistare un palcoscenico non fu facile, ma dopo un paio di audizioni fallite per il marcato accento delle isole e le modeste capacità vocali, fu finalmente accettato nell’American Negro Theater dopo una breve parentesi militare terminata con il congedo per una simulata malattia mentale che uno psichiatra compiacente approvò: Poitier era stato assegnato a un ospedale militare ma non sopportava la brutalità degli psichiatri dell’esercito e per questo lasciò l’uniforme prima della fine della guerra. Era appena maggiorenne, ma il suo talento da attore emerse in fretta, sul palcoscenico di Broadwaye.

A notarlo fu tra l’altro il tycoon di Hollwyood, Daryl Zanuck, che gli fece firmare un contratto per «Uomo bianco, tu vivrai» di Joseph Mackiewicz in cui teneva testa al fanatico razzista Richard Widmark. Nonostante l’amore per il teatro che lo avrebbe applaudito a più riprese regalandogli due nomination agli Emmy e un Grammy, la vita artistica di Sidney Poitier si consuma nel cinema, spesso attore prediletto dai registi ribelli come Ralph Nelson (l’autore di “Soldato Blu”) che gli fece vincere l’Oscar nel 1964 con «I gigli del campo».

Era il primo nero a conquistare il premio come miglior attore e sarebbe rimasto l’unico fino alla generazione di Louis Gossett Jr (“Ufficiale gentiluomo”) e Denzel Washington. Ma l’America di Sidney Poitier era ancora quella delle marce di Martin Luther King, del sogno kennediano per una Nuova Frontiera, del Ku Klux Klan e dei primi scontri razziali. Alla ribellione di Malcolm X, l’attore venuto dalle Bahamas contrapponeva una rivoluzione gentile e si impose come un’icona di tutta l’America quando interpretò: «Indovina chi viene a cena?» con Spencer Tracy e Katharine Hepburn in cui conquista il cuore di una famiglia tipicamente wasp ma di convinzioni liberal e più esplicitamente “La calda notte dell’ispettore Tibb”» in cui ottiene il rispetto del brutale sceriffo Rod Steiger, con cui fa coppia nell’indagine su un omicidio a sfondo razziale nel cuore del Mississippi. Una carriera, la sua, costellata da premi e una vita ricca di riconoscimenti (non ultima la Medaglia della Libertà conferitagli dall’allora Presidente Barack Obama).

Non è un caso che la sera dell’Oscar il suo successore Denzel Washington gli abbia dedicato la sua statuetta esclamando: «Seguirò sempre le tue orme, Sidney, e non c’è niente che vorrei di più».

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