Dalla Gallura al lager nazista la storia di un uomo normale

Andrea Satta, leader dei Têtes de Bois, racconta la vita del padre Gavino  «Partì in guerra da Luogosanto. Salvo per miracolo, vide morire i suoi 40 amici»

La memoria va piantata, annaffiata, coltivata, perché è l’unico modo per evitare che appassisca, sfiorisca, muoia. Ed è con questo spirito che nel 2005 le Nazioni Unite hanno istituito il Giorno della memoria, che cade il 27 gennaio, per commemorare le vittime dell’Olocausto. Ed è sempre con questo spirito che Andrea Satta, pediatra e musicista, leader dei Têtes de Bois, ha voluto portare il figlio Lao al campo di concentramento di Lengenfeld, in Germania nella zona di Dresda, quasi al confine con la Polonia, per fargli vedere dove il padre - e nonno del ragazzo - Gavino era stato internato dal regime nazista. Una storia - «non di un eroe, ma di un uomo normale che partì in guerra perché doveva partire e che tornò a casa anche se era difficile tornare», ama ripetere Satta - che è prima diventata uno spettacolo teatrale e ora un libro, “La fisarmonica verde”, edito da Mondadori Ragazzi. Un lavoro che nasce dall’esigenza dell’autore di tramandare la storia del padre, che è anche la storia di tanti italiani mandati al fronte e costretti ad assistere alle peggiori atrocità che l’umanità ricordi. Gavino Satta, classe 1917, fu uno di questi soldati, lasciò il suo paese, Luogosanto, nel cuore della Gallura, per andare in guerra. Destinazione Grecia, nel Peloponneso. Poi dopo l’8 settembre fu considerato un traditore dagli ex alleati tedeschi, caricato su un treno e deportato a Lengenfeld. A differenza di altri fu molto più fortunato, perché dopo due anni poté tornare a casa e riabbracciare la famiglia, e poi trasferirsi a Roma dove ha concluso la sua vita nel 2006. Ma aveva un carattere riservato, chiuso e condivise poco di quanto i suoi occhi avevano visto in quei 24 mesi in Germania. «Mio padre era un grande raccontatore di silenzi – lo ricorda il figlio –. La decisione di scrivere questo libro nasce proprio dai racconti che mi faceva quando era bambino davanti alla stufa. Aveva un tono pacato, affascinante e faceva lunghe pause. Dalle sue parole venivano fuori periodi pazzeschi di fatica, di dolore. Certe volte sembrava che il discorso fosse finito, invece ripartiva. Io sapevo che c’era sempre un dopo, non si sapeva mai quando sarebbe finito il racconto. Da grande è stato più difficile riaprire queste pagine, forse anche lui era più a suo agio nel parlare con un bambino. Rimpiango di non essere riuscito ad avere avuto questa confidenza fino in fondo. Ecco, perché sono voluto andare in quel campo di concentramento insieme a mio figlio».

Sì, perché la storia completa di Gavino l’ha scoperta dopo la sua scomparsa. Lui sapeva che era stato deportato in un lager, ma mai il padre gli aveva detto che era stato testimone della morte dei suoi 40 amici, compagni di prigionia. Da una lettera ritrovata dentro un libro è venuto a conoscere il dramma vissuto da Gavino. «Questo libro, “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, era il preferito di mio padre – racconta Andrea Satta –, ma io non l’avevo mai aperto. Finché un giorno, a casa di mia madre, lo vidi e mi sentii di aprirlo. Al suo interno trovai la lettera di denuncia - mio padre primo firmatario - in cui veniva accusato il Lagerfuhrer Joseph Hartmann di avere ordinato di dare fuoco alla baracca in cui morirono bruciati vivi i suoi compagni. Questa scoperta, unita ai vecchi racconti di guerra che mi faceva quando ero bambino e anche a storie e leggende della sua Gallura, mi hanno fatto capire che era l’ora di conoscere veramente mio padre. La morte di un genitore ti fa ripensare il suo vissuto con lui. E così sono partito in bicicletta alla ricerca delle sue origini, fino a Luogosanto, il suo paese. E poi ho preso mio figlio Lao e insieme siamo andati nel campo di concentramento di Lengenfeld. Quando mio padre è morto lui aveva 5 anni, lo ricordava poco e io ho voluto renderglielo vicino spiegandogli che nella sua vita gli erano successe determinate cose. Lì in Germania c’era solo una targhettina: il bibliotecario ci raccontò - parliamo di 6 o 7 anni fa - che la nostra visita era la seconda dal 1989, quando andò una ragazza francese alla ricerca di notizie del padre».

Quel campo di concentramento fu uno dei tanti, troppi teatri in cui andò in scena la barbarie nazista. Proprio quando i prigionieri sentivano avvicinarsi l’aria di libertà. «Ormai stavano arrivando i russi – racconta Andrea Satta – e quello che accadde a Lengenfeld fu proprio una di quelle follie dell’ultimo minuto. Mio padre si salvò per miracolo, perché quel giorno toccava a lui andare a cavare le patate, era il suo turno. E quando rientrò, con la cassa di patate in mano, vide dall’alto la sua baracca in fiamme. Il Lagerfuhrer si sentiva ormai braccato e fece la pazzia di dare l’ordine di bruciare la baracca con tutti i prigionieri dentro e di sparare contro chi tentava di fuggire. Morirono in 40. Dalle altre baracche iniziarono tutti a scappare. E anche mio padre si diede alla fuga, ma riuscì a prendersi un cappotto e due fisarmoniche. Se le imbragò e iniziò a camminare, fino a quando non si imbatté in un posto di blocco russo. Per farlo passare gli chiesero in cambio una delle fisarmoniche, quella più grande. Tenne con sé la Grasselli verde». Appunto, la fisarmonica verde che dà il titolo allo spettacolo e al libro firmato da Andrea Satta.

Ma la storia di Gavino Satta non si concluse con la fuga dal campo di concentramento, perché tre mesi dopo la tragedia dei 40 compagni bruciati vivi lui si trovava ancora a Dresda, alla stazione, quando in mezzo alla folla, seduto su una panca, riconobbe proprio il carnefice dei suoi compagni: Joseph Hartmann. Gavino non ci pensò due volte, lo prese e lo portò al comando di polizia per farlo arrestare. Di questo lui non ne aveva mai parlato al figlio, che lo ha scoperto appunto in quella lettera indirizzata al Comando americano di Dresda, nascosta dentro il libro di Bedeschi. Un documento preziosissimo da cui Satta ha preso spunto per portare in scena la storia del padre Gavino Esse. Uno spettacolo che quattro anni fa, prima che le nostre vite venissero travolte dal Covid, il cantante e musicista, accompagnato sul palco da Angelo Pelini, portò anche a Luogosanto, dove tutta la storia era iniziata. E ora il suo auspicio è quello di presentare il libro - e riportare anche lo spettacolo - in Sardegna per fare conoscere «la storia di un uomo normale, mica un eroe – racconta Andrea –. Per tutta la vita fu professore di francese nelle scuole serali e poi nelle scuole medie. Amava i suoi ragazzi e anche me, o forse me anche di più. Era un uomo arcaico. Un grande narratore di silenzi. Andavano in scena davanti alla stufa foderata di amianto sulla Casilina i suoi silenzi e, nelle pause, i suoi racconti da fuoco si facevano fumo e si perdevano nel cielo di Roma. L’odore del mirto e del rosmarino, il codice barbaricino e l’onore difeso, le parole ascoltate da sua nonna, minnanna, in Gallura davanti al granito del camino sono state l’aroma della mia vita di bambino in quella casa al sesto piano sulla ferrovia».

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