Lo sguardo laico di Calamandrei sulla Sardegna

Settant’anni fa, prime settimane del 1952, arrivava in Sardegna – su carta – il numero 9-10 della rivista “Il Ponte”, fondata e diretta dal giurista fiorentino Piero Calamandrei: speciale di 471 pagine interamente dedicato alla Sardegna

Settant’anni fa, prime settimane del 1952, arrivava in Sardegna – su carta – il numero 9-10 della rivista “Il Ponte”, fondata e diretta dal giurista fiorentino Piero Calamandrei (1889-1956). Uno speciale (471 pagine) chiuso in tipografia nel settembre-ottobre 1951 dedicato alla Sardegna, la prima vera inchiesta di taglio politico-sociale dell’allora vangelo laico della cultura azionista (Calamandrei, diventato parlamentare, era stato tra i fondatori del Partito d’Azione).

L’isola degli ingegni

La pubblicazione precedente era stata dedicata alla Calabria. L’articolo di apertura (“L’avvenire della Sardegna”) affidato a Emilio Lussu. E poi altre 61 firme con intellettuali dell’isola e tanti docenti sardi presenti in prestigiosi atenei nazionali ed esteri. Alcune firme, allora: Grazia Deledda, Camillo Bellieni, Giuseppe Brotzu, Antonio Segni, Luigi Crespellani, Mario Berlinguer, Giuseppe Dessì, Renzo Laconi, Eugenio Tavolara. Presenti sei sezioni. Apre “La Sardegna nella storia”, con un primo pezzo di Giovanni Lilliu sull’isola nuragica e una chiusura di Lorenzo Mossa su l’Università di Sassari e la rivoluzione angioina. Nel mezzo Giovanni Curis, giurista di Aggius che insegnava a La Sapienza, che parla del “grande parlamentare” liberale Francesco Cocco Ortu), Palmiro Togliatti che racconta il suo personalissimo “Gramsci sardo” e Velio Spano che scrive su “Giaime Pintor e la Sardegna”. Spazio quindi agli “Aspetti sociali e politici” con Antonio Segni che firma la sezione “Agricoltura”. Seguono “Arte e cultura” con Raffaello Delogu e Gonario Pinna, “Caratteri e costumanze” con Salvatore Satta (“Lo spirito religioso dei sardi”), “Poeti e narratori” sempre con Dessì e con Lucia Pinna, Salvatore Cambosu e Maria Agus. Chiudono lo speciale l’allora direttore della Nuova Sardegna Arnaldo Satta, che si occupa di “Università e stampa”, e le recensioni a due libri-cult sull’isola: Pâtres et Paysans de la Sardeigne di Maurice Le Lannou e La lingua sarda di Max Leopold Wagner.

Calamandrei si scusa con i lettori: «La Sardegna è così ricca di ingegni che, nonostante la mole eccezionale di questo fascicolo, esso non ha avuto pagine bastanti per dar posto a tutti i collaboratori degni e autorevoli, ma le omissioni non significano esclusioni», il numero «non vuol essere una chiusa antologia ma soltanto un saggio e un avvio». Quel numero unico, dal 25 al 27 aprile 1980 era stato commentato a Nuoro su iniziativa dell’Isre e dell’antropologo Raffaello Marchi (vicepresidente) che rimarcava lo spessore della «cultura isolana finalmente autonoma e democratica dopo il ventennio fascista di repressione e sottosviluppo».

Idee e poesia

La sezione più ricca è stata riservata, su scelta di Calamandrei, Dessì e Lorenzo Mossa (giurista sassarese che insegnava a Pisa) a “Poeti e narratori”. Un professore sardo fa il bis. È Mario Pinna (Oschiri 1912-Ferrara 1997), docente di letteratura italiana e spagnola nelle università di Madrid e di Padova, curatore di numerose raccolte di poeti spagnoli. Appare un racconto, bellissimo, “Giornata estiva” ambientato in Logudoro e, soprattutto, la lirica “Cantigu de soldadu mortu”: tre stanze di quattordici versi ciascuna nella forma del sonetto (“Como so fiore, umbra, alvure e bentu/ abba ’e nie, lughe de manzanu”). Pinna la scrive per un cugino ucciso dagli austriaci; Calamandrei è entusiasta di quegli endecasillabi (tradotti in italiano dall’autore) ed eccoli nelle pagine de “Il Ponte”. Versi che hanno successo fuori Sardegna: pubblicati anni fa da Carlo Groppi, ex sindaco di Castelnuovo Val di Cecina dove – nella follia del 1943 – nazisti e fascisti massacrano a fucilate tre partigiani sardi (Vittorio Vargiu di Ulassai, Francesco Piredda di Nuoro e Alfredo Gallistru di Ruinas, al liceo De Castro di Oristano compagno di banco di Peppino Fiori). Un testo che poi è stato musicato dal gruppo Juntos di Orosei (Angelo Mura, Patrizio Mura, Giangiacomo Rosu e Pietro Paolo Piredda) e che venerdì 21 gennaio (con l’ultima strofa) verrà proposto, nel teatro comunale di Oschiri, dai tenores Murales di Orgosolo (Franco Corrias, Maurizio Bassu, Antonio Musina, Salvatore Musina). Farà seguito – in 12 centri dell’isola – il monologo del regista-attore Paolo Floris “Storia di un uomo magro”, per la imminente Giornata della memoria.

La lirica di Pinna, nelle pagine de “Il Ponte”, appare con il racconto “Su fogu” di Giuseppe Dessì, con altri versi dei sassaresi Pompeo Calvia e Salvator Ruju, di Lucia Pinna, Maria Agus, Teresa Crobu. Rileggere oggi quel numero certifica il valore e l’utilità sociale del giornalismo culturale di inchiesta.

Le grandi firme

Tormentati per le esclusioni, ecco poche frasi – nella sequenza proposta da “Il Ponte” – di alcuni autori col titolo del testo pubblicato.

Emilio Lussu - «La Sardegna conoscerà una resurrezione, inserendo la sua vita nella civiltà italiana, europea e universale, di cui ormai è partecipe... Il popolo sardo, come i popoli venuti ultimi alla civiltà moderna e già fattisi primi, ha da rivelare qualcosa a se stesso e agli altri di profondamente umano e nuovo». (Da “L’avvenire della Sardegna”).

Giuseppe Dessì - «Gli uomini che rimasero fedeli all’idea che aveva animato il movimento rivoluzionario sardista, pur senza mai rinnegare l’Italia, la concepivano in funzione europea che è, per noi Sardi, il solo modo possibile di essere Italiani». (Da “Le due facce della Sardegna”).

Giovanni Lilliu - «Forse, nel vecchio nuraghe, è ancora un po’ il segreto della giovane Sardegna e delle sue speranze avveniristiche». (Da “Preistoria sarda e civiltà nuragica”).

Camillo Bellieni - «Il linguaggio sardo è fonte di inesauribili ricerche per gli scienziati; sicché non apparirà inutile il confronto fra l’Isola di Sardegna e l’antica Grecia, dalle numerosissimi varietà di parlate, la cui classificazione è oggetto di continue controversie tra i filologi». (“Da Stratificazioni storiche”).

Giuseppe Brotzu - «La battaglia vinta per esempio sulla malaria vale assai più un’opera di irrigazione, solo perché dagli organismi non più impoveriti, infiacchiti, inibiti dalla malattia, pullulerà una tal fonte di energie che spingerà fatalmente l’isola verso un migliore avvenire» (da “Le condizioni igieniche”).

Il mito del bandito

Pietro Mastino - «In una Sardegna rinnovata il bandito dovrà scomparire e la delinquenza assumere forme nuove. Diventerà, in un certo senso, più moderna e sostituirà la frode alla violenza». “Da Le vie di comunicazione”).

Gonario Pinna - «L’apparizione di Grazia Deledda e di Sebastiano Satta nel pallido cielo letterario della Sardegna è pur essa un riverbero del generale risveglio delle letterature regionali» (da “Sebastiano Satta oratore e porta).

Salvatore Satta - «Nuoro deve apparire di là, dalle coste del Monte Dionisi, con l’Ortobene, coi monti d’Oliena che sono anch’essi Nuoro; perché bisogna sentirla salutare dal lungo fischio del treno, stupito del miracolo, che ogni giorno si rinnova, di giungere a Nuoro» (Da “Lo spirito religioso dei sardi”).

Mario Pinna - «Le campane si dettero a suonare alla disperata. Giù in cucina fu un cadere di seggiole, un domandare affannoso. Poi uno sbattere di porte e il portone spalancarsi o lo zio Demetrio e lo zio Nicolino uscire sulla strada, entrare nella stalla e balzarne fuori a cavallo spronando verso la campagna». (Da “Giornata estiva”).

Maria Agus - «Al campo me ne tornai, ragazzi, con un passo che mi sembrava portato dal diavolo. E lì aspettai l’ombra e la frescura, col batticuore di uno che deve andare al ballo. Ma non le scarpe mi preparai, ma la pistola e il mitra». (Da “Racconto di soldato”).

Piero Calamandrei - «Ci sembra che la fisionomia della regione sarda, coi suoi caratteri fortemente incisi, esca vivente ed intera da questa raccolta, nella quale si ritrovano riuniti nell’amore della Sardegna e nel proposito di operare per essa, uomini dei più svariati partiti: con che riman dimostrato che, quando c’è la volontà di collaborare per un bene comune, non esistono cortine di ferro».

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