Kenneth Branagh torna a casa con “Belfast”
di Francesca Pierleoni
Il cineasta, superfavorito agli Oscar, narra con gli occhi di lui bambino, la “guerra” in Irlanda del Nord
2 MINUTI DI LETTURA
ROMA. «La compassione è stata l’elemento fondante per ritornare a esplorare una situazione tanto complicata, l’inizio di avvenimenti sociali e politici opprimenti che avrebbero portato 30 anni traumatici in Nord Irlanda». È il filo rosso, come ha spiegato Kenneth Branagh, insieme al cast, in un incontro in streaming organizzato da Variety - seguito in “Belfast”, il suo film più autobiografico, in arrivo nelle sale italiane il 24 febbraio con Universal, pochi giorni dopo l’annuncio delle nomination agli Oscar dove ci si aspetta che abbia varie nomination. Lo sguardo «di un bambino di 9 anni mi è sembrato il più umano e empatico – aggiunge il cineasta – per raccontare una famiglia in cui molti possono rivedersi, nel non essere preparati ad affrontare stravolgimenti come quelli». Il lungometraggio che ha nel cast l’esordiente Jude Hill (scelto da Branagh dopo aver provinato oltre 300 bambini, per interpretare il suo alter ego di nove anni, Buddy), insieme a Jamie Dornan, Caitriona Balfe, Judi Dench, Ciaran Hinds, Lewis McAskie, dopo la vittoria al Toronto Film Festival, sta conquistando premi e candidature nei principali premi della stagione, dai Golden Globes agli Screen Actors Guild Awards. “Belfast” è un «ritorno a casa», scritto nelle prime settimane di lockdown, nel quale il cineasta britannico, classe 1960, racconta la sua infanzia nella natia capitale nord irlandese, che la sua famiglia, protestante, ha lasciato nel 1969 per trasferirsi in Inghilterra all’inizio della prima fase dei Troubles, gli scontri fra Irlandesi Cattolici Repubblicani e gli Irlandesi Protestanti Unionisti. Girato principalmente in bianco e nero, il film segue attraverso lo sguardo innocente di Buddy, l’impatto delle tensioni crescenti a Belfast, che portano il conflitto in forme sempre più evidenti, anche nelle strade di quartiere. Una situazione che spinge i genitori del bambino a confrontarsi sulla necessità di trasferirsi in Inghilterra, dove l’uomo già lavora e la volontà di restare. «Sono morte oltre 3000 persone nel conflitto lungo 30 anni dolorosi e tragici. Il film è dedicato a tutti loro – ricorda Branagh –. Mi sono concentrato su come una famiglia “normale” trovi il modo di andare avanti con grandi e piccole scelte, di fronte a tali stravolgimenti e difficoltà. Da storie come questa possiamo tutti imparare».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
