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Mariangela D'Abbraccio: «La mia Blanche, donna sospesa tra realtà e poesia»

di Alessandro Pirina
Mariangela D'Abbraccio: «La mia Blanche, donna sospesa tra realtà e poesia»

Per la stagione Cedac l’attrice porta in scena nell’isola “Un tram che si chiama desiderio”

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Mariangela D’Abbraccio è abituata a portare in scena i grandi classici della letteratura. Nel suo curriculum ci sono Shakespeare, Schnitzler, Cechov, Pirandello, De Filippo, Neil Simon. Ora è di nuovo il turno di Tennessee Williams, ma questa volta il suo ritorno sul palco ha un sapore molto particolare. “Un tram che si chiama desiderio” - in coppia con Daniele Pecci il 13 e 14 gennaio (in matinée alle 10.30) all’auditorium comunale di Sassari e il 15 a Carbonia - è infatti un’opera che accompagna la grande attrice napoletana fin dai suoi esordi.

Signora D’Abbraccio, la prima volta che si è imbattuta in questo testo?

«Ero una ragazzina, quest’opera è legata alla mia infanzia. Mia madre era un’ex attrice, una insegnante di recitazione, e ci faceva leggere non libri per ragazzi ma testi di teatro. Lei amava molto Tennessee Williams e infatti a 12 anni avevo già letto molte cose sue, compreso “Un tram che si chiama desiderio”. E anche il primo provino che ho portato ai miei inizi è stato proprio il monologo di Blanche: a prepararmi fu mia madre. Anche in altri due o tre provini fondamentali - compreso quello con Giorgio Albertazzi, l’incontro che ha dato inizio alla mia storia di attrice - ho insistito su questo monologo. Insomma, Blanche fa parte della mia vita».

Chi è Blanche Du Bois?

«Per me rappresenta la poesia del mondo. In quest’opera Williams ha voluto mettere le sue esperienze, dalla follia della sorella al suo alcolismo. È un testo molto autobiografico in cui l’autore ha voluto raccontare la crudezza, la durezza della società. Blanche è una persona che non ama la realtà, ma la magia, la poesia, che però è anche autodistruttiva e ti porta a toccare i fondi, i baratri. L’animo poetico è pericolosissimo perché ti allontana dalla cruda realtà. Blanche rappresenta lo scontro tra - da una parte - realtà e società e - dall’altra - poesia e bellezza».

Siamo nella New Orleans degli anni Quaranta: similitudini con l’America e con la società di oggi?

«È abbastanza impressionante quante analogie ci sono. Pensiamo solo al personaggio di Stanley, interpretato da Daniele Pecci, che sembra scritto adesso. Lui era un polacco che non era accettato dalla società, veniva continuamente bollato come straniero. Ai tempi c’era una certa durezza verso il diverso, lo straniero, il nero. E oggi purtroppo la cosa continua. Il testo è di una attualità sconcertante. Forse lo era meno vent’anni fa, ma purtroppo stiamo facendo molti passi indietro».

L’estate scorsa ha portato a Nora lo spettacolo su Bruce Springsteen: un’altra faccia del sogno americano?

«Dopo Filumena Marturano era difficile fare una scelta su quale testo portare in scena. Ho scelto Williams, perché è un autore che ho sempre sentito molto vicino. Era uno che amava molto l’Italia, aveva preso spunto da Eduardo per “La rosa tatuata”. E a sua volta lui è stato un grande ispiratore per gli americani. Woody Allen dice sempre che avrebbe voluto scrivere lui “Un tram che si chiama desiderio”. E probabilmente Williams è stato fonte di ispirazione anche per Bruce Springsteen, che come lui scrive degli ultimi e mostra una grande attenzione per i margini della società. Hanno molte cose in comune».

Sul grande schermo il personaggio di Blanche fu interpretata da Vivien Leigh accanto a Marlon Brando: c’è qualcosa che la accomuna alla grande star hollywoodiana?

«La sua è una interpretazione magistrale, il ruolo sembra scritto apposta per lei. Vivien Leigh aveva una forte instabilità, problemi psichici. Era molto simile a Blanche. Io non sono simile al ruolo, ma lei per me è stata una grande ispirazione».

Quali erano i suoi miti da giovanissima?

«Erano due attrici molto distanti ma anche molto vicine: Anna Magnani e Marilyn Monroe, che tra l’altro si stimavano molto. Erano due animali particolari, molto diverse, che mi servivano come ispirazione. Mi sono trovata a fare cose della Magnani, da “La rosa tatuata” a “Nella città l’inferno”: posso dire che per il nostro lavoro d’attore fa sempre bene avere davanti grandi interpretazioni, a cui ognuno di noi aggiunge, modifica, mette qualcosa di suo».

Tra le attrici di oggi chi le piace?

«A parte Meryl Streep, che resta l’attrice più eclettica che seguo in tutto quello fa, oggi si cerca soprattutto un grande professionismo, ma alla fine è molto difficile trovare l’eccezionalità».



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