Lo sguardo di Sciascia sul dolore e sulla politica
Adelphi ripropone il volume “Fuoco all’anima. Conversazioni con Domenico Porzio” in cui lo scrittore parlò del suicidio del fratello
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È una domenica di inizio maggio del 1948, e la zolfara vicina al paese siciliano di Àssoro è pressoché deserta a causa di un lungo sciopero. Tra le persone presenti, Pasquale, il contabile, e suo figlio Giuseppe, che della miniera è direttore. A tarda sera, prima che entrambi si corichino, Giuseppe dice al padre di avere mal di testa; quando poi la mattina dopo Pasquale chiede notizie, il figlio lo rassicura, sta bene. Un’ora dopo, lo sparo. Giuseppe si è ucciso con un colpo di rivoltella. Venticinque anni, il carattere sempre allegro, il “posto fisso”: non c’è niente che possa fornire indizi per spiegare quel gesto senza ritorno. Forse «un momento di sconforto», di quelli «che invece i depressi non hanno…», dirà il fratello maggiore di Giuseppe, Leonardo Sciascia, il quale, già di suo, uomo di parole misurate, per il dolore provato rare volte parlerà nei quattro decenni successivi di quel drammatico episodio della vita sua e della sua famiglia, nonché della «sequela di guai» che ne originò. Una delle rare volte arriverà a fine anni Ottanta, nel corso degli incontri che formeranno “Fuoco all’anima. Conversazioni con Domenico Porzio”, uscito nel 1992 per Mondadori e ora finalmente riproposto in libreria da Adelphi (172 pagine, 13 euro, con la curatela di Michele Porzio), a ideale conclusione di un 2021 in cui di Sciascia ricorreva il centenario della nascita.
Le ragioni di questa apertura possiamo provarci a ipotizzarle: la sensazione - la certezza? - che la grave malattia che lo affliggeva gli lasciasse ormai poco da vivere e, all’opposto, il grande piacere che in lui poteva derivare dalla pratica della conversazione. Non, si badi, dell’intervista, ma appunto della conversazione, come si usava un tempo. Su ciò Sciascia, che non ha mai nascosto il suo animo conservatore, è chiaro: «Erano abitudini che appartenevano a un genere di vita molto diverso dal nostro. (…) L’intervista è una riduzione di ciò che una volta era la conversazione. È diventata una specie di genere letterario» .
Gli spunti d’interesse, manco a dirlo, sono innumerevoli, su tutti quelli relativi alla letteratura e alla storia, e alla vita pubblica italiana. Ogni tanto Sciascia si sbottona - per i suoi standard, s’intende -, ogni tanto contrae riflessioni e giudizi articolati in una frase di pochi termini, suscitando un certo gusto divertito in noi che leggiamo. Il primo Vittorini “siciliano”? «A me cadono le braccia». A conclusione di uno scambio su eros, amore e scrittori suoi conterranei: «Finché non si usa il tatto non c’è fattualmente amore».
Memorabili due momenti. Il primo è quando Porzio gli chiede delle insoddisfazioni che presume gli abbia dato “L’affaire Moro”, e Sciascia risponde: «Di quel libro non ho da mutare una virgola. E visto che tutto ciò che è avvenuto in seguito mi ha dato ragione, io ne sono soddisfattissimo. Naturalmente ci sono stati degli attacchi feroci. Ma hanno avuto torto loro». Il secondo è il botta e risposta sull’Italia a partire da Alberto Savinio. Perché da noi l’autore di “Hermaphrodito” è stato letto e apprezzato da pochi? «Perché era molto intelligente». Magari anche per questioni ideologiche?, chiede Porzio: «No, credo che sia l’avversione all’intelligenza». La trovi tipica del nostro Paese?, continua l’amico. Sciascia: «Sì, è tipica di questo Paese». E chi potrebbe, e con quali argomenti contrari, ancora al giorno d’oggi dargli torto?
Le ragioni di questa apertura possiamo provarci a ipotizzarle: la sensazione - la certezza? - che la grave malattia che lo affliggeva gli lasciasse ormai poco da vivere e, all’opposto, il grande piacere che in lui poteva derivare dalla pratica della conversazione. Non, si badi, dell’intervista, ma appunto della conversazione, come si usava un tempo. Su ciò Sciascia, che non ha mai nascosto il suo animo conservatore, è chiaro: «Erano abitudini che appartenevano a un genere di vita molto diverso dal nostro. (…) L’intervista è una riduzione di ciò che una volta era la conversazione. È diventata una specie di genere letterario» .
Gli spunti d’interesse, manco a dirlo, sono innumerevoli, su tutti quelli relativi alla letteratura e alla storia, e alla vita pubblica italiana. Ogni tanto Sciascia si sbottona - per i suoi standard, s’intende -, ogni tanto contrae riflessioni e giudizi articolati in una frase di pochi termini, suscitando un certo gusto divertito in noi che leggiamo. Il primo Vittorini “siciliano”? «A me cadono le braccia». A conclusione di uno scambio su eros, amore e scrittori suoi conterranei: «Finché non si usa il tatto non c’è fattualmente amore».
Memorabili due momenti. Il primo è quando Porzio gli chiede delle insoddisfazioni che presume gli abbia dato “L’affaire Moro”, e Sciascia risponde: «Di quel libro non ho da mutare una virgola. E visto che tutto ciò che è avvenuto in seguito mi ha dato ragione, io ne sono soddisfattissimo. Naturalmente ci sono stati degli attacchi feroci. Ma hanno avuto torto loro». Il secondo è il botta e risposta sull’Italia a partire da Alberto Savinio. Perché da noi l’autore di “Hermaphrodito” è stato letto e apprezzato da pochi? «Perché era molto intelligente». Magari anche per questioni ideologiche?, chiede Porzio: «No, credo che sia l’avversione all’intelligenza». La trovi tipica del nostro Paese?, continua l’amico. Sciascia: «Sì, è tipica di questo Paese». E chi potrebbe, e con quali argomenti contrari, ancora al giorno d’oggi dargli torto?
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